{"id":18230,"date":"2011-07-26T00:00:00","date_gmt":"2011-07-25T22:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/libia-verso-il-baratro\/"},"modified":"2017-11-03T15:32:01","modified_gmt":"2017-11-03T14:32:01","slug":"libia-verso-il-baratro","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2011\/07\/libia-verso-il-baratro\/","title":{"rendered":"Libia verso il baratro"},"content":{"rendered":"<p>La Francia ha annunciato in questi giorni che per una soluzione politica in Libia non \u00e8 necessario che Gheddafi abbandoni il paese. \u00c8 l\u2019ultima di una serie di dichiarazioni ufficiali che, se analizzate una ad una, rivelano una condotta politica a dir poco incoerente e improvvisata.<\/p>\n<p>Tralasciamo pure il repentino ribaltamento della politica occidentale verso Tripoli compiuto con la decisione di intervenire militarmente, giustificata solo parzialmente dall\u2019azione repressiva sui rivoltosi condotta dal regime. La mera analisi dell\u2019azione militare alleata mostra chiaramente che fin dall\u2019inizio l\u2019obiettivo non era solo quello, dichiarato, di proteggere la popolazione, ma anche quello di cacciare Gheddafi.<\/p>\n<p><b>Errori di valutazione<\/b><br \/>Dopo pochi giorni di raid aerei sulla Libia, l\u2019obiettivo del cambio di regime (<i>regime change<\/i>) \u00e8 diventato palese (\u201cGheddafi deve andarsene\u201d) nelle dichiarazioni pubbliche dei rappresentanti dei paesi che partecipavano alla missione. Dal momento in cui l\u2019obiettivo della missione \u00e8 passato dalla protezione dei civili alla rimozione del rais, di fatto si \u00e8 esposta sempre pi\u00f9 la Nato a un possibile fallimento. Ogni giorno di permanenza al potere di Muammar Gheddafi costituisce una vittoria per lui e una sconfitta per i paesi dell\u2019Alleanza.<\/p>\n<p>\u00c8 una questione che riguarda l\u2019opportunit\u00e0 dell\u2019intervento, ma anche i mezzi e gli obiettivi dello stesso. Se i costi della guerra e l\u2019evidente contrariet\u00e0 delle opinioni pubbliche occidentali a qualsiasi intervento terrestre imponevano dei vincoli chiari alla missione, bisognava perlomeno delimitare conseguentemente gli obiettivi. L\u2019azione militare \u00e8 nata in realt\u00e0 nella falsa speranza o, meglio, nella valutazione errata, di una rapida caduta del regime e nella sottovalutazione del consenso che il regime raccoglie ancora in ampia parte della Tripolitania.<\/p>\n<p>Una Francia spinta da un idealismo di convenienza &#8211; legato al rilancio dell\u2019immagine francese in un\u2019area altamente strategica &#8211; ha voluto pi\u00f9 di tutti questa guerra. \u00c8 stato il presidente francese Nicolas Sarkozy a dettarne i tempi, a pressare Barack Obama e a lavorare per l\u2019autorizzazione al Consiglio di sicurezza dell\u2019Onu. In ottica realista qualcuno ha scritto che questa \u00e8 stata la prima guerra di un Mediterraneo post-americano: una conseguenza della riduzione del peso politico statunitense. <\/p>\n<p>In un periodo di declino dell\u2019egemonia, gli Stati Uniti devono essere parsimoniosi nell\u2019uso delle proprie forze: la ricerca del disimpegno da Iraq, Afghanistan e, appunto il riluttante coinvolgimento in Libia ne sarebbero la testimonianza. Una \u201c<i>leadership from behind<\/i>\u201d &#8211; (guida indiretta) come \u00e8 stata definita benevolmente dalla stessa amministrazione &#8211; che ha in realt\u00e0 permesso alla Francia di avere una guida politica nell\u2019azione.<\/p>\n<p><b>Italia, Italietta<\/b><br \/>Quando l\u2019Italia ha visto che contro Gheddafi si schieravano gli alleati occidentali, Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti, non ha potuto fare altrimenti che abbandonare \u201cl\u2019amico\u201d e scommettere sul buon esito del <i>regime change<\/i>, una sorta di salto sul carro del vincitore necessario alla tutela degli interessi nazionali. In teoria, un\u2019Italia pi\u00f9 autorevole e dotata di risorse e mezzi, avrebbe potuto giocare un ruolo diverso (sull\u2019esempio di Turchia e Germania). Nel passato, basti ricordare gli anni Ottanta e l\u2019intervento armato degli Usa proprio contro la Libia, non erano mancate prese di posizioni molto diverse.<\/p>\n<p>Oggi all\u2019Italia, che ha pi\u00f9 interessi in gioco di molti altri (dal petrolio, al gas, alla stabilit\u00e0 politica, ai confini delle frontiere) conviene non chiudere la scommessa e lavorare ancora per la caduta di Gheddafi, non accodandosi passivamente a scelte altrui. L\u2019Italia ha preso pienamente parte alla missione sovrastimando probabilmente le forze Nato e la determinazione degli Usa. Oggi sono infatti gli stessi francesi e americani a cercare una soluzione di compromesso alla perdurante guerra civile. Il ministro degli esteri francese, Alain Jupp\u00e9, concede che \u201cGheddafi potrebbe restare nel paese, se rinunciasse al potere\u201d, ricevendo per\u00f2 il diniego dello stesso Colonnello.