{"id":1970,"date":"2006-09-26T00:00:00","date_gmt":"2006-09-25T22:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/una-tragedia-inevitabile\/"},"modified":"2017-11-03T15:43:18","modified_gmt":"2017-11-03T14:43:18","slug":"una-tragedia-inevitabile","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2006\/09\/una-tragedia-inevitabile\/","title":{"rendered":"Una tragedia inevitabile?"},"content":{"rendered":"<p>Il mandato della African Union Mission in Sudan  (Amis) in Darfur \u00e8 stato esteso di tre mesi, sino a dicembre. I suoi 7mila soldati, mal equipaggiati e mal diretti, sono pur sempre un ostacolo alle azioni di  guerra e saccheggio omicida di Janjaweed, guerriglieri e forze governative. In teoria l\u2019Amis dovrebbe essere sostituito o fiancheggiato dal corpo di spedizione di 20.500 militari previsto dalla risoluzione Onu approvata in agosto. L\u2019operativit\u00e0 di questa ultima  \u00e8 per\u00f2 condizionata all\u2019assenso del Governo sudanese, che lo rifiuta decisamente. <\/p>\n<p>Nel nord del Darfur, intanto, Khartoum ha concentrato 10mila soldati, mentre il grosso dei guerriglieri intende continuare a battersi. Sul terreno sono, in effetti, riprese azioni di guerra e dalla battaglia non sono assenti i Janjaweed, gli irregolari nomadi arabi che, con l\u2019appoggio governativo uccidono, saccheggiano e bruciano i villaggi delle popolazioni prevalentemente africane nelle aree dove \u00e8 presente la guerriglia. Il Governo sudanese ha evidentemente deciso di tentare nuovamente di chiudere la questione con la forza. Le Organizzazioni umanitarie segnalano che gi\u00e0 adesso non assistono pi\u00f9 mezzo milione di persone e che, se le attivit\u00e0 belliche dovessero estendersi, a parte le vittime dirette del conflitto, i tre milioni di persone che dipendono dall\u2019assistenza internazionale saranno abbandonati al loro destino.<\/p>\n<p><b>Speranze deluse<\/b><br \/>Pochi mesi fa era invece sembrato che il problema stesse per avviarsi a soluzione. Un accordo era stato concluso ad Abuja, in maggio, tra il Governo sudanese e il principale movimento ribelle in Darfur, il Sudan Liberation Army (Sla), mentre a New York era in corso di preparazione la risoluzione sul contingente Onu che ne avrebbe garantito l\u2019applicazione. Cina e Russia avevano evitato di ostacolarne i lavori, ritenendo che, nel nuovo clima, Khartoum avrebbe accettato i soldati delle Nazioni Unite. <\/p>\n<p>In effetti l\u2019Accordo di Abuja era sostanzialmente conveniente per Khartoum, riflettendo del resto quella che era la situazione sul terreno. Ma subito dopo la sua firma, lo Sla si \u00e8 diviso tra fazione Fur, la pi\u00f9 numerosa, che vuole continuare la lotta, e quella Zaghawa, le cui bande hanno addirittura attaccato villaggi dell\u2019etnia dissenziente, utilizzando i medesimi metodi dei Janjaweed. Episodio liberatorio per Khartoum. I guerriglieri hanno infatti provato, a questo punto, di essere altrettanto responsabili  del Governo sudanese negli eventi in Darfur.<\/p>\n<p><b>Il quadro internazionale<\/b><br \/>Condoleezza Rice ha riaffermato alle Nazioni Unite, nei giorni scorsi, la necessit\u00e0 di accettare l\u2019intervento delle Forze dell\u2019Onu e porre fine a quella tragedia umanitaria. Ma gli uomini al potere a Khartoum hanno una comprensione chiara delle situazioni internazionali e le sfruttano con molta abilit\u00e0. <\/p>\n<p>Le pressioni di Washington erano state determinanti, negli anni 2003-2004, nel convincere i dirigenti sudanesi a porre fine al ventennale conflitto nel Sud. Per gli Stati Uniti, non secondarie considerazioni geopolitiche erano presenti, in aggiunta agli aspetti umanitari e di politica interna. Vari conflitti o situazioni di guerriglia sono attivi o potenzialmente tali nei paesi confinanti l\u2019immenso Sudan. Si trattava dunque di stabilizzare una vasta area nel Corno d\u2019Africa. Gli eventi in Medio Oriente, inoltre, alimentano nel mondo arabo una crescente ostilit\u00e0 nei confronti del mondo occidentale. <\/p>\n<p>Aveva perci\u00f2 un notevole valore dare un esempio di pacificazione da un lato tra musulmani e cristiani (o almeno classificati come tali), dall\u2019altro, dal punto di vista razziale, tra africani e arabi. Ma nel problema del Sud vi erano in gioco altri elementi. L\u2019esercito sudanese non era in grado di sconfiggere il Sudan People\u2019s Liberation Army (Spla) che, diretto con mano ferrea da John Garang, aveva ormai in campo una forza permanente e sufficientemente disciplinata di oltre 100mila persone. Questa forza era in grado di impedire lo sfruttamento del petrolio, divenuta nel frattempo la principale fonte di reddito dello Stato sudanese.