{"id":18780,"date":"2011-10-10T00:00:00","date_gmt":"2011-10-09T22:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/la-nato-dopo-la-libia\/"},"modified":"2017-11-03T15:31:44","modified_gmt":"2017-11-03T14:31:44","slug":"la-nato-dopo-la-libia","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2011\/10\/la-nato-dopo-la-libia\/","title":{"rendered":"La Nato dopo la Libia"},"content":{"rendered":"<p>La missione Nato <i>Unified Protector<\/i>, in Libia, ha segnato significative novit\u00e0 nell\u2019evoluzione recente dell\u2019Alleanza, ha confermato importanti elementi di continuit\u00e0, e ha evidenziato gravi e persistenti criticit\u00e0 specie tra i paesi europei.<\/p>\n<p>La prima rilevante novit\u00e0 consiste nel fatto che la missione si \u00e8 svolta nonostante l\u2019opposizione politica della Germania e senza la partecipazione alle operazioni di circa met\u00e0 degli stati membri della Nato. Occorre tuttavia notare che in sede di Consiglio Nord Atlantico, il massimo organo decisionale dell\u2019Alleanza, tutte le decisioni vengono prese per <i>consensus<\/i>, e quella su <i>Unified Protector <\/i>non ha fatto eccezione: la Germania non si \u00e8 formalmente opposta, cos\u00ec come non si \u00e8 opposta nel voto al Consiglio di sicurezza dell\u2019Onu.<\/p>\n<p>\t<b>Due velocit\u00e0<\/b><br \/>La forte, e palese, divergenza politica che si \u00e8 manifestata all\u2019interno dell\u2019Alleanza, piuttosto che sfociare in una frattura come ai tempi dell\u2019intervento in Iraq, \u00e8 stata ricomposta in una formula per cui i paesi decisi ad agire l\u2019hanno fatto attraverso le strutture comuni Nato ed in particolare il comando militare integrato, cui contribuiscono tutti e 28 gli stati membri, inclusa la Germania. <\/p>\n<p>\u00c8 presto per dire se ci\u00f2 segna un ulteriore passo nella direzione di un\u2019Alleanza \u201ca due velocit\u00e0\u201d, in cui cio\u00e8 alcuni paesi intervengono e altri lasciano fare, ma nel caso libico si \u00e8 trattato probabilmente dell\u2019unico<i> modus operandi<\/i> in grado di far partire le operazioni. <i>Modus operandi <\/i>che ha visto comunque i paesi membri, Francia e Gran Bretagna<i> in primis <\/i>ma non solo, muoversi indipendentemente da <i>Unified Protector <\/i>quanto all\u2019utilizzo di forze speciali sul terreno libico, e che ha lasciato anche una certa autonomia nazionale nelle regole di ingaggio per elicotteri e caccia.<\/p>\n<p>\tLa seconda novit\u00e0, che ha avuto meno risalto sui media, \u00e8 stata la partecipazione a <i>Unified Protector <\/i>di paesi arabi quali Giordania, Qatar ed Emirati Arabi Uniti. A livello operativo tale partecipazione \u00e8 stata estremamente limitata, poco pi\u00f9 che simbolica. Ma proprio il messaggio simbolico ha un certo peso politico. La partecipazione dei rappresentanti dei tre paesi alle riunioni del Consiglio Nord Atlantico in \u201cformato <i>Unified Protector<\/i>\u201d &#8211; cio\u00e8 i 28 paesi membri dell\u2019Alleanza pi\u00f9 i paesi contributori &#8211; ha segnato un importante passo in avanti nella cooperazione tra Nato e paesi arabi.<\/p>\n<p>\t<b>Passi avanti<\/b><br \/>In questo formato i paesi contributori non hanno un diritto di veto, e quindi non sono equiparati ai paesi membri dell\u2019Alleanza, tuttavia possono contribuire attivamente al processo decisionale. Ci\u00f2 non ha rappresentato una novit\u00e0 assoluta, in quanto gi\u00e0 da anni, quando si discute della missione Nato in Afghanistan, il Consiglio si riunisce in \u201cformato Isaf\u201d, cio\u00e8 i 28 paesi membri pi\u00f9 altri 20 paesi contributori. <\/p>\n<p>\u00c8 stata per\u00f2 una novit\u00e0 relativa rispetto al <i>Mediterranean Dialogue<\/i> e all\u2019<i>Istanbul Cooperation Initiative<\/i> (Ici), i due partenariati Nato con i paesi del Mediterraneo e del Golfo lanciati rispettivamente nel 1994 e nel 2004, che finora erano andati poco oltre un\u2019azione di <i>confidence building<\/i>.<\/p>\n<p>Alla luce dei cambiamenti nel mondo arabo, e sulla base della cooperazione attuatasi nei sette mesi di missione<i> Unified Protector<\/i>, in futuro potrebbe esserci qualche evoluzione anche su questo fronte. La Libia potrebbe, ad esempio, essere inclusa tra i partner della Nato, nel caso in cui la transizione dovesse andare a buon fine. La cooperazione nell\u2019ambito di <i>Unified Protector<\/i> ha riguardato anche organizzazioni regionali quali la Lega araba e l\u2019Unione africana, con il presidente di quest\u2019ultima che ha partecipato a diverse riunioni del Consiglio, nonch\u00e9 con l\u2019Onu il cui mandato \u00e8 stato considerato una <i>conditio sine qua non <\/i>per l\u2019intervento.