{"id":18050,"date":"2011-07-05T00:00:00","date_gmt":"2011-07-04T22:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/obama-e-congresso-ai-ferri-corti-sulla-libia\/"},"modified":"2017-11-03T15:32:07","modified_gmt":"2017-11-03T14:32:07","slug":"obama-e-congresso-ai-ferri-corti-sulla-libia","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2011\/07\/obama-e-congresso-ai-ferri-corti-sulla-libia\/","title":{"rendered":"Obama e Congresso ai ferri corti sulla Libia"},"content":{"rendered":"<p>La guerra in Libia non \u00e8 fonte di preoccupazione per l\u2019amministrazione Obama solo per ragioni strategiche e militari. C\u2019\u00e8 anche un fronte legale. Gi\u00e0 all\u2019indomani dell\u2019intervento si \u00e8, infatti, aperta una <i>querelle <\/i>sulla decisione del presidente Obama di non chiedere l\u2019autorizzazione al Congresso. <\/p>\n<p>Non \u00e8 che l\u2019ennesimo capitolo dell\u2019annoso contrasto che oppone negli Usa il potere esecutivo a quello legislativo. Entrambi cercano tradizionalmente di forzare il sistema di pesi e contrappesi della Costituzione per far pendere la bilancia istituzionale dalla propria parte. Una dialettica che ha prodotto, a fasi alterne, il rafforzamento e indebolimento relativo dell\u2019uno e dell\u2019altro.<\/p>\n<p>Ma, al di l\u00e0 dei precedenti storici, in ballo ci sono oggi gli orientamenti di fondo della politica estera dell\u2019amministrazione Obama: con la disputa sulla Libia, i repubblicani mirano a metterli in discussione anche in vista della campagna presidenziale del prossimo anno.<\/p>\n<p><b>Poteri presidenziali <\/b><br \/>Il primo a mettere apertamente in dubbio la costituzionalit\u00e0 della campagna libica \u00e8 stato Bruce Ackerman, professore di diritto e scienze politiche all\u2019universit\u00e0 di Yale. In un articolo apparso sul sito di <i>Foreign Policy <\/i>il 24 marzo, Ackerman ha accusato Obama di aver contribuito all\u2019instaurazione <i>de facto <\/i>di una \u201cpresidenza imperiale\u201d pi\u00f9 di quanto il suo predecessore Bush non avesse mai fatto, escludendo il Congresso da una cruciale decisione di politica estera.<\/p>\n<p>I poteri di guerra sono innanzitutto regolati da alcune disposizioni costituzionali. Il presidente \u00e8, secondo la sezione 2 dell\u2019articolo II della Costituzione, il comandante in capo delle forze armate. Tuttavia la sezione 8 dell\u2019articolo I attribuisce al Congresso il potere di dichiarare guerra, mettendo nelle mani di quest\u2019ultimo lo scettro dell\u2019iniziativa bellica.<\/p>\n<p>Il secondo vincolo legislativo rilevante \u00e8 la <i>War Powers Resolution<\/i>. Adottata il 7 novembre 1973, a seguito all\u2019esperienza della guerra del Vietnam, la risoluzione fa ulteriore chiarezza sui poteri di guerra e sulla loro divisione tra Congresso e presidente. Al presidente viene riconosciuta la facolt\u00e0 di introdurre le forze armate statunitensi in una situazione di ostilit\u00e0 &#8211; o di potenziale ostilit\u00e0 &#8211; in seguito a una dichiarazione di guerra, a un\u2019autorizzazione legale o a un\u2019emergenza nazionale generata da un attacco al territorio, ai possedimenti o alle forze armate degli Stati Uniti. <\/p>\n<p>In assenza di una delle prime due condizioni, inoltre, il presidente \u00e8 tenuto a inviare entro 48 ore un rapporto al Congresso sulle cause del dispiegamento delle truppe statunitensi, sulla base giuridica del loro impiego, nonch\u00e9 su suoi obiettivi e sulla sua durata. Entro 60 giorni dalla consegna del rapporto &#8211; o dalla data per la quale il rapporto \u00e8 dovuto &#8211; il presidente deve ottenere una dichiarazione di guerra o un\u2019autorizzazione all\u2019uso delle forze armate dal Congresso per proseguire nella sua campagna bellica. In caso contrario, deve disporre il ritiro delle truppe, operazione per la quale pu\u00f2 richiedere una proroga di 30 giorni per ragioni logistiche e di sicurezza.<\/p>\n<p><b>Caso Libia<\/b><\/br>Nel caso dell\u2019intervento in Libia, non si \u00e8 verificato nessuno dei tre prerequisiti per l\u2019impiego delle forze armate. Non vi \u00e8 stata n\u00e9 una dichiarazione di guerra, n\u00e9 un\u2019autorizzazione congressuale, n\u00e9 la Libia ha attaccato territori o truppe statunitensi. Inoltre, Obama non ha ottenuto alcuna dichiarazione o autorizzazione entro i previsti 60 giorni, termine scaduto il 20 maggio scorso.<\/p>\n<p>\u00c8 per questo che il Congresso, restio a rinunciare alle proprie prerogative, ha deciso di far sentire la propria voce. Particolarmente attiva \u00e8 stata la Camera dei rappresentanti, dove il Partito repubblicano, detenendo la maggioranza, pu\u00f2 opporsi con maggior successo al presidente. <\/p>\n<p>Il 3 giugno, lo <i>speaker <\/i>John Boehner ha fatto approvare una mozione che criticava la decisione di Obama di non presentarsi al Congresso prima di intraprendere la campagna libica e lo invitava entro 14 giorni a inviare un rapporto che chiarisse la natura e le ragioni dell\u2019intervento e della mancata richiesta di autorizzazione. La mozione \u00e8 stata approvata con 268 voti a favore (tra cui anche quelli di 45 democratici) e 145 contrari.