<\/p>\n<p><b>I fallimenti dell\u2019Onu<\/b><br \/>Anche Kofi Annan teneva molto a ottenere dei risultati positivi in Sudan per far dimenticare la disastrosa performance delle Nazioni Unite, e sua personale nella terribile crisi del Ruanda. Dopo l\u2019accordo di pace con l\u2019Splm al Sud, nel gennaio 2005, le organizzazioni dell\u2019Onu operano dunque ampiamente in quella regione, con circa 10mila persone e il dispiegamento di una ampia forza militare di controllo. Un dato paradossale, considerando l\u2019acuto contrasto col Governo sul Darfur. Malgrado ci\u00f2 sembra difficile che l\u2019Onu possa adesso effettuare interventi determinanti in quella regione. <\/p>\n<p>Innanzitutto le Nazioni Unite sono impegnate in molti fronti e non sono disponibili altri soldati per il Sudan. Vi \u00e8 poi la questione petrolio, il principale prodotto sudanese, che fa gola a molti importanti paesi, come ad esempio l\u2019India. La Cina in particolare, membro permanente del Consiglio di Sicurezza, \u00e8 da tempo presente in questo settore. I cinesi hanno costruito l\u2019oleodotto sudanese nel 1999 e possiedono il 75% delle azioni della societ\u00e0 proprietaria dell\u2019impianto. <\/p>\n<p>Quasi tutti i Paesi della regione, inoltre, sono sostanzialmente schierati dal lato di Khartoum, non solo quelli apertamente alleati del Governo sudanese. Inutile dire, poi, che i Paesi arabi appoggiano il Governo sudanese, come \u00e8 stato platealmente provato dalla sessione della Lega Araba tenutasi simbolicamente proprio a Khartoum nel 2005, con la sola modesta penalit\u00e0 della rinuncia del Sudan a presiedere la riunione.<\/p>\n<p><b>Timori di anarchia<\/b><br \/>\u00c8 poi presente un altro elemento nel corso delle vicende e negoziazioni sulle varie crisi sudanesi. Washington ed i suoi alleati occidentali nutrivano e nutrono gravi timori sulle conseguenze di un collasso del regime al potere in Sudan. La variet\u00e0 e l\u2019estrema litigiosit\u00e0 dei gruppi politici, etnici e religiosi della popolazione sudanese fanno intravedere, in questo caso, una situazione di completa anarchia. Un\u2019altra e gigantesca Somalia proprio nella zona cerniera tra mondo arabo e mondo africano, tra l\u2019altro geograficamente vicina ai giacimenti di petrolio dell\u2019Arabia Saudita? Nessuno contempla questa possibilit\u00e0 con leggerezza, meno che mai i Paesi confinanti, amici o nemici che siano. Anche l\u2019Egitto, il pi\u00f9 importante paese confinante e centrale Paese arabo, teme imprevedibili cambiamenti nell\u2019area del Nilo, la sua indispensabile fonte di approvvigionamento idrico.<\/p>\n<p>In materia di terrorismo, infine, il Sudan \u00e8 passato da paese simpatizzante dei terroristi a paese a loro ostile. A parte gli aspetti di politica interna, il governo sudanese ha capito che questa era una questione che ledeva interessi vitali delle pi\u00f9 ricche e potenti nazioni al mondo. Perci\u00f2 Khartoum mantiene da tempo relazioni di collaborazione attiva con i Servizi di Intelligence stranieri. Ci\u00f2 gli assicura un\u2019approvazione poco visibile, ma non per questo secondaria, in vari ambienti di governo occidentali. Soprattutto negli Stati Uniti.<\/p>\n<p>A Khartoum si registra un notevole boom economico grazie all\u2019aumento del prezzo e della produzione di petrolio, reso possibile dalla cessazione della guerriglia nel Sud. Un boom limitato alla sola capitale, ma rassicurante per i dirigenti sudanesi, che dispongono adesso di rilevanti fondi aggiuntivi per appoggiare le loro clientele nelle altre regioni e finanziare nuove operazioni militari. Ovviamente, anche l\u2019evoluzione della situazione in Medio Oriente e in Afghanistan  rende difficili decisivi interventi occidentali. <\/p>\n<p>Il Darfur sembra, dunque, destinato ad essere il primo caso al mondo nel quale continuano uccisioni di massa perfettamente note, senza serie reazioni dalla Comunit\u00e0 internazionale.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il mandato della African Union Mission in Sudan (Amis) in Darfur \u00e8 stato esteso di tre mesi, sino a dicembre. 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