<\/p>\n<p>In generale, l\u2019approccio \u00e8 sostanzialmente in linea con il Concetto strategico adottato dalla Nato nel 2010, in quanto non ambisce ad un ruolo globale della Nato in quanto tale, ma a raggiungere una capacit\u00e0 di intervento fuori dal teatro strettamente europeo soprattutto grazie a partenariati con paesi terzi e altre organizzazioni internazionali. <\/p>\n<p>Capacit\u00e0 che non si traduce necessariamente in operazioni di terra su larga scala, come in Afghanistan, per le quali non ci sono n\u00e9 la volont\u00e0 politica n\u00e9 le risorse: non a caso <i>Unified Protector <\/i>\u00e8 stata prorogata fino alla fine del 2011 senza prevedere una missione di terra, e se non vi saranno cambiamenti radicali sul terreno &#8211; sempre possibili &#8211; \u00e8 probabile che la missione abbia termine nei tempi previsti, lasciando spazio ad altre forme di assistenza e partenariato.<\/p>\n<p>\t<b>Americani ed europei<\/b><br \/>Altra novit\u00e0 significativa di <i>Unified Protector <\/i>\u00e8 stato il diverso ruolo degli Stati Uniti, rispetto alla indiscussa leadership politica e militare esercitata ad esempio in ambito Isaf, in Afghanistan. A livello politico, se \u00e8 vero che formalmente Francia, Gran Bretagna e Canada hanno avuto la guida formale dell\u2019operazione &#8211; con i primi due molto esposti sul piano politico, diplomatico e mediatico &#8211; gli Stati Uniti hanno comunque contribuito significativamente alla definizione delle linee guida della missione, in sede di Consiglio e di Gruppo di contatto.<\/p>\n<p>A livello militare, se \u00e8 vero che Francia, Gran Bretagna e Italia hanno condotto la stragrande maggioranza delle sortite aeree, con un contributo minore da parte di mezza dozzina di altri paesi membri, \u00e8 anche vero che le strutture americane sono state indispensabili per le operazioni. <\/p>\n<p>Le capacit\u00e0 statunitensi, non solo nella prima fase di attacchi missilistici, si sono infatti rivelate insostituibili per stabilire la<i> no-fly zone <\/i>sulla Libia. Ma per tutta la durata della campagna aerea sono rimaste vitali soprattutto per quanto riguarda le attivit\u00e0 di <i>Intelligence surveillance and reconnaissance <\/i>(Isr) e il rifornimento in volo. <\/p>\n<p>Altrettanto vitale per la logistica della missione \u00e8 stato l\u2019utilizzo delle basi italiane, senza le quali non sarebbe stato possibile condurre la campagna aerea.<\/p>\n<p>Riguardo ad assetti ed equipaggiamenti, la missione <i>Unified Protector <\/i>ha dunque ulteriormente evidenziato la differenza tecnologica tra Europa e Stati Uniti, e i limiti quantitativi e qualitativi delle capacit\u00e0 europee, incluse quelle inglesi e francesi. La campagna militare \u00e8 stata s\u00ec impegnativa e prolungata, ma certo non oltre le ambizioni dichiarate dai principali paesi del vecchio continente. Ci\u00f2 nonostante i paesi della Nato sono arrivati al traguardo con il fiato corto. Tali  ritardi sono derivati non solo dalla stagnazione dei bilanci della difesa in Europa, ma anche dall\u2019inefficiente uso delle risorse a livello nazionale.<\/p>\n<p>Ci\u00f2 \u00e8 particolarmente vero considerato che, come dimostrato dalla campagna in Libia, occorre mantenere in ambito europeo adeguate capacit\u00e0 per l\u2019intero spettro di operazioni militari, da quelle di contro-guerriglia a quelle di combattimento ad alta intensit\u00e0, in ambito aereo, di terra o marittimo. Il quadro strategico, ormai da anni altamente mutevole e imprevedibile, non permette infatti di escludere nuove crisi e interventi del tipo di quelli compiuti in Libia, Afghanistan, Balcani o Somalia per il contrasto della pirateria, molto diversi tra loro e tuttora in corso.<\/p>\n<p>Alla luce dell\u2019esperienza libica, la riflessione della Nato punta dunque, anche su impulso del Segretario generale, Anders Fogh Rasmussen, sulla cooperazione internazionale e sulla specializzazione produttiva per mantenere lo spettro di capacit\u00e0 necessarie anche in tempi di tagli ai bilanci nazionali.<\/p>\n<p>.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La missione Nato Unified Protector, in Libia, ha segnato significative novit\u00e0 nell\u2019evoluzione recente dell\u2019Alleanza, ha confermato importanti elementi di continuit\u00e0, e ha evidenziato gravi e persistenti criticit\u00e0 specie tra i paesi europei. 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