{"id":20000,"date":"2012-03-27T00:00:00","date_gmt":"2012-03-26T22:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/linvoluzione-della-siria\/"},"modified":"2017-11-03T15:30:11","modified_gmt":"2017-11-03T14:30:11","slug":"linvoluzione-della-siria","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2012\/03\/linvoluzione-della-siria\/","title":{"rendered":"L\u2019involuzione della Siria"},"content":{"rendered":"<p>Le rivolte della \u201cPrimavera araba\u201d, all\u2019inizio dello scorso anno, avevano subito contagiato anche la Siria, lasciando gli osservatori mondiali col fiato sospeso, data l\u2019importanza di quel paese per gli equilibri del Medioriente.  Il regime ha risposto con la sua tipica, spietata durezza: si contano ormai oltre ottomila vittime, anche secondo l\u2019Onu. Ma la comunit\u00e0 internazionale continua ad assistere impotente, divisa, incapace di scegliere una strada per reagire.<\/p>\n<p><b>Intreccio di potere<\/b><br \/>La situazione della Siria \u00e8 particolarmente complessa, per ragioni interne ed internazionali. La dittatura degli Assad \u00e8 oggi certamente aborrita da una larga parte della popolazione; le dure repressioni in corso da un anno suscitano crescente rancore. Ma il regime ha potuto finora contare sul sostegno, o almeno sull\u2019accettazione rassegnata, di una maggioranza della popolazione (borghesia commerciale sunnita, minoranze religiose e nazionali), per la stabilit\u00e0 politica ed economica che ha potuto assicurare negli scorsi decenni.<\/p>\n<p>L\u2019apparato governativo si appoggia, da quando il Generale Afez el Assad prese il potere, nel 1971, sulla minoranza alauita, variamente stimata fra il 10 ed il 20 per cento della popolazione. Gli alauiti, emarginati da secoli sulle montagne, sono contraddistinti da una religione volutamente misteriosa; lo stesso Assad riusc\u00ec nel 1974 a farla riconoscere come una legittima filiazione dell\u2019Islam sciita. Ma il Baath, Partito unico al potere in Siria fin dal 1961, \u00e8 decisamente laico, e vi figurano vari esponenti sunniti e di altri culti, mentre molti alauiti sono lontani dal regime o anche all\u2019opposizione.<\/p>\n<p>L\u2019attuale presidente, Bashar al Assad, succeduto al padre nel 2000, ha cercato a lungo, almeno fino al 2005, di caratterizzarsi come aperto e riformatore. Gli oppositori hanno sempre sospettato che volesse condurre solo manovre di facciata; in ogni caso, le resistenze interne al regime e gli sviluppi internazionali hanno poi bloccato quel processo, spingendo il regime a ripiegarsi su se stesso.<\/p>\n<p><b>Longa manus di Teheran<\/b><br \/>Il problema che la repressione della rivolta siriana pone alla comunit\u00e0 internazionale \u00e8 complicato per la situazione della Siria, al crocevia di tutte le tensioni del vicino oriente: scontro fra il mondo arabo sunnita e il mondo sciita; rivalit\u00e0 fra la Turchia, col suo nuovo <i>soft power <\/i>di un islam moderato, e l\u2019Iran degli Ayatollah; ed anche la diffidenza fra Stati Uniti (e Nato) e la Russia, aggrappata a quanto resta delle sue posizioni nel Mediterraneo orientale. <\/p>\n<p>Lo scontro fra Israele e mondo arabo ha lasciato, oltre al problema del Golan, una diaspora palestinese di due milioni di rifugiati nella zona attorno a Damasco. La guerra in Iraq ha lasciato un milione di rifugiati sunniti nella parte orientale del paese.<\/p>\n<p>L\u2019orientamento filo-iraniano di Damasco, che da anni suscita i sospetti americani, \u00e8 nato pi\u00f9 che altro da una tipica applicazione della massima \u201cil nemico del mio vicino \u00e8 mio amico\u201d. La situazione si \u00e8 complicata ulteriormente nel 2005, quando l\u2019amministrazione Bush si \u00e8 resa conto che l\u2019invasione dell\u2019Iraq non aveva dato i risultati sperati, e la Siria \u00e8 apparsa come una<i> longa manus <\/i>di Teheran in Libano.<\/p>\n<p>A suo tempo Henry Kissinger, segretario di stato americano negli anni settanta, aveva saputo tener conto degli storici legami della Siria col Libano quando toller\u00f2, se non segretamente favor\u00ec, l\u2019intervento siriano che in quegli anni pose fine alla guerra civile in Libano. Nel 2000, al momento della \u201cprimavera siriana\u201d, Bashar si era ritirato da gran parte del Libano. Ma nel 2005 vi fu l\u2019assassinio del primo ministro libanese Hariri, e nel 2006 la seconda invasione israeliana del Libano spinse la Siria ad un nuovo intervento per sostenere Hezbollah.<\/p>\n<p>La propaganda del regime non cessa da allora di accusare gli Stati Uniti di manovre antisiriane: orchestrare accuse alla Siria per l\u2019assassinio del primo ministro libanese Hariri, sobillare l\u2019ostilit\u00e0 dei paesi del Golfo e le critiche della TV del Qatar, Al Jazeera, e persino incoraggiare l\u2019opposizione islamica sunnita. \u00c8 quasi imbarazzante notare che <i>WikiLeaks <\/i>ha pubblicato alcuni dispacci dell\u2019ambasciata americana a Damasco, che sembrano rispecchiare le accuse siriane.