{"id":18020,"date":"2011-07-03T00:00:00","date_gmt":"2011-07-02T22:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/piu-donne-nelle-missioni-di-pace\/"},"modified":"2017-11-03T15:32:08","modified_gmt":"2017-11-03T14:32:08","slug":"piu-donne-nelle-missioni-di-pace","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2011\/07\/piu-donne-nelle-missioni-di-pace\/","title":{"rendered":"Pi\u00f9 donne nelle missioni di pace"},"content":{"rendered":"<p>Qualche giorno fa il Parlamento italiano ha approvato la proposta di legge sulle \u201cquote rosa\u201d negli organi di rappresentanza delle societ\u00e0 quotate e a partecipazione pubblica. Si tratta di una svolta significativa, destinata ad avere un impatto tangibile sulla cultura italiana, ancora drammaticamente ancorata a rappresentazioni di genere che ostacolano la piena realizzazione delle potenzialit\u00e0 delle donne nei diversi settori della societ\u00e0 e del lavoro.<\/p>\n<p><b>Sicurezza e difesa<\/b><br \/>Secondo una recente indagine Ocse, il lavoro in Italia coinvolge solo il 48 % delle donne, che risultano meno impiegate e meno retribuite: il lavoro part-time coinvolge il 31 % delle donne contro il 7 % degli uomini e le lavoratrici guadagnano in media il 18 % in meno rispetto ai lavoratori. Il quadro delineato dall\u2019Ocse si conferma in alcuni settori specifici: le donne, ad esempio, rappresentano soltanto il 21,3% del Parlamento attualmente in carica. Altro aspetto allarmante \u00e8 costituito dalla difficolt\u00e0 delle donne di raggiungere cariche dirigenziali: nel personale delle amministrazioni pubbliche, la componente femminile sfiora il 54%, ma nei ruoli dirigenziali rappresenta solo il 25% in seconda fascia e il 15% in prima fascia.<\/p>\n<p>La mancata percezione dell\u2019importanza del contributo delle donne e dell\u2019approccio di genere \u00e8 particolarmente evidente in settori tradizionalmente concepiti di appannaggio maschile, come ad esempio quello della sicurezza e della difesa.<\/p>\n<p>Un primo aspetto riguarda la presenza ancora limitata delle donne nelle forze armate: l\u2019istituzione del servizio militare volontario femminile nel 1999 ha portato nel corso di un decennio a circa 11.000 (nemmeno il 4% del personale totale) donne impiegate nei ranghi di Esercito, Aeronautica, Marina Militare e Arma dei Carabinieri. \u00c8 vero che non esistono specifiche limitazioni di impiego del personale femminile &#8211; ad eccezione di quelle previste dalla Marina Militare per l\u2019impiego delle donne a bordo dei sommergibili, nelle compagnie d\u2019assalto del Reggimento San Marco e tra gli Incursori &#8211; e di avanzamento nella carriera militare.<\/p>\n<p>Tuttavia, nel 2009 il grado pi\u00f9 elevato raggiunto dalle donne era quello di Capitano e, secondo una proiezione ottimistica, il primo Ufficiale donna sar\u00e0 valutato per l\u2019avanzamento al grado di Generale tra il 2026 e il 2028. Nella Polizia di Stato, dove le donne sono entrate gi\u00e0 nel 1960 e hanno ottenuto pari opportunit\u00e0 nel 1981, la componente femminile sfiora le 15 mila unit\u00e0, ma solo una su cento ha ruoli dirigenziali.<\/p>\n<p>Se guardiamo al personale impiegato nelle missioni internazionali, le donne rappresentano poco pi\u00f9 del 3%. La situazione migliora se prendiamo in considerazione i civili dispiegati in missioni di pace, ma la presenza delle donne \u00e8 ancora limitata: ad esempio, tra gli esperti<i> free-lance<\/i> (cio\u00e8 non provenienti dalle pubbliche amministrazioni) reclutati dal Ministero degli Affari Esteri per le missioni dell\u2019Unione europea, la componente femminile si attesta attorno al 25% del totale.<\/p>\n<p><b>Discriminazione e violenza<\/b><br \/>Tuttavia, al di l\u00e0 dei dati numerici e dell\u2019assenza di vincoli formali all\u2019integrazione delle donne nelle forze armate e di polizia, nonch\u00e9 nell\u2019ambito degli esperti civili che vengono impiegati in missioni di pace, quello che conta maggiormente \u00e8 la necessit\u00e0 di stimolare un cambio di cultura e favorire lo sviluppo di una maggiore sensibilit\u00e0 del personale alle questioni di genere.