{"id":19540,"date":"2012-01-20T00:00:00","date_gmt":"2012-01-19T23:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/afghanistan-a-caro-prezzo\/"},"modified":"2017-11-03T15:30:22","modified_gmt":"2017-11-03T14:30:22","slug":"afghanistan-a-caro-prezzo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2012\/01\/afghanistan-a-caro-prezzo\/","title":{"rendered":"Afghanistan a caro prezzo"},"content":{"rendered":"<p>La conferenza internazionale sull\u2019Afghanistan svoltasi a inizio dicembre a Bonn ha fissato per il 2014 l\u2019inizio del graduale ritiro delle forze militari impegnate nel paese . Sono ormai trascorsi  dieci anni dall\u2019avvio delle iniziative militari e civili della comunit\u00e0 internazionale a seguito dei tragici eventi dell\u201911 settembre 2001. Pur trattandosi dello sforzo pi\u00f9 ingente intrapreso dall\u2019Italia dalla fine della seconda guerra mondiale, sull\u2019ammontare della spesa complessiva e sulle modalit\u00e0 di stanziamento delle risorse aleggiano ancora dubbi e incertezze. Il decimo anniversario della missione pu\u00f2 dunque rappresentare l&#8217;occasione per fare maggiore chiarezza. <\/p>\n<p>\t<b>Risorse militari<\/b><br \/>\tSecondo una ricerca presentata alla Scuola Superiore Sant\u2019Anna di Pisa nel 2011, tra l\u2019ottobre del 2001 e il primo semestre del 2011 l\u2019Italia avrebbe speso circa 4,07 miliardi di euro, di cui il 13% per spese civili e l\u201987% per quelle militari.<\/p>\n<p>\tDal punto di vista militare l\u2019Italia ha partecipato sia all\u2019<i>Operation enduring freedom <\/i>(Oef) sia all&#8217;<i>International security assistance force<\/i> (Isaf). La prima \u00e8 la missione a guida statunitense, condotta sulla base dell\u2019esercizio del diritto di legittima difesa da una coalizione di Stati a partire dai primi giorni dell\u2019ottobre del 2001 e ancora operante in alcune parti del territorio afgano. Il contributo italiano, in questo caso, \u00e8 costato circa 583 milioni di euro ed \u00e8 consistito nel supporto navale e aereo fornito tra il 2001 ed il 2006 e, soprattutto, nella partecipazione della <i>Task Force Nibbio <\/i>alle operazioni militari terrestri svoltesi tra il marzo ed il settembre del 2003.<\/p>\n<p>\tLa seconda, invece, \u00e8 l\u2019operazione multinazionale di <i>peace-keeping<\/i> istituita in seguito agli accordi di Bonn del dicembre 2001 attraverso la risoluzione 1386 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, posta sotto il comando della Nato a partire dall\u2019agosto del 2003 e tuttora in corso in Afghanistan. <\/p>\n<p>Fin dall\u2019inizio, l\u2019Italia ha partecipato in modo significativo ad Isaf, soprattutto attraverso l\u2019assunzione della responsabilit\u00e0 del <i>Regional command west<\/i>, ampia regione dell\u2019Afghanistan occidentale comprendente le quattro province di Herat, Badghis, Ghowr e Farah. In questo caso il contributo italiano, concretizzatosi nell\u2019invio di un numero tendenzialmente crescente di militari nel teatro afgano e giunto recentemente a 4200 unit\u00e0, \u00e8 costato circa 2,97 miliardi di euro.<\/p>\n<p>\tIl totale delle spese militari ammonta pertanto a circa 3,55 miliardi di euro, in cui non sono incluse, per\u00f2, alcune spese difficilmente quantificabili sostenute dal bilancio del ministero della difesa per accrescere l\u2019efficacia dei militari italiani nel paese.<\/p>\n<p><b>Cooperazione allo sviluppo<\/b><br \/>\tTra gli interventi di tipo civile per la ricostruzione e lo sviluppo dell&#8217;Afghanistan, invece, figurano le iniziative deliberate dalla Direzione generale per la cooperazione allo sviluppo (Dgcs) del ministero degli esteri e gestite dall&#8217;Unit\u00e0 tecnica locale di Kabul e dall&#8217;ufficio di Herat, di concerto con l&#8217;ambasciata d&#8217;Italia in Afghanistan.