<\/p>\n<p>Questa situazione sarebbe potuta cambiare nel 2009, con le aperture del presidente Obama al mondo arabo, in particolare nel suo discorso del Cairo; ma il ritorno al potere di Netanyahu in Israele ha riportato in primo piano il pericolo nucleare iraniano, e l\u2019atteggiamento filo-iraniano della Siria \u00e8 tornato ad essere considerato a Washington come un ostacolo preminente.<\/p>\n<p><b>Repressione<\/b><br \/>             Quando sono dilagate le rivolte in Tunisia ed in Egitto, gli intellettuali democratici, che ispirano i settori pi\u00f9 evoluti della popolazione siriana, hanno pensato che fosse venuto il momento di dare una spallata al regime, pur sforzandosi di mantenere il carattere pacifico delle proteste (i ribelli accusano anzi il regime di creare incidenti per giustificare la repressione). Ma non hanno potuto contare su nessun effettivo appoggio della comunit\u00e0 internazionale, oggi totalmente impreparata a far fronte a situazioni di emergenza umanitaria, dopo le polemiche suscitate dall\u2019invasione americana dell\u2019Iraq.<\/p>\n<p>La crisi siriana si \u00e8 cos\u00ec sviluppata attraverso spinte disordinate, dall\u2019interno e dall\u2019esterno. Nelle parti pi\u00f9 tradizionaliste del paese sono iniziate ribellioni di stampo islamico. La repressione ha spinto elementi dell\u2019esercito alla defezione; ma l\u2019Esercito sella Siria Libera, di base in Turchia, \u00e8 guardato con sospetto dai gruppi moderati.<\/p>\n<p>Bashar al Assad, cercando di atteggiarsi nuovamente come un leader riformatore, ha compiuto varie mosse maldestre. I suoi attacchi contro il Re dell\u2019Arabia Saudita ed il Sultano del Qatar hanno invelenito i paesi del Golfo, che oggi predominano nella Lega araba, dopo l\u2019eclisse dell\u2019Egitto. Il suo annuncio, nel maggio 2011, di voler vietare il niqab (velo islamico) nelle Universit\u00e0, come era stato fatto poco prima in Francia, ha solo rafforzato le correnti islamiste. Il blocco dei giornalisti stranieri ha rafforzato l\u2019influenza di Al Jazeera. Ma soprattutto le ripetute sanguinose repressioni hanno irrigidito la rivolta.<\/p>\n<p>Qualche crepa comincia a delinearsi nel sistema del potere: si sono avute defezioni di vari ufficiali dell\u2019esercito e, recentemente, di un vice ministro. Vi sono segni anche di manovre segrete di elementi del regime, alcuni dei quali sostenuti dall\u2019esterno, in particolare dalla Lega araba. Ma il Consiglio di sicurezza dell\u2019Onu resta bloccato dal veto di Russia e Cina, ed un intervento di \u201cvolenterosi\u201d, sul modello della Libia, sarebbe inevitabilmente accompagnato da sospetti e manovre in senso contrario. <\/p>\n<p>Misure parziali, come armare i ribelli o offrire loro asilo, si scontrano con le incognite delle tensioni regionali e delle divisioni fra i vari rami della rivolta. La creazione di \u201czone franche\u201d o \u201ccorridoi umanitari\u201d potrebbe produrre solo sollievo temporaneo, se non difese da forze Onu sufficienti.<\/p>\n<p> <b>Punto di rottura<\/b><br \/>I tentativi di incoraggiare una transizione pacifica, compiuti dalla Lega araba, dal Consiglio di cooperazione del Golfo, dal Segretario generale dell\u2019Onu (da ultimo tramite il suo inviato speciale, l\u2019ex Segretario generale Kofi Annan) non hanno avuto seguito concreto, e tanto meno vi \u00e8 stato spazio per la mediazione di paesi come Russia e Turchia. <\/p>\n<p>Tutti questi sforzi sembrano scontrarsi con una situazione bloccata: il dittatore ed i suoi accoliti sono forse andati troppo oltre nella repressione, per poter accettare di abbandonare il potere, senza rischiare prima o poi di essere portati davanti alla Corte penale internazionale dell\u2019Aia; mentre le forze di opposizione sono a loro volta bloccate fra la radicalizzazione della rivolta e la paura della deriva islamista.<\/p>\n<p>L\u2019arma delle stragi massicce ed indiscriminate, gi\u00e0 usata in passato dal regime siriano per stroncare alla radice ogni velleit\u00e0 di rivolta, appare oggi pi\u00f9 difficile da usare, sotto gli occhi del mondo intero. Resta da vedere fino a quando i boiardi del regime potranno pensare di cavarsela restando uniti nella repressione, o quando cominceranno a capire di potersi salvare cambiando campo e sacrificando il dittatore e gli elementi pi\u00f9 compromessi.<\/p>\n<p>.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Le rivolte della \u201cPrimavera araba\u201d, all\u2019inizio dello scorso anno, avevano subito contagiato anche la Siria, lasciando gli osservatori mondiali col fiato sospeso, data l\u2019importanza di quel paese per gli equilibri del Medioriente. Il regime ha risposto con la sua tipica, spietata durezza: si contano ormai oltre ottomila vittime, anche secondo l\u2019Onu. 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