<\/p>\n<p>La formazione degli operatori internazionali, militari e civili, riveste un\u2019importanza primaria e deve fornire gli orientamenti necessari in materia di rispetto dei diritti umani e di approccio di genere, sia all\u2019interno dei contingenti dispiegati, sia rispetto alla popolazione locale del teatro dell\u2019operazione.<\/p>\n<p>Purtroppo continuano a verificarsi episodi di discriminazione, violenza sessuale e vessazioni di ogni tipo nei confronti delle donne che servono nelle forze armate e della popolazione femminile nei teatri di conflitto, anche se tutte le organizzazioni internazionali che coordinano le missioni di pace hanno adottato una politica di tolleranza zero verso chi compie tali abusi.<\/p>\n<p>In molti casi, le violenze sulle donne costituiscono veri e propri strumenti di guerra, utilizzati dai governi e dalle forze di sicurezza dei paesi interessati da conflitti. Le Nazioni Unite hanno adottato due risoluzioni fondamentali in questo settore &#8211; la 1325 (2000) e la 1820 (2008) &#8211; che affrontano l&#8217;impatto, sproporzionato e specifico, dei conflitti armati sulle donne.<\/p>\n<p>Come ricordato nella risoluzione 1325, le donne non possono essere considerate soltanto delle vittime: sono anche attrici fondamentali nella prevenzione dei conflitti, nella gestione delle crisi e nella ricostruzione post-conflitto. La pianificazione e l\u2019attuazione degli interventi internazionali dovrebbe tener in maggior conto la prospettiva di genere, alimentando la partecipazione delle donne ai processi di pace e di stabilizzazione. <\/p>\n<p>Secondo un rapporto condotto dal Fondo delle Nazioni Unite per le Donne (Unifem), nel 2009 le opportunit\u00e0 per le donne di partecipare ai negoziati di pace sono costantemente diminuite, ed esse costituiscono solo il 2,4% dei cofirmatari dei 21 negoziati di pace analizzati dal 1992.<\/p>\n<p><b>Piano d\u2019azione<\/b><br \/>L\u2019Unione europea si \u00e8 impegnata a dare attuazione alle risoluzioni 1325 e 1820 in tutti i settori della sua azione esterna e in particolare nell\u2019ambito della Politica di sicurezza e difesa comune (Psdc). Tra gli attuali Rappresentanti Speciali dell\u2019Unione europea, per\u00f2, c\u2019\u00e8 soltanto una donna, la britannica Rosalind Marsden, nominata un anno fa con mandato per il Sudan.<\/p>\n<p>In Italia, il Piano d\u2019Azione nazionale per l\u2019attuazione della risoluzione 1325 \u00e8 stato adottato soltanto nel dicembre 2010 e la sua versione definitiva trasmessa alle Nazioni Unite nell\u2019aprile di quest\u2019anno. Il documento individua sei aree prioritarie, a partire dall\u2019aumento del numero di donne nelle forze armate e dalla promozione di una prospettiva di genere nelle operazioni di pace, anche attraverso il potenziamento delle attivit\u00e0 di formazione del personale in questo settore, fino alla protezione dei diritti delle donne in situazioni di conflitto e allo stimolo per una loro maggiore partecipazione ai processi di pace.<\/p>\n<p>Sebbene tale iniziativa risponda alle richieste avanzate da tempo da Nazioni Unite e Unione europea, rischia di limitarsi ad una pura dichiarazione di intenti se non accompagnata dallo stanziamento di risorse adeguate e di un meccanismo di monitoraggio sul rispetto degli impegni assunti. Soprattutto, occorre assicurarne la massima diffusione, anche per stimolare un dibattito pi\u00f9 aperto e imporre ai decisori politici un cambio di rotta su una questione non pi\u00f9 rinviabile: il riconoscimento e la promozione del ruolo specifico delle donne come operatrici di pace e di cambiamento sociale.<\/p>\n<p>.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Qualche giorno fa il Parlamento italiano ha approvato la proposta di legge sulle \u201cquote rosa\u201d negli organi di rappresentanza delle societ\u00e0 quotate e a partecipazione pubblica. 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