{"id":19200,"date":"2011-11-28T00:00:00","date_gmt":"2011-11-27T23:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/ministero-per-la-cooperazione-cui-prodest\/"},"modified":"2017-11-03T15:31:33","modified_gmt":"2017-11-03T14:31:33","slug":"ministero-per-la-cooperazione-cui-prodest","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2011\/11\/ministero-per-la-cooperazione-cui-prodest\/","title":{"rendered":"Ministero per la cooperazione, cui prodest?"},"content":{"rendered":"<p>All\u2019interno del governo Monti \u00e8 stato inserito il ministero senza portafoglio per la cooperazione internazionale. Una scelta certo originale, che introduce un elemento forse decisivo nel dibattito sulle forme della politica estera italiana e che, al contempo, apre diverse opportunit\u00e0 e interrogativi. La scelta del nuovo ministero \u00e8 avvenuta dopo che la cooperazione italiana ha raggiunto uno dei momenti pi\u00f9 bassi della sua storia, soprattutto nella sua qualit\u00e0 di \u201cparte integrante della politica estera italiana\u201d, come recita l\u2019Articolo 1 della vigente legge 49 del 1987 sulla \u201cNuova disciplina della cooperazione dell\u2019Italia con i Paesi in via di sviluppo\u201d.<\/p>\n<p><b>Mostro a tre teste<\/b><br \/>Che significato ha la nascita di questo dicastero all\u2019interno di un governo che di \u201ctecnico\u201d ha solo il fatto che non vi siano politici di professione, e che \u00e8 nato per affrontare la crisi che si \u00e8 abbattuta sull\u2019Italia e sull\u2019Eurozona? Questa posizione non era infatti mai esistita prima d&#8217;ora nei governi italiani; pu\u00f2 dunque apparire ancor pi\u00f9 in controtendenza questa scelta, in un quadro di razionalizzazione delle competenze ministeriali e di accorpamenti di strutture amministrative.<\/p>\n<p>Per inquadrare le possibili risposte, e gli scenari conseguenti, bisogna partire dal fatto che la legge 49\/87, l\u2019unica ad oggi vigente in materia di cooperazione, colloca questa parte della politica estera italiana all\u2019interno del ministero per gli affari esteri (Mae), e segnatamente nella direzione generale per la cooperazione allo sviluppo (Dgcs). Il primo obiettivo \u00e8 dunque di ridefinire i rapporti tra il nuovo ministero e quello degli affari esteri, anche tenendo conto che il nuovo responsabile della Farnesina viene dal corpo diplomatico, che esprime da sempre tutti i direttori generali del Mae, incluso quello attuale della Dgcs, il ministro Elisabetta Belloni.<\/p>\n<p>Assisteremo dunque alla formalizzazione, per via \u201ctecnica\u201d, di una sorta di \u201cmostro a tre teste\u201d che realizza politiche estere e di cooperazione di \u201cserie A\u201d, che probabilmente continueranno ad essere gestite dal Mae (accordi multilaterali in sede europea ed Onu, rapporti con il comitato Dac dell\u2019Ocse, processo di Parigi sull\u2019efficacia degli aiuti, negoziazione delle iniziative di <i>budget support<\/i> e via enumerando), e le azioni di cooperazione di \u201cserie B\u201d in capo al nuovo ministero: i rapporti, non sempre facili, con le Ong ed i paesi poveri i, pochi, progetti a dono, qualche campagna promozionale presso il grande pubblico, e cose di questo genere? Senza dimenticare che la terza testa di questo strano animale \u00e8 il ministero dell\u2019economia e delle finanze (Mef), che controlla le risorse ed \u00e8 oggi guidato direttamente dal presidente del Consiglio.