{"id":18290,"date":"2011-08-09T00:00:00","date_gmt":"2011-08-08T22:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/repubblicani-alla-ricerca-del-realismo-perduto\/"},"modified":"2017-11-03T15:31:59","modified_gmt":"2017-11-03T14:31:59","slug":"repubblicani-alla-ricerca-del-realismo-perduto","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2011\/08\/repubblicani-alla-ricerca-del-realismo-perduto\/","title":{"rendered":"Repubblicani alla ricerca del realismo perduto"},"content":{"rendered":"<p>Consapevoli che sar\u00e0 l\u2019economia a decidere le presidenziali del 2012, i candidati del partito repubblicano non sembrano particolarmente interessati alla politica estera. La maggior parte della quindicina attualmente in lizza non ha ancora, nel proprio team di consiglieri, esperti in materia. <\/p>\n<p>Fatta eccezione per Jon Huntsman, ambasciatore a Singapore sotto Bush senior. e poi a Pechino (2009-2011) con Obama, e Mitt Romney, che si porta dietro la squadra del 2008, quando partecip\u00f2 alle primarie, i candidati repubblicani hanno per ora visioni di politica estera appena abbozzate. Per quel poco che se ne sono occupati, hanno puntato soprattutto a sfruttare le difficolt\u00e0 che ha incontrato l\u2019amministrazione Obama nell\u2019affrontare le varie sfide internazionali, dai rapporti col Pakistan alla risposta alla primavera araba.<\/p>\n<p>C\u2019\u00e8 per\u00f2 una critica di fondo, di natura culturale e ideologica, che i conservatori rivolgono ad Obama: quella di aver \u2018svenduto\u2019 la potenza americana, rassegnandosi al declino del paese come fosse un destino ineluttabile. <\/p>\n<p>Il fatto \u00e8 che, secondo i repubblicani, a Obama difettano lo spirito patriottico e il senso dell\u2019interesse nazionale. Le frange estreme del movimento conservatore, poi, che non si sono mai riconciliati con la complessa biografia del presidente, continuano a pensare che egli non sia un \u2018vero americano\u2019.<\/p>\n<p>Ma su questo terreno i conservatori si sono trovati ben presto spiazzati. All\u2019inizio della sua presidenza Obama aveva proposto grandi \u2018visioni\u2019 &#8211; la \u2018pace\u2019, un \u2018mondo senza armi nucleari\u2019, il multilateralismo &#8211; ma poi ha sempre pi\u00f9 seguito una linea improntata a un pragmatico realismo. Ha cos\u00ec offerto pochi appigli a coloro che intendevano trasferire alla politica estera la battaglia fortemente ideologica che \u00e8 stata condotta in politica interna, su questioni quali l\u2019assistenza sanitaria e il ruolo dello stato nel risanamento economico. <\/p>\n<p>Come in passato, la politica estera dei democratici non pu\u00f2 essere facilmente incasellata in una categoria analoga a quella del \u2018big government\u2019 in politica interna, essendo in realt\u00e0 il prodotto di diversi impulsi e orientamenti, mediati tra l\u2019altro dal contesto internazionale del momento.<\/p>\n<p><b>Terreno scivoloso<\/b><br \/>A ci\u00f2 si aggiungono i contrasti interni allo stesso partito repubblicano, sempre pi\u00f9 diviso tra una componente americano-centrica ma internazionalista, e una non meno americano-centrica ma neo-isolazionista. Non sono differenze nuove, avendo origine nelle diverse ideologie che compongono tradizionalmente la galassia del conservatorismo americano.<\/p>\n<p>La crisi finanziaria e il venire meno del collante creato dal trauma collettivo dell\u201911 settembre le hanno per\u00f2 esasperate e rese pi\u00f9 visibili. Per l\u2019establishment conservatore ridurre la distanza tra queste due correnti, marcando al contempo una distanza dall\u2019ingombrante eredit\u00e0 di Bush, non sar\u00e0 facile.<\/p>\n<p>Nel complesso, dunque, bench\u00e9 l\u2019amministrazione Obama abbia ancora molti fronti problematici aperti &#8211; si pensi alle persistenti difficolt\u00e0 in Afghanistan e all\u2019assenza di risultati su dossier centrali quale il nucleare iraniano &#8211; la politica estera rimane un terreno scivoloso per i repubblicani. Non \u00e8 detto peraltro che divenga un tema centrale della contesa politico-elettorale dei prossimi mesi. <\/p>\n<p>Tra qui e il 2012, salvo colpi di scena, la politica internazionale pare destinata ad essere discussa soprattutto tra esperti, in larga misura al di fuori del dibattito pubblico pi\u00f9 ampio. Non \u00e8 uno sviluppo necessariamente negativo. Nel caso dei repubblicani, potrebbe favorire l\u2019emergere di una prospettiva condivisa e moderata, che metta al centro l\u2019analisi del sistema internazionale invece che la polemica politica.<\/p>\n<p>Vi sono, in ogni caso, alcuni elementi che, in questa fase, distinguono i repubblicani dai democratici in politica estera: quella che i sostenitori di Obama vedono come un\u2019inevitabile ristrutturazione dell\u2019influenza Usa nel mondo \u00e8 tacciata di \u2018declinismo\u2019 dai repubblicani. I quali sono anche uniformemente convinti che Obama si sia mostrato troppo critico nei confronti di Israele e non abbia compreso completamente la sfida non solo economica, ma soprattutto geopolitica che la Cina pone al primato internazionale degli Usa. I repubblicani sono anche uniti da un forte scetticismo sulla politica di \u2018<i>engagement<\/i>\u2019 intrapresa da Obama nei confronti dei paesi che perseguono interessi contrastanti con quelli degli Usa in varie regioni del mondo.