{"id":20050,"date":"2012-04-02T00:00:00","date_gmt":"2012-04-01T22:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/libia-verso-la-frammentazione\/"},"modified":"2017-11-03T15:30:10","modified_gmt":"2017-11-03T14:30:10","slug":"libia-verso-la-frammentazione","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2012\/04\/libia-verso-la-frammentazione\/","title":{"rendered":"Libia verso la frammentazione"},"content":{"rendered":"<p>Rivolta, complotto o sedizione? Molti osservatori si sono subito posti questa domanda, quando, all\u2019inizio dell\u2019anno scorso, l\u2019onda di piena aveva appena cominciato ad attraversare, alla fine sconvolgendole, le difformi strutture statuali del Nord-Africa, contagiando poi in varia misura altri paesi. <\/p>\n<p>Ci si \u00e8 subito resi conto che, se tra i singoli movimenti c\u2019era una caratteristica comune, certamente questa era la diversit\u00e0. In questo contesto, la specificit\u00e0 della Libia \u00e8 immediatamente risultata evidente, tanto da persistere tutt\u2019oggi, cinque mesi dopo che la Nato, il 30 ottobre 2011, aveva solennemente annunciato la fine dell\u2019operazione <i>Unified Protector<\/i>. <\/p>\n<p>In questa situazione di caos l\u2019Occidente ha cercato di muoversi, ma \u00e8 riuscito a farlo in modo disarmonico e differenziato. Sulla Libia &#8211; non \u00e8 mai stato spiegato bene il perch\u00e9 &#8211; l\u2019Occidente ha investito pesantemente, onerosamente e rumorosamente, giocando, insieme alla sua credibilit\u00e0, anche quella della Nato. E lo ha fatto senza avere alcuna chiarezza &#8211; questa opinione \u00e8 comune a diversi analisti &#8211; su quali dovessero essere gli obiettivi del \u201cdopo\u201d. Al di l\u00e0 di ogni eufemismo, si \u00e8 limitato a consentire che il regime potesse essere rovesciato, senza altri interventi significativi.<\/p>\n<p><b>Due pesi e due misure <\/b><br \/>Altrove, dove la conclamata <i>responsibility to protect <\/i>era di gran lunga pi\u00f9 urgente, ha pensato bene di astenersi da ogni azione. Ci\u00f2 \u00e8 dovuto principalmente al fatto che l\u2019Occidente non \u00e8 assolutamente in grado di scegliere, al proprio esterno, tra stabilit\u00e0 e democrazia. Da questo dilemma deriva un atteggiamento dei paesi occidentali spesso definito incoerente o schizofrenico. Al proprio interno, non senza lungo travaglio, l\u2019Occidente alla fine \u00e8 riuscito a far coesistere entrambi. Il problema viene quando ci arroghiamo il diritto di voler fare questa scelta anche per altri, che magari hanno una cultura diversa. L\u2019applicazione di questo \u201cdiritto\u201d avviene con determinazione e tolleranza non uniformi, modulate come sono dal livello di intensit\u00e0 dei nostri interessi. Quindi, due pesi e due misure. <\/p>\n<p>Mentre, ad esempio, per Emirati, Arabia Saudita, Oman e Iran ci accontentiamo della stabilit\u00e0, per altri, come Iraq, Afghanistan, Siria e Libia, pretendiamo anche la democrazia, sebbene ciascuno di noi sia ben cosciente che sar\u00e0 assai difficile ottenerla. L\u2019ultimo esempio \u00e8 la Libia. Era stabile, favorendo la cacciata del regime l\u2019abbiamo voluta anche democratica e un\u2019altra volta dobbiamo constatare, con tutta evidenza, che avevamo chiesto troppo. Qui, come alcuni avevano previsto persino nel dettaglio, la frammentazione \u00e8 ormai in corso. <\/p>\n<p>Premonizione sin troppo facile, se si pensa che storicamente la Libia in senso geopolitico &#8211; unicit\u00e0 di storia, cultura, religione e confini certi &#8211; non \u00e8 mai stata propriamente uno stato-nazione. In epoca romana, dopo la distruzione di Cartagine (146 a.c.), la Libia nord-occidentale entr\u00f2 a far parte dell\u2019Impero e fu costituita come provincia con il nome di Tripolitania (tri-polis, Oea, Sabratha e Leptis Magna). Nel 96 a.c. Roma entr\u00f2 in possesso anche della Cirenaica, con la pentapoli costituita da Cirene, Arsinoe, Berenice (oggi Bengasi), Apollonia e Tolemaide (Barce). <\/p>\n<p>Le due regioni divennero un\u2019unica provincia romana nel 74 a.c., ma, dopo di allora, le due entit\u00e0 territoriali rimasero per venti secoli realt\u00e0 separate, anche sotto l\u2019Impero Ottomano e l\u2019Italia. Fu Mussolini a volerle unificate nella colonia Libia nel 1934, poco prima dell\u2019arrivo del governatore Italo Balbo, assai pi\u00f9 illuminato e molto pi\u00f9 accettato di Volpi di Misurata e Graziani. Mentre il desertico Fezzan restava di fatto un\u2019entit\u00e0 legata solo formalmente alle altre due, tra Cirenaica e Tripolitania, per motivi storici, etnici e religiosi non ci fu mai buon sangue, n\u00e9 prima n\u00e9 dopo l\u2019unificazione. Oggi, dopo la parentesi fascista, senussita e gheddafiana la frammentazione sta arrivando addirittura in anticipo sulle previsioni, tanto da far pensare che fosse questa &#8211; non l\u2019incontenibile desiderio di democrazia &#8211; la vera molla per accelerare la caduta del Colonnello. <\/p>\n<p><b>Rivolta, complotto o sedizione?