{"id":18380,"date":"2011-08-31T00:00:00","date_gmt":"2011-08-30T22:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/il-nuovo-egitto-che-preoccupa-israele\/"},"modified":"2017-11-03T15:31:56","modified_gmt":"2017-11-03T14:31:56","slug":"il-nuovo-egitto-che-preoccupa-israele","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2011\/08\/il-nuovo-egitto-che-preoccupa-israele\/","title":{"rendered":"Il nuovo Egitto che preoccupa Israele"},"content":{"rendered":"<p>A met\u00e0 agosto un\u2019improvvisa ondata di violenza ha colpito il sud di Israele. Una serie di attacchi terroristici compiuti da un commando, infiltratosi nel paese dal Sinai, e il lancio di pi\u00f9 di 70 razzi dalla Striscia di Gaza hanno provocato nove morti e decine di feriti. Gerusalemme ha risposto uccidendo 14 tra militanti e civili palestinesi di Gaza &#8211; tra cui alcuni membri dei Comitati di resistenza popolare (Crp), ritenuti responsabili degli attentati &#8211; e otto cittadini egiziani, cinque membri delle forze di sicurezza e tre terroristi che avevano preso parte all\u2019azione.<\/p>\n<p><b>Vuoto di potere<\/b><br \/>Indipendentemente dalla reale responsabilit\u00e0 degli attacchi &#8211; permangono tuttora dubbi sulla composizione del commando terroristico e sul ruolo avuto dai Crp &#8211; \u00e8 evidente che dopo la caduta di Mubarak in Egitto si sia creato un pericoloso vuoto di potere nel Sinai, con il rischio di infiltrazioni di cellule di Al Qaeda. Israele ha quanto mai bisogno di una stretta collaborazione politica e militare con l\u2019Egitto, per evitare che il fronte sud &#8211; da trent\u2019anni il pi\u00f9 calmo &#8211; possa diventare nuovamente caldo.<\/p>\n<p>A seguito della rivoluzione egiziana, tuttavia, i rapporti tra i due paesi si sono fatti molto pi\u00f9 tesi. La ferma risposta de Il Cairo &#8211; la minaccia, poi rientrata, di ritirare l\u2019ambasciatore da Tel Aviv se il governo israeliano non avesse presentato formali scuse per aver ucciso cinque tra soldati e poliziotti egiziani &#8211; lo conferma. In quest\u2019ottica va letta la saggia decisione del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu di escludere un\u2019operazione militare a Gaza su larga scala, in risposta agli attentati, sebbene da membri del governo e dell\u2019opposizione si fossero levate voci in tal senso. L\u2019Egitto di oggi, infatti, non acconsentirebbe pi\u00f9 tacitamente ad una nuova offensiva a Gaza, come aveva fatto Mubarak tre anni fa.<\/p>\n<p>La tensione tra Egitto e Israele non \u00e8 la sola conseguenza della \u201cprimavera araba\u201d. Che il Medioriente sia profondamente cambiato lo testimonia la debolezza in cui versa il blocco dei paesi arabi \u201cmoderati\u201d, guidato sino a pochi mesi fa da Arabia Saudita ed Egitto. Fermo restando, almeno per il momento, il rispetto degli Accordi di Camp David. Il Cairo ha, infatti, deciso di mettere in discussione la propria precedente politica estera. Il che significa, da un lato, una minore sudditanza rispetto a Washington e, dall\u2019altro, una diversa strategia regionale, a partire da un migliore rapporto con l\u2019Iran. Il tutto, provocando forti preoccupazioni in Israele.<\/p>\n<p><b>Fragilit\u00e0 regionale<\/b><br \/>Se il fronte dei \u201cmoderati\u201d \u00e8 indebolito, quello dei \u201cradicali\u201d non gode certo di miglior salute. La situazione in Siria, sempre pi\u00f9 isolata diplomaticamente, \u00e8 critica e Teheran rischia di trovarsi completamente sola se perde Damasco, suo partner privilegiato. Allo stesso tempo, il presunto blocco dei finanziamenti di Teheran ad Hamas come ritorsione del mancato appoggio offerto dall\u2019organizzazione palestinese ad Assad, se fosse confermato dimostrerebbe lo scollamento in corso all\u2019interno del blocco dei \u201cradicali\u201d.