<\/p>\n<p>I francesi hanno in ogni caso relativamente poco da perdere. Guadagnerebbero comunque da una soluzione di compromesso o da uno stallo. Di fatto, gi\u00e0 oggi questa impasse si concretizza nella divisione del paese in due: la Tripolitania del regime dittatoriale di Gheddafi, sotto sanzioni internazionali e isolata; la Cirenaica liberata del Consiglio nazionale di transizione (Cnt), amica di Parigi e rafforzata dal sostegno politico, finanziario e militare dai paesi europei e da parte del mondo arabo. La seconda opzione francese, al di l\u00e0 dell\u2019imbarazzo della mancata scomparsa di Gheddafi dalla scena politica, porterebbe comunque, in prospettiva, importanti risultati per Parigi, a cominciare da un rapporto privilegiato con la Cirenaica, soprattutto se i rivoltosi entrassero in pieno possesso dei terminal petroliferi sulla costa del Golfo della Sirte.<\/p>\n<p>Se le cause endogene di questa crisi non sono state irrilevanti &#8211; a cominciare da una buona dose di spontaneit\u00e0 della rivolta nelle citt\u00e0 della Cirenaica &#8211; quelle alimentate dall\u2019esterno sono state prevalenti. In egual misura gli scenari futuri del paese dipenderanno dall\u2019impegno internazionale contro il regime di Gheddafi. Pi\u00f9 delle bombe potranno le sanzioni e il blocco che impedisce a Gheddafi di svolgere il ruolo di distributore della rendita (che otteneva dai proventi del petrolio) e ostacola il rifornimento di armi e approvvigionamenti di benzina.<\/p>\n<p><b>Rischio implosione<\/b><br \/>Sembra difficile, tuttavia, un\u2019alternativa all\u2019ipotesi dell\u2019implosione del regime. Nonostante i progressi sul terreno militare, i ribelli hanno conquistato a fatica dopo pi\u00f9 di tre mesi la terza citt\u00e0 del paese, Misurata: quanto ci metterebbero, e con quali conseguenze umanitarie, a prendere la roccaforte del regime, Tripoli? Difficile valutarlo. La scelta di lavorare su ulteriori defezioni del regime, come l\u2019Italia \u00e8 riuscita a fare con successo, e tentare di logorare il consenso attorno ad esso appare ancora l\u2019unica possibilit\u00e0, seppure, forse, non risolutiva.<\/p>\n<p>L\u2019attuale situazione si profila come una vera e propria sfida di resistenza: pi\u00f9 si daranno segnali di debolezza a Gheddafi, pi\u00f9 percepir\u00e0 spiragli politici (per esempio da Cina e Russia), pi\u00f9 terr\u00e0 duro nella speranza che governi e opinioni pubbliche occidentali si stanchino dell\u2019incomprensibile guerra che gli stanno conducendo. Le ipotesi di un suo abbandono del potere pur rimanendo in Libia, non appaiono realistiche.<\/p>\n<p>Gheddafi non ricopre incarichi ufficiali da molti anni e governa il paese tramite legami informali, prevalentemente clanici. Chi gli impedirebbe di continuare a farlo? Anche se si piegasse a questa soluzione ci troveremmo in balia di uno stato instabile, costantemente minacciato nella sua esistenza. Sarebbe un\u2019ulteriore complicazione da aggiungere a gi\u00e0 rilevanti fattori di preoccupazione sul paese: un\u2019identit\u00e0 nazionale debole, le accese rivalit\u00e0 regionali, l\u2019influenza tribale e la crescente diffusione di un islamismo radicale.<\/p>\n<p>Mentre la comunit\u00e0 internazionale e lo stesso inviato dell&#8217;Onu proveranno nei prossimi giorni a convincere Tripoli ad accettare un piano politico fondato sul cessate il fuoco e sulla creazione di un Consiglio di transizione formato da rappresentanti delle due parti in conflitto, ma senza Gheddafi o membri della sua famiglia, ci\u00f2 che realmente si prospetta \u00e8 un periodo imprecisato di instabilit\u00e0 o fragilit\u00e0 del paese. Ad oggi, l\u2019unica soluzione accettabile per l\u2019immagine della Nato, per la stabilit\u00e0 dell\u2019intera area mediterranea e per l\u2019interesse nazionale dell\u2019Italia, sarebbe la caduta del regime di Gheddafi. Purtroppo, per\u00f2, nell\u2019immediato, questa appare anche la soluzione pi\u00f9 difficile .<\/p>\n<p>Per il futuro, nella migliore delle ipotesi la Libia avr\u00e0 bisogno di un complesso processo di riconciliazione nazionale e della creazione di nuove istituzioni. Si tratterebbe di una vera impresa di <i>nation building<\/i>, non solo di <i>state building<\/i>: alle due identit\u00e0 nazionali del passato, la Senussia (nonostante qualcuno voglia riproporla) e la Jamahiyria, si dovr\u00e0 sostituire qualcosa di nuovo, che ora per\u00f2 appare difficile individuare.<\/p>\n<p>Il risultato migliore che ne potrebbe derivare sarebbe uno stato debole, frutto di molti compromessi e che difficilmente potrebbe rinunciare alla distribuzione alla popolazione della rendita di petrolio e gas, unica, vera e straordinaria risorsa del paese. Potrebbe quindi venir ripristinato, seppur in altre forme, il patto sociale dell\u2019era Gheddafi: un governo che \u201ccorrompe\u201d il cittadino elargendo vitalizi e beni primari, in cambio dell\u2019acquiescenza nei confronti della gestione del potere. Il cammino verso una Libia democratica \u00e8 tutto in salita.<\/p>\n<p>. <\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La Francia ha annunciato in questi giorni che per una soluzione politica in Libia non \u00e8 necessario che Gheddafi abbandoni il paese. \u00c8 l\u2019ultima di una serie di dichiarazioni ufficiali che, se analizzate una ad una, rivelano una condotta politica a dir poco incoerente e improvvisata. 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