<\/p>\n<p><b>Ricetta confusa<\/b><br \/>Al contempo risulta difficile comprendere di quali ingredienti si componga l\u2019approccio alternativo a quello di Obama invocato a gran voce dai repubblicani. Romney, l\u2019ex governatore del Minnesota, Tim Pawlenty, e la candidata del <i>Tea Party<\/i> Michele Bachmann, sostengono che al \u2018declinismo\u2019 di Obama, fatto di \u2018dialoghi strategici\u2019 ed \u2018<i>engagement<\/i>\u2019, vada contrapposta una politica estera \u2018muscolare\u2019 e \u2018assertiva\u2019, meno incline ai compromessi e in ogni caso sgombra da \u2018sensi di colpa\u2019. <\/p>\n<p>Il libro di Romney, <i>No Apology<\/i>, veicola chiaramente questo messaggio. Pawlenty, dal canto suo, in un recente discorso al <i>Council on Foreign Relations <\/i>sulla primavera araba, \u00e8 sembrato addirittura rispolverare la <i>freedom agenda <\/i>di Bush in Medio Oriente.<\/p>\n<p>Va puntualizzato, tuttavia, che anche l\u2019\u2018americanismo\u2019 di Romney fa ora un chiaro riferimento alla necessit\u00e0 di alleanze forti e che nessun candidato principale, neanche Pawlenty, che si \u00e8 circondato di consiglieri con simpatie neoconservatrici, d\u00e0 credito all\u2019\u2018illusione unipolare\u2019 degli anni di Bush.<\/p>\n<p>Pur convinta che la politica di Obama sia stata \u2018arrendevole\u2019, Michele Bachmann, per diverse settimane seconda dopo Romney nei sondaggi, si \u00e8 detta per\u00f2 a favore del ritiro dall\u2019Afghanistan, opponendosi anche alla prosecuzione delle ostilit\u00e0 in Libia. Molti dei candidati del movimento <i>Tea Party<\/i> riconoscono infatti che, per far fronte alle difficolt\u00e0 interne, bisogna ridurre gli impegni internazionali.<\/p>\n<p><b>Un nuovo realismo?<\/b><br \/>Se lo sfidante di Obama nel 2008, il senatore John McCain, continua tetragono a predicare un vangelo interventista, trovando in verit\u00e0 ancora ascolto in una parte dei repubblicani, sembra che Huntsman stia lavorando ad una posizione mediana in grado di ricomporre, almeno in parte, le divergenze tra le varie anime del partito. <\/p>\n<p>\u00c8 una sintesi realista, pi\u00f9 che ideologica. Huntsman, che \u00e8 consigliato tra gli altri da Brent Scowcroft, l\u2019ex-consigliere per la sicurezza di Gerard Ford e Bush senior, vede il mondo attraverso il prisma dell\u2019interesse nazionale, e pone perci\u00f2 l\u2019accento soprattutto sulle sfide poste dalla Cina e da altri soggetti emergenti. Ma proprio per questo si &#1104; mostrato assai cauto sulla continuazione delle missioni in Afghanistan e in Libia, la cui importanza strategica per gli interessi americani \u00e8 sempre pi\u00f9 messa in discussione. <\/p>\n<p>Huntsman pare concordare con l\u2019analista Michael Mandelbaum sostenitore di una politica che faccia degli Usa una <a href= \"http:\/\/www.project-syndicate.org\/commentary\/mandelbaum3\/English\" target= \"blank\"><b><u>frugal superpower<\/u><\/b><\/a> capace di selezionare con molta pi\u00f9 prudenza ed accortezza i suoi interventi all\u2019estero.<\/p>\n<p>Questa tendenza a de-ideologizzare la politica estera potrebbe di fatto avvicinare i repubblicani alle posizioni dell\u2019amministrazione Obama. C\u2019\u00e8 d\u2019altronde gi\u00e0 un precedente illustre: il repubblicano Bob Gates, capo del Pentagono nei primi tre anni del mandato di Obama e fautore di un approccio pragmatico e realista. <\/p>\n<p>Se elaborata dagli specialisti, al di fuori dei riflettori mediatici, la visione propugnata da Huntsman potrebbe gradualmente rafforzarsi all\u2019interno del partito, mettendo ai margini sia il neoisolazionismo sia quel che rimane dell\u2019illusione neoconservatrice. Ma si tratta di un tentativo ancora incerto ed embrionale, che potrebbe avere vita breve (Huntsman non \u00e8 tra i candidati favoriti).<\/p>\n<p>Dopo otto anni di bushismo \u00e8 facile dimenticarsi che i repubblicani sono stati il partito di Nixon, che gi\u00e0 parlava di multipolarismo nei primi anni \u201870 (a \u2018<i>pentagon of power<\/i>\u2019) e che, con l\u2019apertura alla Cina, pose le basi per la vittoria sull\u2019Urss ben prima delle \u2018crociate\u2019 di Reagan. <\/p>\n<p>Chiss\u00e0 se da partito sempre pi\u00f9 \u2018della protesta\u2019, cassa di risonanza delle insicurezze dell\u2019America in un mondo sempre pi\u00f9 plurale, il partito repubblicano torner\u00e0 ad essere quello dell\u2019internazionalismo moderato, ma lucido e lungimirante dell\u2019<i>enlighted national interest<\/i>.<\/p>\n<p>.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Consapevoli che sar\u00e0 l\u2019economia a decidere le presidenziali del 2012, i candidati del partito repubblicano non sembrano particolarmente interessati alla politica estera. 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