{"id":2030,"date":"2006-10-09T00:00:00","date_gmt":"2006-10-08T22:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/europa-avanti-in-ordine-sparso\/"},"modified":"2017-11-03T15:43:16","modified_gmt":"2017-11-03T14:43:16","slug":"europa-avanti-in-ordine-sparso","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2006\/10\/europa-avanti-in-ordine-sparso\/","title":{"rendered":"Europa avanti in ordine sparso"},"content":{"rendered":"<p>Con poche eccezioni, preoccupanti ma marginali, le classi dirigenti europee concordano sul bisogno crescente che il continente ha di immigrazione. Alcuni lo dicono anche in campagna elettorale, altri solo <i>off the records<\/i>, ma il consenso di principio, a livello di \u00e9lite, \u00e8 ampio. Quando si entra nello specifico, per\u00f2, le opinioni su come tradurre tale bisogno strutturale in politiche operative divergono, sia all\u2019interno di ciascun contesto nazionale, sia nei rapporti degli Stati europei tra loro e con le istituzioni comuni. Queste divergenze, note da tempo, sono diventate drammaticamente evidenti negli ultimi mesi.<\/p>\n<p><b>Divisi dalle migrazioni<\/b><br \/>I fattori di tensione tra paesi Ue legati a tematiche migratorie sono molteplici. Una faglia che sembra allargarsi \u00e8 quella tra vecchi e nuovi Stati membri. L\u2019annuncio di un rinvio della loro ammissione nello \u201cspazio senza frontiere\u201d di Schengen (inizialmente prevista per ottobre 2007) ha recentemente spinto alcuni paesi dell\u2019Europa orientale a denunciare una discriminazione politicamente motivata nei loro confronti. L\u2019ambasciatore ceco a Bruxelles ha descritto polemicamente l\u2019Unione come \u201cuna fortezza con un piano nobile riservato ai paesi Schengen e un\u2019ulteriore cittadella all\u2019interno per l\u2019Unione monetaria\u201d. La Commissione ha replicato con durezza, adducendo motivazioni esclusivamente tecniche e bollando le critiche come \u201cinfantili e inutili teorie della cospirazione\u201d. Nella riunione del 5 ottobre, il Consiglio ha tentato una ricucitura, ma solo nei prossimi mesi si capir\u00e0 se lo strappo \u00e8 in via di superamento.<\/p>\n<p>Il fronte di divisione pi\u00f9 spettacolare, per\u00f2, divide l\u2019Europa continentale e settentrionale da quella mediterranea e riguarda le politiche di prevenzione e contrasto delle migrazioni non autorizzate. Da un punto di vista quantitativo, il fenomeno dell\u2019immigrazione irregolare consiste essenzialmente in ingressi fraudolenti (per esempio, con visti acquistati da funzionari corrotti) e in permanenze non autorizzate da parte di falsi turisti o simili (i cosiddetti <i>overstayers<\/i>); l\u2019attenzione pubblica e il dibattito politico, per\u00f2, si concentrano quasi esclusivamente su poche decine di migliaia di sbarchi clandestini in lembi estremi del continente, quali le Canarie, Lampedusa e Malta. La forte mediatizzazione e l\u2019esito spesso tragico di questi viaggi spiegano, ma non giustificano, un simile sbilanciamento dell\u2019agenda politica europea.<\/p>\n<p><b>Chi paga per i controlli alle frontiere?<\/b><br \/>I costi sostenuti dai paesi rivieraschi pi\u00f9 direttamente investiti per controllare i confini comuni sono elevati. Da anni, gli stati mediterranei rivendicano una maggiore condivisione di tali oneri (<i>burden sharing <\/i>\u00e8 l\u2019espressione correntemente utilizzata). La necessit\u00e0 di applicare un principio di solidariet\u00e0 in questo campo \u00e8 ormai difficilmente contestata alla radice; tale principio era stato persino formalizzato nel trattato costituzionale oggi quiescente. Sono stati ottenuti anche alcuni risultati concreti, di cui il pi\u00f9 evidente \u00e8 la nascita dell\u2019Agenzia europea per il controllo delle frontiere (Frontex), che per\u00f2 ha mezzi scarsi e competenze estese a tutto il vasto perimetro dell\u2019Unione.