{"id":18980,"date":"2011-11-02T00:00:00","date_gmt":"2011-11-01T23:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/lintegrazione-a-due-velocita-dei-balcani\/"},"modified":"2017-11-03T15:31:39","modified_gmt":"2017-11-03T14:31:39","slug":"lintegrazione-a-due-velocita-dei-balcani","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2011\/11\/lintegrazione-a-due-velocita-dei-balcani\/","title":{"rendered":"L\u2019integrazione a due velocit\u00e0 dei Balcani"},"content":{"rendered":"<p>Vista dai periferici Balcani, l\u2019attuale crisi economica e istituzionale dell\u2019Europa appare distante. Mentre i leader europei discutono sul futuro della moneta unica e su come rafforzare gli strumenti comuni per far fronte alla crisi finanziaria, la Commissione europea ha trasmesso al Consiglio e al Parlamento la sua strategia per l\u2019allargamento nei prossimi due anni.<\/p>\n<p>Analizzato nei ministeri dei paesi membri (che dovranno dare il loro responso al vertice di dicembre), ma trascurato dai media, il documento domina invece il dibattito politico e mediatico nella regione da alcune settimane.<\/p>\n<p>Ci\u00f2 non stupisce, se si pensa che allargamento dell\u2019Ue vuol dire principalmente integrazione dei Balcani, dove si trovano ben sette dei nove paesi presi in esame dalla strategia della Commissione. Mentre i processi di adesione all\u2019Unione di Turchia e Islanda seguono strade del tutto particolari, l\u2019allargamento ai Balcani implica precise interrelazioni e esigenze di coordinamento. Non solo per ragioni geografiche.<\/p>\n<p><b>Luci e ombre<\/b><br \/>La lettura della strategia, insieme a quella delle annuali relazioni sui progressi compiuti dai singoli paesi, dipinge un\u2019evoluzione regionale a due velocit\u00e0. Pur con le dovute sfumature, indica alcuni stati \u201cvirtuosi\u201d in cui le riforme hanno fatto decisi balzi in avanti, e altri stati che invece hanno segnato il passo. <\/p>\n<p>Tra i primi, spicca ovviamente la Croazia, cui la Commissione ha dato parere positivo per l\u2019ingresso nell\u2019Unione nel luglio del 2013. Segnale concretamente positivo anche per il Montenegro e, pur con qualche distinguo, per la Serbia. Analisi negative invece per Albania, Bosnia Erzegovina e Kosovo. La Macedonia, pur essendo stata giudicata gi\u00e0 lo scorso anno pronta ad iniziare i negoziati per l\u2019adesione, si trova sempre bloccata dalla disputa con la Grecia sul suo nome ufficiale.<\/p>\n<p>L\u2019allargamento ai Balcani segue una logica regionale non solo per ragioni storiche e di sviluppo economico-sociale, ma soprattutto perch\u00e9 numerose condizioni poste per l\u2019adesione dei singoli hanno una forte dimensione comune. \u00c8 il caso, per esempio, dei crimini di guerra commessi durante i conflitti degli anni \u201990 e della cooperazione con il Tribunale dell\u2019Aja. Questione che, nell\u2019anno in corso, si \u00e8 avviata verso la soluzione definitiva con la cattura degli ultimi due criminali fuggitivi, Ratko Mladic e Goran Hadzic. Uno sviluppo di cui si avvantaggia sicuramente la Serbia, ma che apre anche positive prospettive di cooperazione tra le istituzioni giudiziarie della regione.<\/p>\n<p>Un altro importante elemento regionale per la Commissione, \u00e8 la necessit\u00e0 di una svolta dopo gli anni dominati dalla retorica della \u201cstanchezza da allargamento\u201d (<i>enlargement fatigue<\/i>) seguita al big bang del 2005, che port\u00f2 dieci nuovi membri all\u2019Unione. <\/p>\n<p>Il forte segnale positivo alla Croazia \u00e8 quindi anche un modo per confermare che l\u2019Unione mantiene gli impegni presi a Salonicco nel 2003 e che l\u2019allargamento continua anche in tempi di crisi economica. Segnale ribadito dalla raccomandazione di aprire i negoziati di adesione al Montenegro, paese che con i suoi 600 mila abitanti non suscita le preoccupazioni dei membri pi\u00f9 ostili a un\u2019Unione allargata.<\/p>\n<p>L\u2019elezione del giovane e riformista Igor Luksic alla carica di premier a Podgorica, al posto del controverso Milo Djukanovic, ha sicuramente avuto un ruolo determinante nel giudizio complessivo. I negoziati potrebbero infatti gi\u00e0 aprirsi nella primavera\/estate 2012.