<\/p>\n<p>In seguito \u00e8 stata respinta una mozione pi\u00f9 radicale presentata dal democratico Dennis Kucinich, che intimava al presidente di ritirare le truppe dalla Libia entro 15 giorni, proprio in osservanza della <i>War Powers Resolution<\/i>. Nel corso del dibattito, Kucinich ha accusato l\u2019amministrazione di aver trovato, nelle settimane precedenti il conflitto, \u201cil tempo per consultare la Lega araba, le Nazioni Unite, l\u2019Unione africana, ma non per presentarsi davanti al Congresso a chiederne l\u2019approvazione\u201d. Nei giorni successivi Kucinich ha persino intentato causa al presidente per la presunta violazione dei poteri.<\/p>\n<p>Il 15 giugno, Obama ha inviato al Congresso una lettera sulle varie missioni all\u2019estero delle truppe statunitensi. Sulla Libia, in particolare, ha sottolineato come la missione fosse iniziata il 19 marzo in seguito alle richieste della Lega araba e sulla base delle risoluzioni 1970 e 1973 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Inoltre, dal 4 aprile il passaggio di ogni responsabilit\u00e0 alla Nato avrebbe, secondo Obama, portato gli Stati Uniti ad assumere un ruolo di mero supporto per gli altri paesi della coalizione.<\/p>\n<p>Il presidente ha allegato alla lettera un rapporto dettagliato sulla campagna libica in cui si ribadisce l\u2019importanza dell\u2019apporto delle truppe statunitensi per il buon esito dello sforzo della coalizione internazionale. Nelle considerazioni legali espresse a pagina 25 del rapporto, tuttavia, si sostiene la tesi che l\u2019autorizzazione del Congresso non sia necessaria in quanto non si ravviserebbe la fattispecie delle \u201c<i>hostilities<\/i>\u201d: le truppe statunitensi sarebbero, appunto, solo di supporto, non essendo coinvolte in combattimenti prolungati o scambi di fuoco attivi con forze ostili e non essendoci un dispiegamento di truppe di terra, n\u00e9 vittime statunitensi, n\u00e9 seri rischi di <i>escalation<\/i>.<\/p>\n<p>Infine, il 24 giugno la Camera ha respinto una risoluzione bipartisan preparata dai senatori John McCain e John Kerry, che avrebbe autorizzato il presidente a protrarre l\u2019impiego delle truppe in Libia per un anno con la restrizione di non poterle impiegare in operazioni di terra. La risoluzione ha ottenuto soltanto 123 voti favorevoli e ben 295 voti contrari, di cui 70 di deputati democratici. <\/p>\n<p>Il Congresso ha poi respinto anche una mozione pi\u00f9 radicale, presentata dal repubblicano Thomas Rooney, che avrebbe tagliato drasticamente i finanziamenti alle operazioni in Libia, limitandole di fatto a compiti di recupero, pianificazione, <i>intelligence<\/i> e sorveglianza.<\/p>\n<p><b>Vecchie diatribe e nuovi contrasti<\/b><br \/>La disputa legale tra Obama e il Congresso affonda le radici tanto nell\u2019attualit\u00e0 quanto in un dibattito tradizionale della politica statunitense. Da un lato i repubblicani vedono nella politica estera un terreno di scontro su cui sfidare Obama in vista delle elezioni presidenziali del prossimo anno. I candidati del <i>Grand Old Party <\/i>non sono tutti allineati su questa posizione: l\u2019ala pi\u00f9 interventista difende la campagna libica vedendo in essa una continuazione della <i>Freedom Agenda <\/i>dell\u2019amministrazione Bush. Tuttavia, sempre pi\u00f9 repubblicani si mostrano scettici sull\u2019utilit\u00e0 della missione e sulla rilevanza della Libia per interessi strategici degli Stati Uniti. <\/p>\n<p>La guerra \u00e8 impopolare: secondo un sondaggio <i>Gallup <\/i>del 24 giugno, soltanto il 39% degli americani la approva, contro un 46% che disapprova. La questione libica si presta perci\u00f2 a divenire facilmente uno strumento del dibattito politico.<\/p>\n<p>D\u2019altro canto il Congresso tende storicamente a osteggiare i tentativi di espansione dei poteri presidenziali. Da Kennedy, a Johnson, a Nixon, molti inquilini della Casa Bianca hanno cercato di aggirare i vincoli democratici stabiliti dalla Costituzione e di alterare il fondamentale equilibrio tra potere esecutivo e legislativo.<\/p>\n<p>Lo scontro, per ora, appare comunque pi\u00f9 simbolico che effettivo. Difficilmente il Congresso andr\u00e0 allo scontro frontale con la Casa Bianca, tagliando i finanziamenti alle operazioni, con il rischio di attirare su di s\u00e9 l\u2019accusa di non fornire adeguato sostegno ai soldati impegnati nelle missioni all\u2019estero. <\/p>\n<p>La <i>querelle <\/i>legale sulla Libia, insomma, pi\u00f9 che incidere nel breve periodo sulla politica estera statunitense, influir\u00e0 sul dibattito interno, i cui toni sono destinati ad inasprirsi con l\u2019avvio della campagna elettorale.<\/p>\n<p>.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La guerra in Libia non \u00e8 fonte di preoccupazione per l\u2019amministrazione Obama solo per ragioni strategiche e militari. C\u2019\u00e8 anche un fronte legale. Gi\u00e0 all\u2019indomani dell\u2019intervento si \u00e8, infatti, aperta una querelle sulla decisione del presidente Obama di non chiedere l\u2019autorizzazione al Congresso. 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