{"id":19490,"date":"2012-01-13T00:00:00","date_gmt":"2012-01-12T23:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/longa-manus-saudita-sullo-yemen\/"},"modified":"2017-11-03T15:30:22","modified_gmt":"2017-11-03T14:30:22","slug":"longa-manus-saudita-sullo-yemen","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2012\/01\/longa-manus-saudita-sullo-yemen\/","title":{"rendered":"Longa manus saudita sullo Yemen"},"content":{"rendered":"<p>A fine novembre \u00e8 stato firmato a Riyadh, in Arabia Saudita, l\u2019accordo per il passaggio dei poteri in Yemen. Si tratta di un accordo storico per il paese, poich\u00e9 dopo 33 anni il presidente yemenita Ali Abdullah Saleh ha deciso di lasciare, sull\u2019onda delle forti proteste popolari che si sono registrate nel corso dell\u2019anno. <\/p>\n<p>Una valutazione superficiale potrebbe far pensare all\u2019ennesimo successo della \u201cPrimavera araba\u201d nei confronti degli <i>ancien r\u00e9gime<\/i>, accomunando l\u2019esperienza yemenita a quelle di Tunisia, Egitto e Libia e avvalorando la tesi secondo cui le rivoluzioni dei gelsomini non riguardano esclusivamente il Nord Africa, ma anche il Vicino Oriente. Una lettura pi\u00f9 attenta pu\u00f2 per\u00f2 far emergere opzioni diverse da questa.<\/p>\n<p><b>Regia saudita<\/b><br \/>La sede della firma dell\u2019accordo non potrebbe essere pi\u00f9 significativa al riguardo. Riyadh \u00e8 stata infatti la principale sede delle trattative sul futuro dello Yemen, paese nel quale il regno saudita ha pi\u00f9 di un interesse speciale. <\/p>\n<p>Pi\u00f9 in generale, l\u2019Arabia Saudita gioca un ruolo fondamentale all\u2019interno delle complesse dinamiche della Primavera araba: dopo aver infatti offerto asilo all\u2019ex presidente tunisino Zine el Abidine Ben Ali, costretto a fuggire da Tunisi dopo la rivoluzione dei gelsomini di gennaio 2011, il regno saudita ha ospitato anche lo stesso Saleh, ferito gravemente in seguito all\u2019esplosione del 3 giungo scorso, quando nella stessa capitale Sana\u2019a infuriava la battaglia tra la guardia repubblicana lealista ed i ribelli. <\/p>\n<p>A ben vedere, la complessa politica estera dell\u2019Arabia Saudita sembra essere venata da una forte componente controrivoluzionaria, che mira a mantenere lo status quo nei suoi pi\u00f9 vicini confini e a mettere in difficolt\u00e0 l\u2019Iran, considerato il principale avversario. <\/p>\n<p>Di qui anche l\u2019avversione per il presidente siriano Bashar al Assad, alleato di Teheran, il cui regime \u00e8 stato apertamente dichiarato dalle autorit\u00e0 saudite illegittimo in seguito alla sanguinosa repressione nei confronti dei manifestanti siriani; di qui anche le manovre per reprimere la ribellione sciita in Bahrein e, d\u2019altro canto, l\u2019impegno a trovare una soluzione sostenibile e non sfavorevole ai sauditi alla ben pi\u00f9 intricata situazione in Yemen. In questi ultimi due casi, entrambi prossimi ai confini del regno saudita, gli interventi sono stati realizzati anche grazie alla preziosa collaborazione del consiglio di cooperazione del Golfo (Gulf cooperation council, Gcc).<\/p>\n<p><b>Accordo e immunit\u00e0<\/b><br \/>I tentativi di arrivare ad un compromesso tra l\u2019opposizione ed il regime di Saleh si erano infatti sviluppati durante l\u2019ultima parte dell\u2019anno soprattutto grazie agli sforzi del Gcc, dopo che la missione guidata dall\u2019inviato dell\u2019Onu, Jamal bin Amr, non aveva avuto alcun esito. <\/p>\n<p>La difficolt\u00e0 principale stava nella volont\u00e0 di Ali Abdullah Saleh di non abbandonare il potere. Nonostante il grave attentato del 3 giugno gi\u00e0 menzionato, infatti, lo stesso Saleh era rientrato a settembre in Yemen. Ci\u00f2 ha esasperato gli animi dei manifestanti, e ha convinto l\u2019Arabia Saudita che era arrivato il momento di riportare la situazione sotto controllo, per