{"id":18100,"date":"2011-07-11T00:00:00","date_gmt":"2011-07-10T22:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/israele-nel-vicolo-cieco\/"},"modified":"2017-11-03T15:32:06","modified_gmt":"2017-11-03T14:32:06","slug":"israele-nel-vicolo-cieco","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2011\/07\/israele-nel-vicolo-cieco\/","title":{"rendered":"Israele nel vicolo cieco"},"content":{"rendered":"<p>L&#8217;intransigenza ideologica manifestata negli ultimi anni dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu verso ogni prospettiva di pace con i palestinesi non permette ad Israele di sciogliere il suo dilemma esistenziale: rimanere una democrazia, per\u00f2 non pi\u00f9 ebraica, oppure rimanere uno Stato ebraico, ma non pi\u00f9 democratico come \u00e8 oggi.<\/p>\n<p>L&#8217;effetto politico di questo dilemma insoluto \u00e8 l\u2019imprigionamento del paese in una visione da \u201cfortezza\u201d assediata, ostile ad ogni cambiamento esterno. Con il paradossale effetto che l&#8217;unica democrazia del Medioriente invece di favorire i cambiamenti della \u201cprimavera araba\u201d, si arrocca nella sterile difesa di uno <i>status quo <\/i>autoritario.<\/p>\n<p>Anche perch\u00e9, se assecondata, la primavera araba potrebbe favorire un equilibrio strategico pi\u00f9 in linea con gli interessi di sicurezza e stabilit\u00e0 di Israele. Anche per questo contro la politica di Netanyahu si stanno mobilitando settori sempre pi\u00f9 rilevanti dello Stato \u201cprofondo\u201d israeliano, costituito dagli apparati di sicurezza.<\/p>\n<p><b>Arroccamento<\/b><br \/>Israele appare sempre pi\u00f9 in distonia con il moto che, dopo decenni, sta cambiando lo <i>status quo <\/i>nella regione: Netanyahu &#8211; che \u00e8 il vero ideologo della destra israeliana &#8211; ha infatti motivato la sua politica di chiusura di Israele al mondo esterno proprio con la presunta immodificabilit\u00e0 dell\u2019equilibrio regionale.<\/p>\n<p>Una politica di chiusura con cui il premier populisticamente asseconda un crescente arroccamento culturale della societ\u00e0 israeliana. Due esempi emblematici: la svolta a destra della generazione di giovani israeliani sotto i 35 anni, per i due terzi contrari ad un accordo con i palestinesi, in percentuale opposta a coloro che hanno oltre 55 anni; il cambiamento &#8211; dopo una battaglia di decenni da parte del rabbinato militare e dei religiosi &#8211; della preghiera ufficiale per le commemorazioni dell&#8217;esercito israeliano, che nella sua precedente versione laica e nazionalista era stata scritta dal leggendario leader laburista Berl Katznelson, e che da ora si aprir\u00e0 con le parole \u201cPossa Dio (al posto di \u201cil Popolo d&#8217;Israele\u201d) ricordare i suoi figli e le sue figlie\u201d.<\/p>\n<p><b>Miopia politica<\/b><br \/>La strategia di Netanyahu pu\u00f2 forse fornire riscontri immediati sotto il profilo elettorale, ma nel lungo periodo rischia di rivelarsi autodistruttiva. Ne \u00e8 convinto perfino l&#8217;ex capo del Mossad, Meir Dagan, detto \u201cil tagliatore di teste\u201d e non certo incline al pacifismo: chiunque abbia visitato il suo ufficio alla \u201cmidrasha\u201d (il quartier generale del Mossad fuori Tel Aviv) non ha potuto fare a meno di notare appesa al muro la foto di un ufficiale delle SS che punta un fucile alla testa di un uomo sull&#8217;orlo di una fossa. \u201c\u00c8 mio nonno\u201d ripete agli ospiti Dagan, con un implicito monito \u201cmai pi\u00f9\u201d e il richiamo sottointeso alla filosofia ebraica dell&#8217;autodifesa.<\/p>\n<p>Dagan ha recentemente invitato il suo governo ad accettare l&#8217;iniziativa di pace saudita del 2002, a promuovere un&#8217;iniziativa verso i palestinesi e soprattutto a lasciar perdere ogni piano di attacco verso l&#8217;Iran. Dagan non \u00e8 solo, ma riflette un consenso crescente negli apparati di sicurezza, che in Israele sono lo Stato \u201cprofondo\u201d, sempre pi\u00f9 preoccupati dalla divaricazione tra gli interessi elettorali della destra al governo e quelli nazionali (e riconosciuti al livello bipartisan) di pi\u00f9 lungo periodo.<\/p>\n<p>La radicalizzazione identitaria della destra israeliana sta dunque imprigionando Israele in un paradossale immobilismo che non solo lascia irrisolto il dilemma sulla sua natura e il suo futuro, ma soprattutto lo isola pericolosamente dal contesto regionale. Israele ha visto prima indebolirsi l&#8217;alleanza strategica con la Turchia, che gioca sempre pi\u00f9 in proprio, poi crescenti attriti con l&#8217;amministrazione Obama, quindi la caduta sotto la spinta della piazza dell&#8217;amico Mubarak.<\/p>\n<p>Paralizzato dal ricatto dell&#8217;ignoto, Israele rischia di trovarsi da solo anche in Siria, a fianco di Hizballah, nel preferire Assad ad un regime alternativo. Se Netanyahu continuer\u00e0 a resistere alle istanze di apertura ai palestinesi e rinnovamento regionale provenienti anche dall&#8217;interno del suo paese, il premier si trover\u00e0 ad essere considerato sempre pi\u00f9 parte del problema invece che della soluzione.<\/p>\n<p>A partire dall&#8217;iniziativa palestinese presso l\u2019Assemblea generale delle Nazioni Unite prevista per settembre, quando verr\u00e0 presentata una risoluzione per il riconoscimento unilaterale da parte della comunit\u00e0 internazionale di uno stato palestinese. <\/p>\n<p>  .<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>L&#8217;intransigenza ideologica manifestata negli ultimi anni dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu verso ogni prospettiva di pace con i palestinesi non permette ad Israele di sciogliere il suo dilemma esistenziale: rimanere una democrazia, per\u00f2 non pi\u00f9 ebraica, oppure rimanere uno Stato ebraico, ma non pi\u00f9 democratico come \u00e8 oggi. 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