<\/b><br \/>E qui, torniamo all\u2019inizio: rivolta, complotto o sedizione? Con ogni probabilit\u00e0, tutte e tre le cose. A parte la spontaneit\u00e0 dei ragazzi di Misurata e di Tripoli, molti bengasini, i qatarini, i francesi e gli inglesi avevano ed hanno interessi assai diversi, conseguibili assai meglio con la frammentazione che con un governo unitario. Solo cos\u00ec si spiega il senso di questa strana guerra, che \u00e8 servita soprattutto a sintonizzare interessi diversi &#8211; alcuni antichi e altri nuovi, alcuni confessabili e altri meno &#8211; ma in ogni caso assai lontani da quel fine \u201cumanitario\u201d che \u00e8 il solo che ormai consente di fare le guerre con l\u2019avallo dell\u2019Onu. <\/p>\n<p>La dichiarazione di autonomia di Bengasi \u00e8 solo lo sviluppo inevitabile di una storia che viene da lontano, strumentalizzata da chi aveva tutto l\u2019interesse a farlo. L\u2019Italia non \u00e8 certo tra questi. Gli Stati Uniti, senza la cui \u201cmazzata\u201d dei primi due giorni le operazioni con buona probabilit\u00e0 sarebbero ancora in corso, ora si affannano a spronare l\u2019incerto governo di transizione verso la <i>road map <\/i>per l\u2019elezione di quel Parlamento costituente che dovr\u00e0 varare la nuova Costituzione: ma rischiano di rimanere un\u2019altra volta delusi. <\/p>\n<p>Secondo fonti algerine bene informate, sembra infatti che dopo la Cirenaica anche il Fezzan &#8211; dove \u00e8 nota (la Francia lo sa bene) la presenza di uranio nella contestata fascia di Auzou &#8211; si stia avviando sulla strada dell\u2019autonomia, avendo gi\u00e0 designato per l\u2019annuncio ufficiale il proprio esponente nel Consiglio nazionale di transizione. Nel frattempo &#8211; come denuncia <i>Amnesty International<\/i> &#8211; continua una lotta fratricida tra clan e fazioni di cui nessuno parla pi\u00f9. <\/p>\n<p>La spirale di vendette \u00e8 ben lungi dall\u2019esaurirsi, se nella sola Cirenaica una sessantina di \u201cbrigate\u201d, guidate da altrettanti capi ribelli, hanno disobbedito all\u2019ordine di deporre le armi e si oppongono all\u2019idea di uno Stato unitario. Analoga situazione nelle altre province, dove le milizie tribali ancora spadroneggiano alimentando una resa dei conti quotidiana, tanto da costringere l\u2019Onu a prorogare per un anno la missione Unsmil, che tenta di favorire almeno il rispetto dei diritti umani.<\/p>\n<p><b>Sforzo encomiabile<\/b><br \/>Lo sforzo del presidente del Consiglio nazionale di transizione Mustafa Abdel Jalil e del primo ministro Abdel Rahim al-Kib \u00e8 certamente encomiabile. Al momento, per\u00f2, le milizie di Zintan presidiano ancora l\u2019aeroporto di Tripoli (lamentandosi, perch\u00e9 \u201cnon \u00e8 compito loro\u201d), le trib\u00f9 berbere armate continuano a controllare le alture del loro Gharian e quelle di Misurata &#8211; la citt\u00e0 \u201cmartire\u201d- si scambiano spedizioni punitive con le squadre armate di Tripoli. Ma, in un modo o nell\u2019altro, finir\u00e0. Nella migliore delle ipotesi con un debole Stato federale, dove la Cirenaica ha il petrolio, la Tripolitania un po\u2019 di industria e di agricoltura e il Fezzan l\u2019uranio, e il \u201cgrande fiume bianco\u201d nel sottosuolo. Una specie di Iraq, insomma, con la complicazione di un maggiore senso identitario delle varie trib\u00f9. <\/p>\n<p>Ma non c\u2019\u00e8 da scoraggiarsi. In fondo, dalla fine delle operazioni sono passati solo cinque mesi. Nella civilissima Lombardia, in Emilia-Romagna e nel mio nord-est, dopo il 25 aprile 1945, per la \u201cpacificazione\u201d ci sono voluti un paio d\u2019anni e ventimila morti. Attendiamo con pazienza, cercando di capitalizzare esperienza, investimenti e rendite di posizione. Altri, con meno titoli, hanno dimostrato di non aver alcun ritegno a farlo.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Rivolta, complotto o sedizione? Molti osservatori si sono subito posti questa domanda, quando, all\u2019inizio dell\u2019anno scorso, l\u2019onda di piena aveva appena cominciato ad attraversare, alla fine sconvolgendole, le difformi strutture statuali del Nord-Africa, contagiando poi in varia misura altri paesi. 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