<\/p>\n<p>La fermezza con cui Hamas ha imposto la fine del lancio di missili da Gaza contro Israele, dichiarando una tregua immediata, pu\u00f2 essere letta in tal senso: senza i referenti di Damasco e Teheran, l\u2019organizzazione deve ripensare la propria strategia. D\u2019altronde, che Hamas sia maggiormente disposta a compromessi lo conferma il duplice negoziato in cui \u00e8 coinvolta, quello per creare un governo unico con Fatah e quello finalizzato a raggiungere un accordo con Israele per il rilascio del militare israeliano Gilad Shalit, rapito nel giugno 2006.<\/p>\n<p>\u00c8 indubbio, tuttavia, che chi ha maggiormente subito le conseguenze della caduta di Mubarak sia Israele. In un periodo in cui le relazioni con la Turchia continuano a essere tese &#8211; l\u2019ambasciatore turco a Tel Aviv, richiamato un anno fa, non \u00e8 ancora stato sostituito; nonostante l\u2019imminente scadenza del mandato dell\u2019ambasciatore israeliano ad Ankara, non \u00e8 ancora stato scelto un successore per paura che il governo turco possa rifiutarne l\u2019accreditamento &#8211; la caduta di Mubarak ha significato per Israele la perdita dell\u2019alleato arabo pi\u00f9 influente in Medio Oriente. Certo, rimane sempre la Giordania, ma non \u00e8 molto.<\/p>\n<p><b>Freddezza americana<\/b><br \/>Alla solitudine regionale israeliana si sommano la difficolt\u00e0 dei rapporti con Washington &#8211; nonostante l\u2019accoglienza trionfale riservata a Netanyahu a fine maggio da Congresso e Senato, riuniti congiuntamente, e il recente apprezzamento per il governo israeliano da parte del nuovo ambasciatore americano a Tel Aviv, Dan Shapiro &#8211; e la freddezza nelle relazioni con una serie di governi europei.<\/p>\n<p>La tempistica non \u00e8, peraltro, la migliore. Fra meno di un mese, infatti, all\u2019Assemblea generale delle Nazioni Unite verr\u00e0 votata la mozione per il riconoscimento di uno Stato palestinese all\u2019interno dei confini pre-1967, con Gerusalemme est capitale. Indipendentemente dal valore giuridico, tale voto significa moltissimo dal punto di vista politico e simbolico. Soprattutto per Israele, che con un altro voto, il 29 novembre 1947, vide approvata la risoluzione che poneva le basi per la nascita di uno Stato ebraico.<\/p>\n<p>L\u2019importanza della posta in gioco \u00e8 evidente se si considera come la \u201ccaccia al voto\u201d, aperta ormai da mesi, prosegua febbrilmente. Si susseguono le missioni diplomatiche israeliane e palestinesi anche nei confronti dei paesi pi\u00f9 piccoli, dall\u2019Honduras al Nepal, da San Marino all\u2019Albania, tanto per fare alcuni nomi.<\/p>\n<p><b>Occasione europea<\/b><br \/>In tutto questo, mentre gli Stati Uniti sono defilati &#8211; Obama non ha pi\u00f9 fatto alcuna dichiarazione sul conflitto israelo-palestinese dopo maggio &#8211; \u00e8 l\u2019Unione europea a giocare un ruolo decisivo. <\/p>\n<p>Sinora, ogni paese membro sembra essere intenzionato a votare autonomamente. Germania e Italia si sono dichiarate contro il riconoscimento dello Stato palestinese; Spagna, Svezia e Irlanda a favore; Francia e Gran Bretagna non si sono ancora pronunciate. La questione sar\u00e0 al centro anche del prossimo Consiglio dei Ministri degli Esteri dell\u2019Ue di settembre.<\/p>\n<p>In un momento in cui la crisi finanziaria spinge l\u2019Unione a compattarsi, sar\u00e0 interessante vedere come essa sapr\u00e0 presentarsi ad un appuntamento diplomatico cos\u00ec importante con una posizione unitaria. Sarebbe un\u2019occasione preziosa per porsi come mediatore politico autorevole ed evitare di lasciare a Washington il ruolo di arbitro. Tanto pi\u00f9 che i risultati raggiunti dalla presidenza Obama sono stati, sinora, piuttosto scarsi.<\/p>\n<p>.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>A met\u00e0 agosto un\u2019improvvisa ondata di violenza ha colpito il sud di Israele. 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