{"id":19930,"date":"2012-03-19T00:00:00","date_gmt":"2012-03-18T23:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/iran-prepararsi-al-caso-peggiore\/"},"modified":"2017-11-03T15:30:13","modified_gmt":"2017-11-03T14:30:13","slug":"iran-prepararsi-al-caso-peggiore","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2012\/03\/iran-prepararsi-al-caso-peggiore\/","title":{"rendered":"Iran: prepararsi al caso peggiore"},"content":{"rendered":"<p>Esistono due partiti. Il primo \u00e8 quello del \u201ccan che abbaia non morde\u201d, convinto che in realt\u00e0 non avverr\u00e0 alcun attacco israeliano all\u2019Iran in questa fase, per una serie di ragioni quali tra l\u2019altro l\u2019opposizione americana e la buona salute politica del governo Nethanyau nei sondaggi. Il secondo \u00e8 quello del \u201ctanto tuon\u00f2 che piovve\u201d, che sostiene invece che l\u2019attacco avr\u00e0 luogo, con o senza l\u2019assenso americano, probabilmente durante la campagna elettorale presidenziale negli Usa e malgrado gli evidenti gravi danni che una simile decisione potr\u00e0 provocare agli interessi occidentali in Medio Oriente.<\/p>\n<p>Chiunque abbia ragione, se infine arriver\u00e0, non sar\u00e0 certo una sorpresa, ma in realt\u00e0 nessuno ancora \u00e8 in grado di dire se, quando e come Israele, e forse gli Stati Uniti, attaccher\u00e0 (o attaccheranno) l\u2019Iran. Tuttavia, se l\u2019attacco avesse luogo, una cosa \u00e8 certa: l\u2019Europa si troverebbe in grosse difficolt\u00e0. \u00c8 quindi il caso di cominciare a discutere delle scelte e delle azioni possibili, prima e dopo una simile eventualit\u00e0.<\/p>\n<p><b>Modalit\u00e0 e obiettivi<\/b><br \/>L\u2019intervento militare contro l\u2019Iran aggiungerebbe nuove difficolt\u00e0 ad una situazione gi\u00e0 complessa. Gli equilibri politici interni di molti paesi della regione sono instabili, basti pensare al Pakistan, ma anche all\u2019Iraq, alla Siria, al Libano, all\u2019Egitto o allo Yemen. Anche paesi apparentemente pi\u00f9 tranquilli, come l\u2019Arabia Saudita e gli Emirati del Golfo dovrebbero prendere decisioni difficili. Molti sarebbero accusati di \u201ccomplicit\u00e0\u201d, vera o presunta che essa sia.<\/p>\n<p>Alcuni scenari sono particolarmente preoccupanti, come quello che prevede un possibile appoggio logistico dei kurdi iracheni all\u2019aeronautica israeliana. L\u2019eventuale coinvolgimento, diretto o indiretto, delle forze americane basate nel Golfo, chiamerebbe direttamente in causa i governi dei paesi ospitanti.<\/p>\n<p>Le modalit\u00e0 e gli obiettivi di un attacco possono essere molto diversi, e comportare diverse conseguenze. In sintesi, si possono immaginare quattro diversi tipi di intervento (escludendo l\u2019uso di forze terrestri): (a) contro alcuni siti nucleari iraniani, (b) contro tutti i siti iraniani noti, (c) con in pi\u00f9 la distruzione di importanti capacit\u00e0 militari iraniane, (d) con un numero significativo di \u201cdanni collaterali\u201d (e vittime civili). <\/p>\n<p>La prima ipotesi sarebbe forse quella pi\u00f9 facile da gestire sul piano dell\u2019opinione pubblica, e l\u2019ultima la pi\u00f9 difficile. Se l\u2019obiettivo \u00e8 quello di mettere fine al processo di riarmo nucleare dell\u2019Iran, tuttavia, il primo tipo di attacco dovrebbe probabilmente essere ripetuto periodicamente, mentre gli altri, essendo pi\u00f9 distruttivi, potrebbero avere effetti di molto pi\u00f9 lunga durata, anche se sarebbero pi\u00f9 difficili da giustificare politicamente. Probabilmente l\u2019aeronautica israeliana \u00e8 in grado di condurre da sola il primo tipo di attacco, mentre gli altri richiederebbero un sostanziale appoggio americano.