{"id":17960,"date":"2011-06-29T00:00:00","date_gmt":"2011-06-28T22:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/italia-al-punto-di-rottura\/"},"modified":"2017-11-03T15:32:08","modified_gmt":"2017-11-03T14:32:08","slug":"italia-al-punto-di-rottura","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2011\/06\/italia-al-punto-di-rottura\/","title":{"rendered":"Italia al punto di rottura"},"content":{"rendered":"<p>\u201cLe luci si sono spente sull\u2019Europa e la nostra generazione non le vedr\u00e0 riaccendersi\u201d. La frase malinconica che Sir Edward Grey, ministro degli esteri britannico, pronunci\u00f2 allo scoppio della prima guerra mondiale potrebbe oggi essere ripresa riferendola alla politica estera dell\u2019Italia? Molto \u00e8 stato scritto e detto sulla collocazione del nostro paese nella nuova gerarchia internazionale, un catalogo di amarezze. Le ragioni sono profonde ed occorre analizzarle senza indulgenza, se \u00e8 vero che in politica estera non c\u2019\u00e8 piet\u00e0 senza spietatezza.<\/p>\n<p><b>Perdita di identit\u00e0<\/b><br \/>La fragilit\u00e0 della nostra politica estera discende innanzitutto dalla progressiva perdita di identit\u00e0 del nostro paese. \u00c8 il senso della propria identit\u00e0, ancor prima che gli interessi specifici e contingenti, ad orientare l\u2019azione esterna di una nazione. Il rifiuto del gabinetto di guerra inglese, dopo la resa della Francia, dell\u2019offerta di Hitler di una grande spartizione, alla Germania l\u2019Europa, alla Gran Bretagna il mondo coloniale, attingeva ad una precisa concezione di s\u00e9, delle proprie tradizioni, del proprio onore.<\/p>\n<p>In questi anni siamo declinati credendo di crescere, siamo discesi illudendoci di salire. Mentre la grande narrazione mediatico-politica ci collocava nelle sfere alte della graduatoria politica, per capacit\u00e0 di produzione di ricchezza e consumo, noi ci siamo accomodati  sempre pi\u00f9 stabilmente al fondo, tra gli ultimi, per coesione sociale e territoriale.<\/p>\n<p>La modernizzazione \u00e8 stata regressiva, una destrutturazione di antiche risorse materiali e spirituali. Una mattina, come Gregor Samsa, nel celebre racconto di Kafka, ci siamo guardati allo specchio e non ci siamo pi\u00f9 riconosciuti? No, non c\u2019\u00e8 stato un evento disastroso e definitivo. \u00c8 stata piuttosto una progressiva erosione che ha colpito alle radici  i sentimenti morali che sorreggono la politica estera. Un moto lento, ma inesorabile, in atto da due decenni, dalla rottura della grande glaciazione che chiamavamo guerra fredda.<\/p>\n<p><b>Lento degrado<\/b><br \/>Lungo \u00e8 il lessico del degrado. A cominciare dalla disunit\u00e0 fattasi malattia collettiva (non si \u00e8 smorzato il grido \u201csecessione\u201d sul prato di Pontida), ferita irrimediabile, solco che separa assumendo sembianze di volta in volta politiche, economiche, linguistiche. <\/p>\n<p>Prendiamo poi la criminalit\u00e0. Essa si intreccia sempre pi\u00f9 con le grandi reti della malavita internazionale, radicandosi ed espandendosi dal Sud al Nord. \u00c8 quasi un percorso a ritroso, la risalita della penisola in senso inverso a quello messo in moto dallo scoglio di Quarto.<\/p>\n<p>Ma la competizione internazionale non si svolge oggi per la conquista del territorio degli altri, come nella lunga fase predatoria della storia europea. Si tratta invece di attrarre l&#8217;altrui ricchezza sul proprio territorio, in primo luogo attraverso gli investimenti. Ma chi investe in uno spazio  nel quale la sovranit\u00e0 dello Stato \u00e8 in vaste regioni cos\u00ec precaria, in perenne lotta contro le forze oscure della criminalit\u00e0 organizzata?<\/p>\n<p>\tNell\u2019et\u00e0 della globalizzazione il nostro sistema delle imprese non ha indirizzato il profitto ai fini della modernizzazione dell\u2019apparato produttivo e ad un adeguamento tecnologico, in modo da essere concorrenziali entro orizzonti sempre pi\u00f9 vasti, secondo un principio cardine appena riaffermato dall\u2019Unione europea. I profitti in Italia sono stati invece destinati a impieghi speculativi sui circuiti finanziari.<\/p>\n<p>L\u2019Italia \u00e8 agli ultimi posti negli investimenti in ricerca e sviluppo, in quello che resta l\u2019indicatore pi\u00f9 sensibile della propensione alla innovazione, che avrebbe potuto ricollocarci nei punti forti del circuito globale. Come pu\u00f2 il nostro sistema competere se esprime una cittadinanza europea alquanto inerte e passiva rispetto ad un mondo a scorrimento veloce, che esalta come mai finora la legge del pi\u00f9 forte? Come possono emergere le forze nascoste se un familismo sociale, imperniato sulla centralit\u00e0 delle relazioni primarie, la parentela, i legami a breve raggio, prevale su ogni altro criterio di selezione? <\/p>\n<p><b>Rancore<\/b><br \/>Un&#8217;Europa che si appresta, per difendere l\u2019euro, a imporre ancor pi\u00f9 rigorose