<\/p>\n<p>La consueta emergenza estiva &#8211; che quest\u2019anno si \u00e8 presentata in forma particolarmente acuta, con un aumento degli sbarchi sulle coste italiane e spagnole &#8211; ha fatto esplodere la questione. Dopo alcune avvisaglie, la spaccatura \u00e8 emersa in occasione del Consiglio GAI informale del 21 settembre, dove il ministro della Giustizia spagnolo, Juan Fernando L\u00f3pez Aguilar, ha formalmente chiesto ai colleghi \u201cdenaro, risorse, determinazione e la consapevolezza che questa \u00e8 una realt\u00e0 che ci accompagner\u00e0 per il primo terzo del 21\u00b0 secolo\u201d. <\/p>\n<p>Per tutta risposta, il suo omologo tedesco, l\u2019influente Wolfgang Sch\u00e4uble, ha dichiarato che \u201cchi davvero intende risolvere il problema, non deve cominciare chiedendo soldi ad altri\u201d. Voci ufficiali si sono poi levate anche dai rappresentanti francesi, austriaci e olandesi, a denunciare le imponenti regolarizzazioni realizzate negli ultimi anni dalla Spagna e dall\u2019Italia (ma anche da Grecia e Portogallo) come il fattore di attrazione decisivo. I paesi in questione hanno respinto sdegnati le accuse, sostenendo che le vere cause risiedono nel divario di sviluppo tra l\u2019Europa e l\u2019Africa. Entrambi gli schieramenti hanno delle buone ragioni ed \u00e8 impossibile pesare esattamente l\u2019incidenza dei vari fattori.<\/p>\n<p><b>Quale ruolo per l\u2019Unione<\/b><br \/>La controversia, ripresa ai margini di una successiva riunione dei ministri degli Esteri e degli Interni degli otto paesi mediterranei dell\u2019Unione (Madrid, 29 settembre), ha innescato una spirale di incontri e iniziative. In particolare, i leader dei tre paesi maggiormente coinvolti (Francia, Italia e Spagna) hanno cercato di smorzare le tensioni emerse al livello dei ministri di settore, investendo della questione i massimi livelli istituzionali della Ue. Il 25 settembre, una lettera (firmata, oltre ai tre grandi dell\u2019arco latino, anche da Cipro, Grecia, Malta, Portogallo e Slovenia) \u00e8 stata inviata alla presidenza finlandese per sollecitare un maggior impegno comunitario sul dossier migratorio nel suo complesso.<\/p>\n<p>Saranno il summit informale di Lahti (20 ottobre) e poi il rituale Consiglio europeo di dicembre a dover rispondere a questo appello. Dovranno essere risposte concrete, se si vuole evitare che la spaccatura prodottasi nelle ultime settimane si cronicizzi, mettendo a repentaglio l\u2019intera agenda della politica migratoria comune, varata sette anni fa a Tampere e aggiornata \u2013 con ambizioni ridimensionate \u2013 con il Programma de L\u2019Aia, adottato nel novembre 2004 per il quinquennio 2005-2009. <\/p>\n<p>L\u2019<i>upgrading <\/i>della discussione a livello di Capi di Stato e di Governo \u00e8 indispensabile, perch\u00e9 consente di affrontare la questione migratoria in maniera integrata, svincolandosi da un approccio settoriale \u2013 di sicurezza e difensivo &#8211; che si \u00e8 rivelato largamente insufficiente. In particolare, il ruolo dell\u2019Unione potrebbe risultare decisivo nel dare vita a una pi\u00f9 efficace \u201cdimensione esterna\u201d della politica migratoria. Specialmente nei rapporti con l\u2019Africa, \u00e8 sempre pi\u00f9 evidente che una tale dimensione esterna &#8211; che integri strumenti di politica estera, commerciale e di cooperazione &#8211; \u00e8 necessaria per tentare un recupero simultaneo di efficacia e di equit\u00e0.<\/p>\n<p><b>Migrazioni dall\u2019Africa: solo contenimento?