<\/p>\n<p>La partecipazione diretta o indiretta degli Stati Uniti potrebbe essere essenziale per la piena riuscita dell\u2019attacco, ma dovremo comunque aspettarci che, anche in caso di un\u2019azione isolata degli israeliani, gran parte dei media e dell\u2019opinione pubblica musulmana accuser\u00e0 ugualmente gli americani di averla consentita e appoggiata. Per quanto non vi sia buon sangue tra i musulmani sunniti e quelli sciiti, la reazione popolare, in paesi chiave come l\u2019Egitto, l\u2019Arabia Saudita o anche il Pakistan e la Turchia, sarebbe certamente molto negativa, per non parlare dell\u2019Iraq, a maggioranza sciita, e delle minoranze di questa denominazione in tutto il mondo islamico. La Fratellanza musulmana, spinta al potere dalle rivolte in corso nel mondo arabo, gi\u00e0 fortemente anti-israeliana, non potrebbe certo far finta di nulla.<\/p>\n<p><b>Incendio regionale<\/b><br \/>Malgrado sia evidente l\u2019interesse di molti paesi della regione a diminuire il peso politico e militare dell\u2019Iran, la dinamica politica interna li spingerebbe nell\u2019opposta direzione, almeno in un primo periodo. Se poi l\u2019attacco riuscisse solo a ferire l\u2019Iran, in modo non troppo significativo, a queste esigenze di politica interna si aggiungerebbe il giustificato timore di un\u2019accresciuta azione propagandistica dell\u2019Iran che, questa volta, troverebbe un terreno molto favorevole.<\/p>\n<p>Molte crisi potrebbero aggravarsi, a cominciare da quella in Afghanistan, malgrado i conflitti religiosi e politici che dividono l\u2019Iran dai talebani. Potrebbero divenire ancora pi\u00f9 fragili i rapporti con il Pakistan, indebolendo il governo Karzai e rendendo difficilissima la permanenza delle truppe della Nato, malgrado l\u2019importanza degli aiuti militari americani ad Islamabad: come minimo crescerebbe l\u2019ambiguit\u00e0 dei comportamenti delle autorit\u00e0 pakistane. <\/p>\n<p>Ma si complicherebbe anche la situazione in Iraq, spingendo il governo di Bagdad ad appiattirsi sulle posizioni iraniane (se poi i kurdi avessero appoggiato gli israeliani, diverrebbe altissimo il rischio di guerra civile e molto probabile una scissione del Kurdistan dall\u2019Iraq, con altre conseguenze difficili in Turchia e Siria). La stessa Turchia, oltre ad accrescere ancora la sua distanza da Israele, forse sino alla rottura definitiva delle relazioni diplomatiche, potrebbe scoprirsi in polemica con gli Stati Uniti, creando ulteriori gravi problemi all\u2019Alleanza Atlantica.<\/p>\n<p>Nel complesso, l\u2019Europa si troverebbe di fronte ad una regione mediterranea e mediorientale in pieno subbuglio e il delicato tentativo di favorire lo stabilirsi di nuovi governi moderati nella regione e di riprendere un dialogo anche con la parte pi\u00f9 moderna ed avanzata dei movimenti islamici diverrebbe difficilissimo, forse impossibile. Anche senza prendere in conto gli eventuali effetti di un simile conflitto sui prezzi del petrolio e del gas, e sulla sicurezza degli approvvigionamenti energetici, dunque, l\u2019Europa sarebbe in grave difficolt\u00e0.<\/p>\n<p><b>Equilibrismi e cacofonie<\/b><br \/>In una tale situazione, cosa sarebbe opportuno e possibile fare?<\/p>\n<p>Le esigenze sono molteplici: evitare uno scontro politico con gli Usa, rimediare ai danni della Nato, recuperare e consolidare i paesi arabi moderati, riprendere il dialogo con i partiti islamici al potere, trovare una intesa con la Turchia, mantenere fermo il principio del diritto di Israele ad una esistenza sicura e riconosciuta da tutti, sono alcune di esse.<\/p>\n<p>Ma il margine d\u2019azione non \u00e8 ampio, perch\u00e9 queste esigenze possono facilmente entrare in contrasto tra loro. Tra l\u2019altro bisognerebbe anche evitare una spaccatura tra i paesi europei, che finisca per paralizzare l\u2019Ue e per rendere molto pi\u00f9 difficile la situazione. Specie se Israele decidesse di agire da solo, contro l\u2019avviso americano, le reazioni di alcuni (Francia, Gran Bretagna) potrebbero essere pi\u00f9 dure di quelle di altri (Germania, forse Italia), accrescendo la cacofonia e ritardando le necessarie decisioni.