{"id":18130,"date":"2011-07-16T00:00:00","date_gmt":"2011-07-15T22:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/una-strategia-per-la-riforma-dellonu\/"},"modified":"2017-11-03T15:32:04","modified_gmt":"2017-11-03T14:32:04","slug":"una-strategia-per-la-riforma-dellonu","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2011\/07\/una-strategia-per-la-riforma-dellonu\/","title":{"rendered":"Una strategia per la riforma dell&#8217;Onu"},"content":{"rendered":"<p>Per riformare il Consiglio di sicurezza (CdS) dell\u2019Onu \u00e8 necessario cambiare la sua composizione. Istituito, con l\u2019Onu, nell\u2019immediato dopoguerra, il Consiglio non cambia forma dal 1965, quando da 11 membri pass\u00f2 agli attuali 15: cinque permanenti (Cina, Francia, Regno Unito, Russia, Usa), con diritto di veto, e dieci non permanenti, eletti dall\u2019Assemblea generale (Ag) ogni due anni.<\/p>\n<p><b>Fronti contrapposti<\/b><br \/>Varie ipotesi di riforma sono in discussione: il gruppo dei cosi detti G4 &#8211; Brasile, Germania, Giappone e India &#8211; vorrebbe quattro seggi permanenti (per ognuno dei quattro promotori del gruppo) senza diritto veto (aspirare anche al veto finirebbe per incoraggiare l\u2019opposizione degli attuali cinque membri permanenti).<\/p>\n<p>Il gruppo dei paesi africani, che \u00e8 il pi\u00f9 numeroso all\u2019Onu, rivendica per s\u00e9 due seggi permanenti con diritto di veto.<\/p>\n<p>Il movimento <i>Uniting for Consensus<\/i> (UfC), di cui l\u2019Italia \u00e8 tra i principali promotori e che conta, tra gli altri, l\u2019Argentina, il Canada, la Corea del Sud, il Messico, la Spagna e la Turchia, chiede invece di allargare il Consiglio solo a seggi non permanenti rinnovabili periodicamente. E propone &#8211; \u00e8 una delle novit\u00e0 contenute nella piattaforma presentata dall\u2019Italia nel 2009 per conto di UfC &#8211; di dare maggiore voce in CdS alle organizzazioni regionali, a cominciare dall\u2019Ue.<\/p>\n<p>I G4 aspirano a seggi permanenti come sigillo di un presunto ruolo di \u201cgrandi potenze\u201d. La richiesta africana di avere maggiore voce cela anche le ambizioni di potenze in ascesa (innanzitutto Sud Africa e Nigeria); alle cui aspirazioni si contrappongono, per\u00f2, altri Stati del continente.<\/p>\n<p>Per i paesi vicini a UfC, infine, la creazione di nuovi seggi permanenti non risponde efficacemente alle trasformazioni della gerarchia internazionale in corso, dove gli attori emergenti sono pi\u00f9 dei quattro \u201cgrandi pretendenti\u201d. Gli effetti di questa soluzione, per altro, sarebbero potenzialmente dirompenti: un seggio permanente alla Germania (che si aggiungerebbe a quelli di Francia e Regno Unito) affosserebbe le prospettive di un seggio unico dell\u2019Ue, cui punta la diplomazia europea. Un seggio permanente al Brasile sarebbe fonte di tensioni con gli altri grandi vicini del continente latino-americano, e cos\u00ec via.<\/p>\n<p>Da anni i governi discutono con animosit\u00e0 di chi deve entrare o rimanere fuori dal Consiglio riformato. Trovato l\u2019accordo su questo punto, per\u00f2, si potrebbe amaramente scoprire che, in realt\u00e0, nulla \u00e8 cambiato.<\/p>\n<p><b>Potere di veto<\/b><br \/>Molto dipender\u00e0, infatti, dalla riforma delle regole di funzionamento del Consiglio. Cominciando dal potere di veto. Dal 1946 ad oggi il veto \u00e8 stato utilizzato oltre 260 volte. Ma \u00e8 solo la punta di un iceberg: la mera minaccia di un veto \u00e8 continuamente causa di congelamento di discussioni in Consiglio (al Palazzo di Vetro viene definito \u201cveto nascosto\u201d).<\/p>\n<p>Molti dossier non vengono neppure inclusi all\u2019ordine del giorno del CdS per questa ragione. La Carta dell\u2019Onu ha attribuito tale privilegio ai 5 \u201cgrandi\u201d vincitori della seconda guerra mondiale per riconoscere loro uno status diverso; una specie di \u201cfattoria degli animali\u201d di orwelliana memoria, dove \u201calcuni animali sono pi\u00f9 uguali di altri\u201d, creata per assicurare che le nuove \u201csuper potenze\u201d accettassero di vincolarsi al nascente sistema Onu. Il veto, effettivo o \u201cnascosto\u201d, \u00e8 in pratica la spada di Damocle che pende sul processo decisionale del Consiglio.<\/p>\n<p>\t La modifica della Carta dell\u2019Onu necessita del consenso di almeno due terzi dell\u2019Assemblea generale e la ratifica di due terzi dei membri delle Nazioni Unite, ivi inclusi \u201ctutti i membri permanenti\u201d (art. 108). I \u201cP5\u201d (ovvero <i>permanent five<\/i>, come vengono chiamati all\u2019Onu) hanno cio\u00e8 un diritto di veto anche sulla riforma del veto stesso.