{"id":18810,"date":"2011-10-13T00:00:00","date_gmt":"2011-10-12T22:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/una-via-duscita-dalla-gabbia-delleuro\/"},"modified":"2017-11-03T15:31:43","modified_gmt":"2017-11-03T14:31:43","slug":"una-via-duscita-dalla-gabbia-delleuro","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2011\/10\/una-via-duscita-dalla-gabbia-delleuro\/","title":{"rendered":"Una via d\u2019uscita dalla gabbia dell\u2019Euro"},"content":{"rendered":"<p>Le difficolt\u00e0 di un piccolo paese come la Grecia rischiano di far saltare l\u2019euro. Colpisce l\u2019incapacit\u00e0 dei leader europei e delle istituzioni comuni (Commissione e Banca centrale europea, Bce) nel fronteggiare un problema che, preso per tempo, sarebbe stato di limitate dimensioni. Aiutare la Grecia significa andare contro le regole che stanno alla base dell\u2019Unione monetaria, pertanto rappresenta un tab\u00f9 difficile da sfatare in assenza di una forte <i>leadership <\/i>europea. \u00c8 dunque necessario capire quali siano le possibili vie d\u2019uscita per l\u2019Europa da una situazione che rischia di avvitarsi pericolosamente.<\/p>\n<p><b>Ipotesi errate<\/b><br \/>\nConviene innanzi tutto fare chiarezza sulle due ipotesi oggi al centro del dibattito: costruzione dall\u2019oggi al domani di un sistema di federalismo fiscale europeo, uscita dall\u2019euro dei paesi deboli. Ambedue le strade sembrano difficilmente praticabili soprattutto per una questione di tempistica, di consenso politico (la prima) e di costi-benefici (la seconda).<\/p>\n<p>Se l\u2019euro sopravvivr\u00e0 a questa crisi, ci troveremo probabilmente davanti ad un rafforzamento delle istituzioni europee nel senso del federalismo fiscale, con un\u2019autorit\u00e0 centrale che avr\u00e0 l\u2019ultima parola sui bilanci nazionali. Questa innovazione, tuttavia, non potr\u00e0 essere introdotta in tempi brevi, sia per i passaggi formali che richiede, sia per un problema di consenso (nella popolazione e nella classe dirigente) in tutti i paesi della Unione europea (Ue).<\/p>\n<p>Anche due passaggi intermedi verso il federalismo fiscale &#8211; aiuti da parte dei paesi forti ai paesi deboli in cambio di impegni sul fronte dei bilanci pubblici, emissione di <i>eurobonds <\/i> &#8211; sembrano oggi difficilmente praticabili. Non risolverebbero inoltre i problemi e avverrebbero al di fuori di un chiaro quadro normativo, risultando scarsamente accettabili da parte dei paesi forti.<\/p>\n<p><b>Uscita dall\u2019Ue<\/b><br \/>\nL\u2019alternativa dell\u2019uscita dall\u2019euro da parte dei paesi deboli appare difficilmente praticabile (in termini di strategia, altra cosa se venisse forzata). Lo scioglimento (<i>breakup<\/i>) dell\u2019Ue \u00e8 un\u2019ipotesi altamente remota &#8211; ma non impossibile &#8211; sia per ragioni politico-istituzionali che per ragioni normative.<\/p>\n<p>\u00c8 possibile uscire dall\u2019Ue per un paese membro? L\u2019uscita dall\u2019Ue \u00e8 regolata dal Trattato dell\u2019Unione europea (Tue), articolo 50. Non \u00e8 possibile uscire dall\u2019Euro area (Ea) senza una simultanea uscita dalla Ue. Il processo di uscita dalla Ue deve essere negoziato dal paese; la procedura si completa quando il Consiglio europeo la approva a maggioranza qualificata. Se la votazione fallisce, l\u2019uscita ha effetto (nel senso che i Trattati cessano di applicarsi al paese membro che ha chiesto di uscire) due anni dopo la richiesta iniziale. I tempi sono dunque tutt\u2019altro che rapidi. Tutto potrebbe cambiare, ovviamente, se i Trattati europei venissero riformati.<\/p>\n<p>Pur ammettendo che la strada dell\u2019uscita dall\u2019Ea fosse praticabile, potrebbe essere considerata anche vantaggiosa? I benefici per la nazione che uscisse sarebbero molto limitati e, comunque, inferiori ai costi. L\u2019uscita di un paese debole dall\u2019Ea sarebbe associata infatti ad una fuga di massa dei correntisti dalle banche e ad un allontanamento degli investitori nazionali ed internazionali dal paese. I mercati, razionalmente, assumerebbero infatti che l\u2019uscita del paese periferico dall\u2019euro determinerebbe l\u2019introduzione di una nuova valuta nazionale con un valore tra il 30 e il 50% pi\u00f9 basso dell\u2019Euro.