<\/p>\n<p><b>Nodo Serbia<\/b><br \/>La Serbia, da sempre paese chiave nella regione, ha ricevuto invece un giudizio solo parzialmente positivo. La Commissione raccomanda di elevare Belgrado al rango di paese candidato, visti i progressi fatti in molte aree e la raggiunta solidit\u00e0 amministrativa necessaria per poter affrontare il complesso processo di adesione. Tuttavia, il paese ha ancora \u201csfide importanti\u201d da affrontare in aree come la giustizia, la sicurezza, il settore finanziario, l\u2019agricoltura e l\u2019ambiente. <\/p>\n<p>Ma per Belgrado resta soprattutto da sciogliere il nodo Kosovo. Anche se il riconoscimento dell\u2019indipendenza non \u00e8 una condizione per l\u2019adesione (cinque paesi dell\u2019Ue non l\u2019hanno ancora fatto), la Serbia si deve impegnare a migliorare le relazioni con tutti i vicini. I negoziati diretti con Pristina iniziati quest\u2019anno lasciavano ben sperare, ma la recente crisi sul controllo delle frontiere nel nord del Kosovo, che li ha interrotti, potrebbe pesare sulla decisione dei paesi membri in dicembre riguardo alla candidatura di Belgrado.<\/p>\n<p>Mantenere aperta a livello regionale la prospettiva di adesione all\u2019Unione \u00e8 fondamentale anche perch\u00e9, come indica lo stesso documento strategico, \u201cla politica dell\u2019allargamento si \u00e8 dimostrata un potente strumento per la trasformazione delle societ\u00e0\u201d. Un incentivo, in altre parole, ad accelerare le riforme per i paesi che, come Albania, Bosnia Erzegovina e Kosovo, sono ancora lontani dall\u2019adesione.<\/p>\n<p>I giudizi negativi per Tirana e Sarajevo, che pur alla fine del 2010 avevano ottenuto la liberalizzazione dei visti per la zona Schengen, sono dovuti alla totale, o quasi, mancanza di progressi sulle riforme richieste da Bruxelles. L\u2019Albania \u00e8 rallentata dalla crisi politica e dalla polarizzazione del paese tra i sostenitori del governo Berisha e l\u2019opposizione socialista di Edi Rama. Serie riforme nel campo della pubblica amministrazione e della giustizia hanno segnato il passo.<\/p>\n<p>La Bosnia \u00e8 ancora priva di un governo centrale a pi\u00f9 di un anno dalle elezioni. Questo blocca, tra l\u2019altro, le riforme richieste da Bruxelles, soprattutto quella costituzionale volta ad eliminare le discriminazioni etniche, resa ancora pi\u00f9 urgente da un giudizio della Corte europea del 2009. La Commissione reputa inoltre che il paese non abbia fatto progressi in tema di riforme finanziarie strutturali, di lotta alla corruzione, di rafforzamento del settore giudiziario (spesso oggetto di attacchi politici) e manchi di una chiara direzione futura, a causa della profonda frammentazione politica.<\/p>\n<p><b>Stallo Kosovo<\/b><br \/>Per quanto concerne il Kosovo, il giudizio di Bruxelles \u00e8 severo sulla conduzione delle elezioni parlamentari e presidenziali, segnate da accuse di brogli e inadempienze amministrative. <\/p>\n<p>Il governo di Hashim Thaci, pur ritenuto \u201ccredibile\u201d nel suo impegno a riformare, non ha compiuto progressi in campo economico, nella lotta alla corruzione e al crimine organizzato e nella riforma dell\u2019amministrazione. <\/p>\n<p>La crisi dei posti di frontiera nel Kosovo settentrionale, in particolare, oltre a mettere in questione il ruolo di Belgrado, ha destato forti dubbi sulla capacit\u00e0 di Pristina di affrontare il problema della minoranza serba nel nord. Anche se, in questo frangente, le scelte della comunit\u00e0 internazionale non sono state prive di pecche, visto che l\u2019azione di polizia non \u00e8 stata sostenuta da sufficienti iniziative diplomatiche.<\/p>\n<p>Come si orienteranno al vertice di dicembre i paesi membri sul rapporto della Commissione? In generale, dovrebbero accettare le raccomandazioni contenute nel documento strategico. L\u2019unico dubbio resta la candidatura della Serbia. Un via libera dei 27 favorirebbe, in vista delle elezioni del 2012, lo schieramento di Boris Tadic a scapito dei nazionalisti. Allo stesso tempo, occorre convincere la Serbia a riprendere i negoziati con il Kosovo. Come spesso accade, i due paesi chiave potrebbero essere Germania e Francia.<\/p>\n<p>La prima, tradizionalmente il miglior alleato di Pristina, potrebbe bloccare la candidatura della Serbia in mancanza di un atteggiamento pi\u00f9 compromissorio di Belgrado. E anche Parigi, in clima elettorale per le presidenziali nel 2012, potrebbe frenare sulla questione a causa dell\u2019impopolarit\u00e0 dell\u2019allargamento dell\u2019Ue. Ma la strategia di Bruxelles potrebbe in ultima analisi diventare semplicemente vittima della crisi dell\u2019euro e delle istituzioni comunitarie. Un esito che, naturalmente, porterebbe la crisi stessa al centro dell\u2019attenzione anche nei periferici Balcani.<\/p>\n<p>.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Vista dai periferici Balcani, l\u2019attuale crisi economica e istituzionale dell\u2019Europa appare distante. Mentre i leader europei discutono sul futuro della moneta unica e su come rafforzare gli strumenti comuni per far fronte alla crisi finanziaria, la Commissione europea ha trasmesso al Consiglio e al Parlamento la sua strategia per l\u2019allargamento nei prossimi due anni. 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