{"id":18800,"date":"2011-10-12T00:00:00","date_gmt":"2011-10-11T22:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/la-cina-davanti-alla-questione-ambientale\/"},"modified":"2017-11-03T15:31:43","modified_gmt":"2017-11-03T14:31:43","slug":"la-cina-davanti-alla-questione-ambientale","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2011\/10\/la-cina-davanti-alla-questione-ambientale\/","title":{"rendered":"La Cina davanti alla questione ambientale"},"content":{"rendered":"<p>Salita di recente al rango di seconda potenza al mondo per consumo di energia, la Cina detiene anche il triste record di primo paese inquinatore. Secondo il <i>Carbon Dioxide Information Analysis Center<\/i> del Dipartimento dell\u2019energia degli Stati Uniti, nel 2007 la Cina ha emesso pi\u00f9 di 6,5 miliardi di tonnellate di CO2, ovvero il 22,3% delle emissioni totali a livello planetario. Nello stesso anno gli Stati Uniti \u201cpesavano\u201d sull\u2019equilibrio climatico globale per il 19,9%, mentre l\u2019Unione europea (Ue) si attestava al terzo posto con il 14%, seguita dall\u2019India, con il 5,5%. Non c\u2019\u00e8 dunque da stupirsi che la Cina sia stata al centro dell\u2019attenzione mondiale durante la Conferenza di Copenhagen del dicembre 2009 e di quella di Cancun nel novembre-dicembre 2010.<\/p>\n<p><b>Svolta verde?<\/b><br \/>A Copenhagen la Cina \u00e8 stata additata dalla stampa internazionale come principale responsabile del basso profilo dell\u2019accordo finale. Durante la conferenza i rappresentanti cinesi si opposero alla fissazione di qualsiasi obiettivo vincolante di riduzione delle emissioni, non soltanto per il loro paese, ma anche per l\u2019insieme dei paesi industrializzati. Posizione assunta anche a costo di contraddire precedenti dichiarazioni della leadership di Pechino, che da tempo sottolinea la necessit\u00e0 di obbligare i paesi sviluppati a ridurre significativamente le loro emissioni, in conformit\u00e0 con le loro responsabilit\u00e0 storiche e nel rispetto delle esigenze di sviluppo dei paesi meno avanzati.<\/p>\n<p>Questa linea \u00e8 stata seguita anche a Cancun, dove la delegazione cinese ha rifiutato ogni obiettivo di riduzione obbligatoria delle emissioni, accettando solo che il proprio obiettivo unilaterale di riduzione dell\u2019intensit\u00e0 carbonica (definita come quantit\u00e0 media di CO2 necessaria per produrre un\u2019unit\u00e0 percentuale di Pil) del 40-45% entro il 2020 fosse legalmente \u201cancorato\u201d al testo dell\u2019accordo di Cancun tramite una risoluzione delle Nazioni Unite. La discussione su un nuovo regime per la protezione del clima \u00e8 stata rinviata alla conferenza di Durban, che avr\u00e0 luogo alla fine di quest\u2019anno.<br<<br \/>Secondo uno studio del Pew Charitable Trusts, d\u2019altro canto, nel 2010 la Cina ha investito 54,4 miliardi di dollari Usa nella produzione di energie rinnovabili e in altri progetti \u201cverdi\u201d, aumentando la quota degli investimenti in questo settore del 39% rispetto al 2009. Nello stesso periodo, la Germania ha investito 41 miliardi, mentre il \u201cgrande assente\u201d del Protocollo di Kyoto, gli Stati Uniti, ha impegnato 34 miliardi di dollari. Come spiegare questa \u201csvolta verde\u201d della Cina a fronte delle resistenze diplomatiche di Pechino a Copenhagen e Cancun?<\/p>\n<p><b>Sicurezza energetica<\/b><br \/>Molto si deve alla centralit\u00e0 attribuita alla sicurezza energetica nazionale nell&#8217;ambito della politica per il cambiamento climatico adottata dalla Cina nel 2007. L\u2019eccezionale crescita economica degli ultimi trent\u2019anni \u00e8 all\u2019origine di un massiccio aumento del consumo energetico, passato dalle 400 tonnellate equivalenti di petrolio (tep) del 1978 alle 1820 tep nel 2007, con una crescita media annuale del 5,3%. Nella prima parte di questo trentennio, e in particolare durante il periodo di governo di Deng Xiaoping, il paese