<\/p>\n<p>\tLe risorse allocate in quest&#8217;ambito hanno raggiunto circa 516 milioni di euro, pari dunque  a quasi un settimo dell&#8217;ammontare delle spese per le operazioni militari. Dopo gli iniziali interventi di emergenza, la cooperazione Italiana ha erogato le risorse principalmente nei settori della <i>governance<\/i> e della sicurezza (36%), degli aiuti umanitari (24%) e delle infrastrutture (20%), seguiti da quelli dell&#8217;agricoltura e dello sviluppo rurale (11%), della sanit\u00e0 (5%) e delle politiche sociali e di genere (4%). Sotto la voce <i>governance<\/i> spiccano le iniziative a favore della ricostruzione del settore dell&#8217;amministrazione della giustizia, per la quale l&#8217;Italia ha anche assunto in una prima fase il ruolo di paese guida nell\u2019ambito della comunit\u00e0 dei paesi donatori. Dal punto di vista geografico, l&#8217;impegno di Roma si \u00e8 focalizzato negli anni in special modo sulla capitale Kabul e sulla regione occidentale, dove si concentra la presenza militare italiana.<\/p>\n<p>\tL&#8217;Italia ha veicolato la maggior parte degli aiuti attraverso canali multilaterali (58%), mentre in un minor numero di casi ha optato per iniziative bilaterali (42%), in forma di contributi diretti al governo afgano, di finanziamenti in gestione diretta o, in minima parte, di fondi gestiti da organizzazioni non governative italiane e afgane, universit\u00e0 o altre amministrazioni dello stato. Privilegiare l\u2019impegno multilaterale verso il paese \u00e8 stata una costante prerogativa del governo italiano.<\/p>\n<p><b>Bilancio in chiaroscuro<\/b><br \/>\tTra i punti di forza dell&#8217;impegno civile italiano in Afghanistan figurano senza dubbio la scelta di privilegiare la concentrazione degli interventi nelle zone di maggiore interesse per l\u2019Italia, (Herat <i>in primis<\/i>), e il discreto livello di coordinamento riscontrato tra le attivit\u00e0 della Dgcs e quelle civili finanziate dal ministero della difesa, queste ultime nel quadro della cooperazione civile-militare (<i>civil-military cooperation<\/i>, Cimic).<\/p>\n<p>\tPur con delle difficolt\u00e0 riscontrate soprattutto nella fase iniziale, \u00e8 in particolare nel <i>Provincial reconstruction team<\/i> a conduzione italiana (Prt-Isaf di Herat), che trova spazio, infine, la collaborazione tra militari e civili italiani, inquadrati in una componente civile guidata da un diplomatico del ministero degli esteri e composta da un team di esperti della Dgcs <\/p>\n<p>\tIn dieci anni tra le principali motivazioni a sostegno dell&#8217;impegno italiano in Afghanistan &#8211; che fino a quel momento non era in cima all&#8217;agenda internazionale di Roma &#8211; vi \u00e8 stata sicuramente la volont\u00e0 di non perdere terreno nel quadro delle Nazioni Unite, dell&#8217;Alleanza atlantica e della lotta al terrorismo internazionale. Tale esigenza, connessa all&#8217;estrema precariet\u00e0 della sicurezza nel paese e all\u2019emergenza umanitaria in cui versava la popolazione, si \u00e8  tradotta in un impegno di carattere prevalentemente militare.<\/p>\n<p> \tDa una prospettiva strategica pi\u00f9 ampia \u00e8 per\u00f2 lecito avanzare qualche dubbio sull&#8217;efficacia dell\u2019azione dell&#8217;Italia sul fronte della cooperazione civile. Quest&#8217;ultima \u00e8 infatti indispensabile non soltanto per la stabilit\u00e0 dell&#8217;Afghanistan, ma anche per il futuro dei rapporti bilaterali, per quanto possibili, tra Roma e Kabul.<\/p>\n<p>.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La conferenza internazionale sull\u2019Afghanistan svoltasi a inizio dicembre a Bonn ha fissato per il 2014 l\u2019inizio del graduale ritiro delle forze militari impegnate nel paese . 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