<\/p>\n<p>Molti dei precedenti contratti di diritto nazionale, inoltre, sarebbero probabilmente ridenominati nella rediviva valuta nazionale. Il sistema bancario del paese uscente collasserebbe persino prima dell\u2019uscita effettiva, con il solo effetto annuncio. Un simile evento rappresenterebbe, di fatto, un atto di <i>default<\/i>. \u00c8 probabile anche che l\u2019accesso ai mercati finanziari dopo il <i>default<\/i>, determini tassi di interesse reali e nominali pi\u00f9 alti rispetto alla permanenza nell\u2019Ea. Un ulteriore punto da sottolineare \u00e8 che il <i>default <\/i>di un paese membro non implica necessariamente l\u2019uscita dall\u2019Euro. Un <i>default <\/i>(sul debito estero) \u00e8 infatti possibile anche restando all\u2019interno dell\u2019Euro.<\/p>\n<p><b>Bce e Efsf<\/b><br \/>\nSgombrato il campo da due ipotesi non praticabili, \u00e8 dunque necessario indicare quale via rimanga effettivamente percorribile. I punti di riferimento sono l\u2019<i>European Financial Stability Facility <\/i>(Efsf) e la Bce. L\u2019estrema <i>ratio <\/i>sarebbe la monetizzazione del debito da parte della Bce: la Banca non pu\u00f2 infatti acquistare titoli sul mercato primario, ma pu\u00f2 farlo su quello secondario (come sta gi\u00e0 facendo). Si stima che la Bce goda di ampi margini per acquistare titoli governativi senza generare una fiammata inflazionistica; il problema \u00e8 piuttosto rappresentato dalla sua perdita di indipendenza, una prerogativa che sarebbe assai difficile da riconquistare.<\/p>\n<p>Se non si vuole ricorrere a questa soluzione, l\u2019unica ipotesi realistica rimane la ristrutturazione del debito da parte della Grecia (e di eventuali altri paesi insolventi), sostegno agli intermediari finanziari da parte dei governi e\/o Efsf tramite iniezioni di capitali, acquisto di <i>assets<\/i>, una loro ristrutturazione (creazione di <i>bad bank<\/i>, conversione volontaria di debito in azioni), sostegno in termini di liquidit\u00e0 da parte della Bce e Efsf agli Stati in difficolt\u00e0, ma non insolventi.<\/p>\n<p>Per realizzare questo programma, tuttavia, \u00e8 indispensabile agire in tempi rapidi. Passare tramite l\u2019Efsf, da questo punto di vista, potrebbe essere difficoltoso in quanto il fondo sar\u00e0 attivo, se va bene, solo a fine anno e deve reperire le risorse sul mercato; in secondo luogo la dotazione del fondo (440 miliardi) potrebbe essere insufficiente ad aiutare, oltre al settore finanziario, anche gli Stati in difficolt\u00e0.<\/p>\n<p>Un eventuale finanziamento del fondo da parte della Bce potrebbe essere la soluzione. Il punto importante da capire \u00e8 che non \u00e8 possibile mettere in campo soltanto il secondo e il terzo ingrediente senza passare per una ristrutturazione del debito greco. Attenzione poi a non scherzare con il fuoco: se l\u2019Efsf non entra in gioco rapidamente, la Bce sar\u00e0 davvero l\u2019ultima spiaggia.<\/p>\n<p>Non \u00e8 detto che tali misure si rivelino da sole sufficienti a riportare in carreggiata l\u2019euro. Per garantire un futuro alla moneta unica \u00e8 altres\u00ec necessario che le economie dei paesi membri trovino presto la strada per tornare a crescere.<\/p>\n<p>.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Le difficolt\u00e0 di un piccolo paese come la Grecia rischiano di far saltare l\u2019euro. Colpisce l\u2019incapacit\u00e0 dei leader europei e delle istituzioni comuni (Commissione e Banca centrale europea, Bce) nel fronteggiare un problema che, preso per tempo, sarebbe stato di limitate dimensioni. 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