<\/p>\n<p>Oppure si sta delineando qualcosa di pi\u00f9 importante, almeno in prospettiva? Dato che la coperta \u00e8 molto corta, e gli stanziamenti per la cooperazione sono giunti ad un drammatico 0,1% del Pil, a fronte di un promesso 0,7% (e di un tendenziale 0,3% della media europea), viene da chiedersi: che cosa potrebbe gestire in concreto un ministero senza un suo portafoglio, senza l\u2019accesso a fondi che non ci sono? Ha davvero senso creare un nuovo ministero solo per poche, specifiche, competenze? <\/p>\n<p><b>Riforma <i>de facto<\/b><\/i><br \/>La ragione politica di questa scelta va ricercata nella riforma della legge 49, nata prima della caduta del muro di Berlino e che ormai ha circa un quarto di secolo. La nascita del ministero per la cooperazione riporta infatti in auge le fondamentali domande cui si cerc\u00f2 di rispondere allora: di che cooperazione stiamo parlando? Quale \u00e8 l\u2019orizzonte politico delle azioni di cooperazione? Quali i soggetti? Quali le fonti di finanziamento? Quale struttura gestionale? <\/p>\n<p>Veramente si pu\u00f2 credere, se questa fosse l\u2019intenzione, che sia possibile scorporare la cooperazione dal ministero degli esteri mantenendo intatto il dispositivo di legge? O forse la scelta \u00e8 quella di porre in essere una riforma <i>de facto<\/i>, senza passare per il defatigante dibattito in Parlamento? Dato che sono circa vent\u2019anni che i vari governi, di centro-sinistra con Prodi, e di centro-destra con Berlusconi, provano a riformare la cooperazione senza riuscirvi, forse \u00e8 giunto il momento di tagliare la testa al toro ponendo il potere legislativo di fronte ad una opzione chiara.<\/p>\n<p>Giusto per fare un\u2019ipotesi: si potrebbe abbastanza facilmente trasformare un ministero senza portafoglio in una Agenzia di cooperazione, proposta a lungo contemplata nei vari progetti di legge (circa venti) sino ad ora discussi senza alcun esito. Sono questioni che di tecnico non hanno nulla, anzi.<\/p>\n<p><b>Credibilit\u00e0 e risorse<\/b><br \/>Per quanto riguarda le priorit\u00e0 del ministero della cooperazione, in cima si trova certamente l\u2019esigenza di rilanciare la credibilit\u00e0 internazionale del paese.<\/p>\n<p>L\u2019Italia \u00e8 infatti letteralmente scomparsa dall\u2019orizzonte degli impegni internazionali sugli Obiettivi di sviluppo del millennio (Msgs) con il suo risibile 0,1 % del Pil. Il primo compito del ministro sar\u00e0 dunque quello di riportare il paese in Europa anche da questo punto di vista, dato che l\u2019assenza italiana grava come un macigno sul bilancio comunitario e sul raggiungimento degli impegni da parte dell\u2019Ue. Il ministro Andrea Riccardi sa bene, data la sua grande esperienza, che ancor prima dei nuovi impegni vanno onorati i vecchi.<\/p>\n<p>L\u2019ex ministro dell\u2019economia Giulio Tremonti aveva infatti azzerato non solo il Fondo per la cooperazione, ma anche tutti i contributi a Fondi internazionali, come quello di lotta all\u2019Aids, tubercolosi e malaria. Per colpa dei ritardi, l\u2019Italia non solo \u00e8 stata estromessa dall\u2019organo di governo del Fondo, ma rischia quasi di rappresentare un peso per lo sviluppo delle sue attivit\u00e0. Il neo dicastero per la cooperazione avr\u00e0 dunque bisogno non solo di molta dedizione, ma anche di sufficienti fondi da reperire. O dovr\u00e0 spendersi, almeno, per sollecitarne l\u2019allocazione. E anche qui, la strada \u00e8 obbligata.<\/p>\n<p>.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>All\u2019interno del governo Monti \u00e8 stato inserito il ministero senza portafoglio per la cooperazione internazionale. 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