<\/b><br \/>Da un anno a questa parte, la politica migratoria verso l\u2019Africa \u00e8 diventata (sorprendentemente, per chi \u00e8 rimasto ancorato a vecchi schemi di politica internazionale) una <i>top priority <\/i> per la politica europea. L\u2019effervescenza diplomatica \u00e8 notevole e la girandola degli incontri e delle risoluzioni frenetica. Un impulso politico determinante \u00e8 venuto da un picco di incidenti mortali alla frontiera esterna dell\u2019Unione, intorno alle enclave di Ceuta e Melilla, alla fine dell\u2019estate 2005. <\/p>\n<p>Da allora \u2013 ci limitiamo alle tappe fondamentali &#8211; il Consiglio europeo di dicembre 2005 ha adottato un <i>Global Approach to Migration<\/i>, focalizzato sull\u2019Africa e sul Mediterraneo come priorit\u00e0 assolute. Nei mesi successivi, un\u2019iniziativa ispano-francese (con forte coinvolgimento del Marocco) ha condotto alla 1\u00b0 Conferenza ministeriale euro-africana su migrazioni e sviluppo (Rabat, 10-11 luglio 2006). Il 2 ottobre, le migrazioni sono state uno dei temi-chiave dell\u2019incontro al vertice tra Commissione europea e Commissione dell\u2019Unione africana, ad Addis Abeba. Per il mese di novembre \u00e8 in programma una seconda <i>EU-Africa Conference<\/i> sulle migrazioni, da tenersi questa volta in Libia.<\/p>\n<p>Ma, dietro le fanfare dei vertici e il fumo delle dichiarazioni, che cosa c\u2019\u00e8 di concreto? Come dimostrano, da ultimo, le Conclusioni del Consiglio su \u201cReinforcing the Southern external maritime border\u201d (adottate il 5 ottobre scorso), l\u2019agenda della politica di controllo migratorio si evolve e si amplia di continuo: tra le molte novit\u00e0 all\u2019orizzonte spiccano i <i>Rapid Border Intervention Teams <\/i>(Rabit), che potrebbero rappresentare la prima forza di polizia europea dotata di poteri operativi sul territorio comunitario. Sul terreno della politica estera e di cooperazione, invece, i progressi sono assai pi\u00f9 modesti. La Conferenza euro-africana di Rabat ha prodotto risultati modesti, principalmente a causa delle divisioni interne all\u2019Europa (l\u2019Italia ha per esempio contestato la eccessiva concentrazione sulla \u201cemergenza Canarie\u201d) e all\u2019Africa stessa (dove le tensioni decennali tra Marocco e Algeria rappresentano un ostacolo serissimo a qualsiasi approccio regionale).<\/p>\n<p>A livello di retorica, tutti sono d\u2019accordo che la \u201csoluzione\u201d sia lo sviluppo dell\u2019Africa. I decisori pi\u00f9 consapevoli sanno anche che non c\u2019\u00e8 sviluppo senza mobilit\u00e0 umana, e si rendono conto che lo sviluppo, a breve e medio termine, accresce il tasso di mobilit\u00e0, non lo riduce. Lentamente, anche le organizzazioni internazionali acquistano consapevolezza dell\u2019importanza cruciale del nesso migrazioni-sviluppo: smentendo molte cassandre, il Dialogo ad Alto Livello delle Nazioni Unite di met\u00e0 settembre ha deliberato la creazione di un organismo permanente, chiamato <i>Global Forum on Migration and Development. <\/i><\/p>\n<p>Anche le agenzie europee di cooperazione si stanno gradualmente convertendo a considerare le migrazioni come una delle variabili centrali ai fini dello sviluppo, superando dogmi ideologici e pigrizie intellettuali. Questo nuovo clima culturale ha dato luogo, qua e l\u00e0, a progetti-pilota ed esperimenti di <i>policy<\/i> talvolta interessanti, ma non si \u00e8 ancora tradotto in politiche organiche, n\u00e9 a livello di Unione n\u00e9 di Stati membri. Basta guardare le proiezioni demografiche, per capire quanto sia urgente procedere in questa direzione, per andare oltre una strategia di mero contenimento e tentare di scongiurare un futuro in cui il conflitto asimmetrico potrebbe opporre due interi continenti.<\/p>\n<p><i>Ferruccio Pastore \u00e8 Vicedirettore del CeSPI.<\/i><\/p>\n<p><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Con poche eccezioni, preoccupanti ma marginali, le classi dirigenti europee concordano sul bisogno crescente che il continente ha di immigrazione. Alcuni lo dicono anche in campagna elettorale, altri solo off the records, ma il consenso di principio, a livello di \u00e9lite, \u00e8 ampio. 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