regole di bilancio, ci vede immersi nell\u2019area grigia dell\u2019indebitamento. Che non \u00e8 ancora quella della insolvenza, ma sufficiente a farci tornare segmento marginale in bilico insieme agli ultimi tra i primi e ai primi tra gli ultimi. Come possiamo mai sperare di colmare la voragine del debito pubblico con l\u2019attuale livello di evasione fiscale? Per di pi\u00f9 con un potere esecutivo che usa disinvoltamente l&#8217;espressione \u201cmettere le mani nella tasche degli italiani\u201d? <\/p>\n<p>Come non possono osservare i nostri partner europei che tale modo di esprimersi tradisce la concezione del fisco come furto, nonch\u00e9 la vicinanza morale ai trasgressori? E come possiamo sperare di concorrere ad una Europa della difesa e della sicurezza, la grande sfida che gli Stati Uniti continuano a lanciare al vecchio continente (vedi il recente discorso di congedo del Segretario americano alla difesa Robert Gates), se le risorse destinate a questo scopo sono destinate ad assottigliarsi fino all\u2019esaurimento? <\/p>\n<p>Dall\u2019indigenza e dalla inadeguatezza nasce il rancore, come avvenuto per gli sbarchi a Lampedusa. Rancore tanto pi\u00f9 aggressivo quanto pi\u00f9 esso viene ignorato dai nostri partner. Ci pervade il senso di un&#8217;ingiustizia subita, che sia l\u2019immigrazione o le quote latte, con il ritorno all&#8217;invettiva contro l\u2019Europa alimentata da umori fortemente locali. L\u2019esercizio del potere preferisce far leva sulle emozioni piuttosto che sulla ragione. L\u2019Europa ha reso l\u2019Italia ancora pi\u00f9 lunga, nel distacco tra Nord e Sud, a misura che cresce la logica degli egoismi e dei pregiudizi.<\/p>\n<p>In questo soccorrono i sondaggi, anche essi un criterio di giudizio che si colloca al lato opposto di quel sentire identitario evocato all\u2019inizio. I sondaggi rassomigliano sempre pi\u00f9 ad un oracolo, stando all\u2019uso abnorme che se ne fa anche in politica estera e al credito che gli viene attribuito fino a far dipendere da essi decisioni strategiche. Si tratta di una deresponsabilizzazione collettiva, all\u2019insegna di un gradimento popolare reale o presunto elevato a legge suprema.<\/p>\n<p>La ricchezza anche in questo caso ci ha impoverito, ci ha allontanato da quella modernit\u00e0 che detta le forme di vita e l\u2019etica dei popoli europei. Ma senza quel patrimonio culturale ed emotivo uscito dalla memoria collettiva, quasi dissoltosi in questi anni, senza una auto-identificazione che gli italiani hanno pure avuto in momenti decisivi della loro storia (si pensi agli anni dopo la seconda guerra mondiale) nessuna politica estera di rango \u00e8 possibile.<\/p>\n<p><b>Palingenesi<\/b><br \/>In questo contesto inevitabilmente la politica estera finisce per fondarsi su retoriche elementari, emozioni che privilegiano l&#8217;immediatezza, senza differimenti progettuali, come sta accadendo ad es. nella strategia per uscire dalla crisi libica. Prevalgono il senso di appartenenza istantaneo e temporaneo, una politica estera istintiva, semplicistica, reattiva. Si moltiplicano, nelle relazioni esterne, i gestori locali del risentimento (abbiamo visto le reazioni al rifiuto comunitario di assisterci nella emergenza emigratoria).<\/p>\n<p>Una logica che finisce per avere il territorio e la trib\u00f9, invece della nazione, come base della rivendicazione internazionale. Ma l\u2019ira pu\u00f2 dirigersi non solo contro Bruxelles, pu\u00f2 ricadere verso bersagli pi\u00f9 concreti, il profugo, il clandestino, lo straniero. La grande politica estera deve invece essere capace di guardare oltre l\u2019immediato, di sottrarsi al dispotismo della attualit\u00e0 ed all\u2019inerzia dell\u2019esistente.<\/p>\n<p>Non c\u2019\u00e8 allora pi\u00f9 nulla che meriti la nostra speranza? Penso che l\u2019Italia debba seguire un percorso di grande solitudine per uscire da una paralizzante disperazione. Un nuovo Risorgimento che sia innanzitutto una presa di coscienza, una palingenesi che in altri paesi, vedi anche in questo campo il modello Germania cos\u00ec spesso invocato, \u00e8 accaduta per eventi traumatici non certo ripetibili n\u00e9 auspicabili. Ma l\u2019 autoesame non dovrebbe essere inferiore per intensit\u00e0 al viaggio espiatorio cui ha saputo sottoporsi il popolo tedesco. Una nuova cittadinanza, non pi\u00f9 inerte e passiva, una politica estera finalmente europea libera da tutti i pregiudizi e da tutte le oscure e complici eredit\u00e0 del passato.<\/p>\n<p>.<br \/><br<><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u201cLe luci si sono spente sull\u2019Europa e la nostra generazione non le vedr\u00e0 riaccendersi\u201d. La frase malinconica che Sir Edward Grey, ministro degli esteri britannico, pronunci\u00f2 allo scoppio della prima guerra mondiale potrebbe oggi essere ripresa riferendola alla politica estera dell\u2019Italia? 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