aveva adottato una politica volta a ridurre il consumo energetico senza compromettere la crescita economica. <\/p>\n<p>Questa politica ha permesso al paese di registrare una forte crescita economica senza un aumento proporzionale del consumo energetico, primo caso tra i paesi in via di sviluppo. Nell\u2019ultimo decennio, tuttavia, e in particolare in seguito all\u2019ingresso della Repubblica popolare cinese nell\u2019Organizzazione mondiale del commercio (Omc), questo trend positivo non si \u00e8 mantenuto. La straordinaria crescita media annuale del 10% tra il 2001 e il 2006 \u00e8 stata accompagnata da un aumento del consumo energetico medio annuale dell\u201911,4%, frutto di una politica pi\u00f9 permissiva, ma anche di un netto aumento dell\u2019urbanizzazione e del miglioramento generale delle condizioni di vita (con relativo incremento dei consumi). <\/p>\n<p>\u00c8 stata la penuria di risorse energetiche, insieme al netto aumento del prezzo del petrolio nel 2004, a indurre Pechino a ripensare la strategia economica nazionale: nell\u2019XI Piano quinquennale (2006-2010) il paese si \u00e8 posto obiettivi ambiziosi, inclusa la riduzione del consumo energetico del 20% e l\u2019aumento della quota di energia ricavata da fonti rinnovabili del 15% entro il 2020.<\/p>\n<p><b>Nuova priorit\u00e0<\/b><br \/>Una seconda grave preoccupazione \u00e8 la questione ambientale. Da decenni il paese paga prezzi altissimi per una crescita economica che va sovente a scapito della tutela dell\u2019ambiente: piogge acide, inquinamento atmosferico, inquinamento idrico, aridit\u00e0 e desertificazione hanno un impatto economico sempre pi\u00f9 pesante, e presentano conseguenze sociali assai pericolose. Non stupisce, dunque, che il nuovo Piano quinquennale (2011-2015) sia presentato come \u201cil pi\u00f9 verde di tutti i piani quinquennali\u201d. <\/p>\n<p>Il governo in particolare ha previsto di perseguire un obiettivo di crescita economica annuo del 7%, riducendo al tempo stesso il consumo energetico del 16% e l\u2019intensit\u00e0 carbonica del 17%. Inoltre, entro il 2015 il governo intende aumentare dell\u201911,4% la quota destinata alle energie rinnovabili e prevede un aumento della superficie forestale del 21,6%. Ma la principale novit\u00e0 di questo piano \u00e8 che per la prima volta la lotta al cambiamento climatico viene menzionata come una delle priorit\u00e0 fondamentali del paese ed \u00e8 posta sullo stesso piano della sicurezza energetica. \u00c8 dunque chiaro che gli imperativi dello sviluppo sostenibile sono ora a pieno titolo al centro delle preoccupazioni del governo cinese. <\/p>\n<p>Molto probabilmente la Cina non muter\u00e0 atteggiamento a livello internazionale e difficilmente accetter\u00e0 obiettivi vincolanti di riduzione delle emissioni, soprattutto se gli Stati Uniti non svolgeranno un ruolo pi\u00f9 efficace di leadership in materia. \u00c8 altamente probabile, invece, che in coerenza con quanto indicato nel Libro bianco sullo sviluppo pacifico analizzato da Giuseppe Gabusi nel numero di ottobre di <i>OrizzonteCina<\/i>, la Cina continui a perseguire in autonomia e con ambizione crescente una strategia di sviluppo pi\u00f9 verde, giacch\u00e9 questa risponde a esigenze interne e non scaturisce da pressioni internazionali che vengono viste come indebite. <\/p>\n<p><i><font size=\"1\"> Articolo pubblicato sul numero di ottobre 2011 di  <a href= \"http:\/\/www.iai.it\/PDF\/OrizzonteCina\/OrizzonteCina_11-10.pdf\" target= \"blank\"><b><u> OrizzonteCina<\/u><\/b><\/a>, rivista online sulla Cina contemporanea a cura di Torino World Affairs Institute e Istituto Affari Internazionali. <\/i><\/font><\/p>\n<p>.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Salita di recente al rango di seconda potenza al mondo per consumo di energia, la Cina detiene anche il triste record di primo paese inquinatore. 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