<\/p>\n<p>Non \u00e8 per\u00f2 fuori luogo immaginare di limitarne la portata. Per esempio, chiedendo l\u2019impegno ai titolari di non usarlo in caso di genocidio o di crimini contro l\u2019umanit\u00e0; o anche obbligando chi oppone un veto a riferire in Assemblea generale. La proposta italiana ipotizza di circoscriverne l\u2019uso, attualmente quasi illimitato, solo alle azioni relative a minacce o violazioni della pace (il Capitolo VII della Carta); e di modificare le maggioranze qualificate richieste per adottare decisioni.<\/p>\n<p><b>Convitato di pietra<\/b><br \/>Non vi \u00e8 dubbio che i membri permanenti si opporrebbero; e che alcune di queste soluzioni potrebbero rivelarsi inefficaci. Se davanti a un genocidio un membro permanente continuasse a fare uso del veto, sostenendo che di genocidio, in realt\u00e0, non si tratta, chi potrebbe stabilire il contrario?  <\/p>\n<p>Le formule sul tavolo, per\u00f2, sono numerose e, talvolta, sostenute da un amplissimo numero di stati. In qualche caso, appoggiate, per lo meno a titolo personale, persino da autorevolissimi esponenti dell\u2019amministrazione americana.<\/p>\n<p> La riforma che nel 1965 ampli\u00f2 il Consiglio, dovette attendere proprio per l\u2019iniziale contrariet\u00e0 di alcuni membri permanenti. Se una vasta maggioranza dell\u2019Assemblea generale trovasse un accordo su alcune limitazioni al veto, la pressione sui membri permanenti sarebbe crescente. Alla fine, potrebbero esser costretti a scendere a patti.<\/p>\n<p><b>Metodi di lavoro<\/b><br \/>Insieme al veto, \u00e8 essenziale riformare i metodi di lavoro. Lo chiedono, tra gli altri, gli stati pi\u00f9 piccoli (sotto il milione di abitanti), pari a circa un quarto dei 192 paesi membri dell\u2019Onu. E lo propone l\u2019Italia nella sua piattaforma.<\/p>\n<p>Uno dei maggiori limiti del CdS \u00e8 la scarsa accessibilit\u00e0. Ci sono dieci seggi elettivi. Ma, ad oggi, oltre 70 paesi (cio\u00e8 pi\u00f9 di un terzo del totale) non sono riusciti a farsi eleggere in Consiglio neppure una volta. Le piccole isole-Stato del Pacifico che rischiano di inabissarsi con il surriscaldamento del pianeta, ad esempio, hanno tutto l\u2019interesse a fare sentire la loro voce in Consiglio.<\/p>\n<p>La riforma dei metodi di lavoro mira ad aprire il CdS a chi non ne fa parte e compensare, in parte, il deficit di rappresentanza e legittimit\u00e0. Un gruppo di lavoro istituito nel CdS per studiare come migliorare i metodi di lavoro ha raccolto in un recente documento dettagliate proposte (Nota S\/2010\/507) su, per esempio, maggiore accesso per gli stati non membri del Consiglio alle periodiche informative; pi\u00f9 consultazione diretta con il Consiglio stesso; maggiori possibilit\u00e0 di interazione con l\u2019Assemblea generale. <\/p>\n<p> L\u2019obiettivo \u00e8 anche rendere il CdS pi\u00f9 efficiente, attraverso formati pi\u00f9 flessibili, che consentano al Consiglio stesso di avere scambi informali con la societ\u00e0 civile e le Organizzazioni non governative (Ong); tramite relazioni pi\u00f9 articolate con gli stati coinvolti in missioni di mantenimento della pace; con una migliore articolazione dell\u2019agenda dei lavori, della documentazione, dei rapporti con gli organi sussidiari.<\/p>\n<p>\t<b>Regole del gioco<\/b><br \/>Secondo alcuni, in alcuni momenti cruciali degli ultimi sessant\u2019anni il Consiglio di Sicurezza \u00e8 stato soprattutto un forum permanente a disposizione della diplomazia delle grandi potenze. Non \u00e8 poco: gli ambasciatori dei cosiddetti \u201cgrandi\u201d sono in grado di riunirsi immediatamente all\u2019insorgere di un\u2019emergenza. Durante la crisi missilistica di Cuba nel 1962, per esempio, le prolungate discussioni in CdS diminuirono la possibilit\u00e0 di azioni avventate. In molte situazioni critiche l\u2019esistenza del Consiglio ha evitato rischi di malintesi o cattiva comunicazione.<\/p>\n<p>Il CdS, per\u00f2, pu\u00f2 fare anche di pi\u00f9 quando riesce a imporsi con misure vincolanti. La riforma dei meccanismi di funzionamento mira a rafforzare questa capacit\u00e0.<\/p>\n<p>La diatriba sull\u2019accesso alla stanza dei bottoni tradisce spesso una battaglia di status. Non vi \u00e8 dubbio che riformare la composizione del CdS \u00e8 essenziale per traghettarlo nel XXI secolo. Senza una parallela riforma nei meccanismi di funzionamento, per\u00f2, il suo impatto sulla realt\u00e0 internazionale rischia di restare immutato, a prescindere da chi sieder\u00e0 attorno al suo tavolo. Avremmo solo un CdS pi\u00f9 affollato e, per questo, ancora meno funzionante.<\/p>\n<p>La rosa di giocatori e le loro caratteristiche, in altre parole, \u00e8 la precondizione per ottenere buoni risultati. Ma se gli schemi non verranno anch\u2019essi profondamente aggiornati, la squadra potrebbe non migliorare le prestazioni. E rischier\u00e0 di ripetere gli insuccessi delle passate stagioni.<\/p>\n<p>.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Per riformare il Consiglio di sicurezza (CdS) dell\u2019Onu \u00e8 necessario cambiare la sua composizione. 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