<\/p>\n<p>Alcune reazioni \u201cformali\u201d potrebbero essere pi\u00f9 semplici: note comuni di protesta, forse anche un richiamo temporaneo degli ambasciatori  \u201cper consultazioni\u201d, ma resterebbero al di sotto del livello di iniziativa necessario per influire significativamente sulle opinioni pubbliche della regione. Un passo pi\u00f9 difficile, ma anche pi\u00f9 significativo, potrebbe essere il riconoscimento ufficiale dello stato palestinese, che avrebbe certamente una grande eco politica in tutto il Medioriente, a condizione per\u00f2 di essere condiviso dall\u2019insieme dei paesi europei, o quanto meno da una larga e significativa maggioranza di essi.<\/p>\n<p>Il problema sarebbe quello di come trovare un equilibrio tra una maggiore apertura nei confronti degli arabi, il riconoscimento dei diritti fondamentali di Israele e la spinta massimalistica che certamente si manifesterebbe all\u2019interno del partiti islamici. Gi\u00e0 oggi, gli sviluppi politici in Egitto, la guerra di Libia e le rivolte e la repressione in Siria stanno spingendo i paesi occidentali ad appoggiare (sia pure malvolentieri) le rivendicazioni dei Fratelli musulmani, finanziati ed appoggiati dalle monarchie del Golfo. Ma molto rapidamente un tale appoggio potr\u00e0 entrare in contraddizione con le altre esigenze degli occidentali (dalla difesa di Israele al desiderio di appoggiare la modernizzazione e l\u2019evoluzione democratica degli stati medio orientali).<\/p>\n<p><b>Interesse Ue<\/b><br \/>Una possibile vittima di questa situazione potrebbe essere il delicato equilibrio interno, politico e costituzionale, della Turchia, allontanandola ancora di pi\u00f9 dall\u2019Europa, e forse anche dagli Stati Uniti. In caso di attacco, dunque, sarebbe interesse strategico dell\u2019Europa iniziare immediatamente una significativa apertura nei confronti di Ankara, superando gli ostacoli che si frappongono ad una sua integrazione nell\u2019Ue. Un discorso analogo dovrebbe essere condotto nei confronti della Russia, sia per ragioni di sicurezza energetica sia per allontanare l\u2019ipotesi di un suo radicamento antagonista in Medio Oriente.<\/p>\n<p>Infine, una iniziativa politica di grande respiro dovrebbe essere concepita anche nei confronti dell\u2019Africa, e in particolare dell\u2019Unione africana, gi\u00e0 contraria all\u2019intervento contro la Libia e alle prese con forti movimenti estremisti islamici, dal Corno d\u2019Africa alla Nigeria. Anche in questo caso bisogner\u00e0 tentare di riaffermare l\u2019immagine dell\u2019Europa come partner pi\u00f9 che come avversario, dimostrando la necessaria apertura negoziale in campo commerciale, riprendendo il flusso degli aiuti economici e appoggiando in modo pi\u00f9 efficace le operazioni di stabilizzazione e di lotta all\u2019anarchia, al terrorismo e alla criminalit\u00e0.<\/p>\n<p>Nel complesso non \u00e8 uno scenario facile, e sono molti a dubitare delle reali capacit\u00e0 europee di gestirlo unitariamente. Per questo sarebbe opportuno iniziare subito una serie di consultazioni tra i governi europei e le istituzioni di Bruxelles, per anticipare per quanto possibile la crisi e per cercare di evitarla, riprendendo una pi\u00f9 forte iniziativa politica regionale, magari con una iniziativa congiunta con Ankara e Mosca, volta a scoraggiare l\u2019opzione militare e ad esercitare nuove pressioni sull\u2019Iran (e su Israele). In tal modo si preparerebbe anche il terreno per una eventuale successiva operazione di limitazione del danno.<\/p>\n<p>.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Esistono due partiti. Il primo \u00e8 quello del \u201ccan che abbaia non morde\u201d, convinto che in realt\u00e0 non avverr\u00e0 alcun attacco israeliano all\u2019Iran in questa fase, per una serie di ragioni quali tra l\u2019altro l\u2019opposizione americana e la buona salute politica del governo Nethanyau nei sondaggi. 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