evitare che il paese confinante diventasse ingovernabile. <\/p>\n<p>In base ai termini dell\u2019accordo, firmato alla presenza di re Abdullah, Saleh lascia i poteri presidenziali al suo vice Abdrabuh Mansour Hadi, gi\u00e0 chiamato in causa durante la permanenza di Saleh in Arabia Saudita. Nuove elezioni presidenziali si terrano il 21 febbraio del prossimo anno, e nel frattempo verr\u00e0 formato un nuovo governo, presieduto da un rappresentante dell\u2019opposizione, Mohammed Basindawa. Il nuovo presidente ed un nuovo parlamento saranno in carica per due anni, il tempo di redigere una nuova Costituzione ed avviare la sospirata transizione.<\/p>\n<p>L\u2019accordo sembra un buon punto di equilibrio tra le parti, ma nasconde diverse insidie. Innanzitutto, il prezzo per la cessione dei poteri da parte di Saleh \u00e8 il riconoscimento, per lui, dell\u2019immunit\u00e0 assoluta. Un prezzo molto alto per un paese in cui il regime non ha esitato a usare le armi per reprimere le manifestazioni di protesta svoltesi durante tutto l\u2019arco dell\u2019anno. Inoltre lo stesso Saleh non abbandona del tutto il potere, visto che continua a mantenere la carica onorifica di presidente, mentre i poteri presidenziali passano interamente ad Hadi, uno dei suoi pi\u00f9 stretti collaboratori. <\/p>\n<p>Resta poi da vedere la reazione che possono avere i gruppi politici e tribali con i quali Saleh non ha raggiunto alcun accordo. Il compromesso riguarda infatti il regime e l\u2019opposizione politica nota come <i>Joint Meeting Party<\/i>, ma non i ribelli zaiditi raggruppati attorno al clan al-Houti, e neanche il movimento secessionista del sud dello Yemen, che chiede da anni il ritorno alla separazione tra le due parti del paese.<\/p>\n<p><b>Strategia della confusione<\/b><br \/>Come prevedibile, l\u2019annuncio dell\u2019accordo \u00e8 stato accolto dalla popolazione yemenita con forti proteste. \u00c8 prevalsa la rabbia, e di certo non perch\u00e9 i manifestanti vedano nella scomparsa del regime e nell\u2019allontanamento di Saleh la soluzione ai problemi dello Yemen. La rabbia nasce dal fatto che il presidente yemenita non \u00e8 nuovo a dichiarazioni che annunciano la sua uscita di scena, salvo poi ripensamenti dell\u2019ultimo minuto. La sfiducia verso le dichiarazioni di Saleh \u00e8 dunque molto alta. <\/p>\n<p>Appena rientrato in patria, del resto, Saleh ha subito attuato una strategia della confusione: il 27 novembre ha annunciato alla tv di stato la concessione dell\u2019amnistia per gli yemeniti \u201cche hanno commesso errori\u201d durante la crisi dell\u2019ultimo anno, escludendo per\u00f2 gli autori dell\u2019attentato del 3 giugno scorso. E dimenticandosi dell\u2019accordo appena firmato a Riyadh che lo ha privato di ogni potere, compreso quello di concedere l\u2019amnistia. Tale gesto, che ha provocato le proteste dell\u2019opposizione, ha causato non pochi dubbi sull\u2019effettivit\u00e0 della transizione in Yemen e su chi sia realmente al comando del paese. <\/p>\n<p>Saleh sembra dunque destinato ad occupare una posizione centrale in Yemen ancora per diverso tempo, grazie anche all\u2019appoggio determinante di Arabia Saudita e Stati Uniti. Questi ultimi, in particolare, grazie alla crisi yemenita hanno ottenuto carta bianca per le operazioni antiterrorismo nel paese (come, ad esempio, l\u2019operazione condotta contro Anwar al Awlaki lo scorso 30 settembre). <\/p>\n<p>.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>A fine novembre \u00e8 stato firmato a Riyadh, in Arabia Saudita, l\u2019accordo per il passaggio dei poteri in Yemen. Si tratta di un accordo storico per il paese, poich\u00e9 dopo 33 anni il presidente yemenita Ali Abdullah Saleh ha deciso di lasciare, sull\u2019onda delle forti proteste popolari che si sono registrate nel corso dell\u2019anno. 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