{"id":20740,"date":"2012-07-02T00:00:00","date_gmt":"2012-07-01T22:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/le-ombre-dellaccordo-di-bruxelles\/"},"modified":"2017-11-03T15:29:50","modified_gmt":"2017-11-03T14:29:50","slug":"le-ombre-dellaccordo-di-bruxelles","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2012\/07\/le-ombre-dellaccordo-di-bruxelles\/","title":{"rendered":"Le ombre dell\u2019accordo di Bruxelles"},"content":{"rendered":"<p>Come \u00e8 spesso accaduto negli ultimi anni, anche stavolta alla chiusura del vertice europeo di Bruxelles del 29 giugno hanno fatto seguito sia un immediato rimbalzo positivo dei mercati finanziari sia un compatto fronte di commenti favorevoli su tutti i principali quotidiani internazionali. Come nelle precedenti occasioni, tuttavia, molte sono le ombre sull\u2019accordo finale raggiunto nella notte dai Capi di Stato e di governo dell\u2019Unione europea.<\/p>\n<p>Due erano i principali problemi che meritavano una risposta urgente: il primo era il preoccupante circolo vizioso fra finanza bancaria e finanza pubblica; il secondo era il crescente differenziale di rendimento fra i titoli del debito pubblico dei vari Stati. Spezzare l\u2019abbraccio mortale fra istituzioni finanziarie e bilancio statale e ricondurre rapidamente gli <i>spread <\/i>a valori sostenibili erano le priorit\u00e0 dell\u2019agenda europea. Valutare se e come siano state effettivamente affrontate non \u00e8, tuttavia, un esercizio facile.<\/p>\n<p><b>Partita aperta<\/b><br \/>La lettura del dispositivo finale sia del vertice della zona euro che del Consiglio europeo lascia chiaramente intendere che la partita \u00e8 tutt\u2019altro che chiusa e che buona parte delle decisioni devono essere ancora prese. Di sicuro interesse \u00e8 l\u2019impegno a centralizzare la vigilanza sul sistema bancario nelle mani della Banca centrale europea (Bce). Entro un anno l\u2019istituto di emissione si dovrebbe trovare a controllare non solo l\u2019ammontare totale di prestiti concedibili, ma anche il merito di credito, sottraendo parte delle competenze attualmente in capo all\u2019<i>European banking association<\/i> (Eba) istituita con la riforma della <i>governance <\/i>economica del 2010.<\/p>\n<p>Dal punto di vista strettamente economico si tratta di un passaggio molto importante, che cerca di affrontare un problema che va ben al di l\u00e0 delle difficolt\u00e0 bancarie nate in Europa dopo il clamoroso fallimento di Lehman Brothers. <\/p>\n<p>Prima delle crisi, infatti, il rapido processo di deregolamentazione, unito all\u2019introduzione di nuovi e sempre pi\u00f9 sofisticati strumenti finanziari, aveva fatto s\u00ec che &#8211; pur in presenza di una politica monetaria comune gestita direttamente dall\u2019<i>Eurotower<\/i> &#8211; i sistemi bancari europei, privi di una regolamentazione e di una vigilanza comune, potessero determinare dinamiche del credito anche molto diverse nei paesi dell\u2019area euro, indipendentemente dalle intenzioni della Banca centrale e &#8211; a tratti &#8211; addirittura in controtendenza rispetto ad alcuni sforzi restrittivi della Bce.<\/p>\n<p>Proprio l\u2019espansione incontrollata del credito ha determinato un aumento dei consumi pubblici e\/o privati e &#8211; conseguentemente &#8211; un aumento dell\u2019inflazione oltre la media europea. Il <i>gap <\/i>inflazionistico fra paesi ha cos\u00ec provocato, da un lato, un aumento pi\u00f9 pronunciato dei salari nominali e, dall\u2019altro, tassi di interesse reali pi\u00f9 bassi nei paesi periferici a fronte di tassi di interesse nominali praticamente identici in tutta l\u2019area euro. <\/p>\n<p>Questa combinazione di elementi ha finito per stimolare la domanda interna, aumentare il disavanzo commerciale e peggiorare la competitivit\u00e0 dei singoli paesi. Aver iniziato ad intervenire su questo punto \u00e8 quindi un passo avanti importante da monitorare con attenzione nelle prossime settimane.<\/p>\n<p><b>Paradossi<\/b><br \/>L\u2019altro elemento interessante contenuto nel dispositivo finale del vertice di Bruxelles riguarda il cosiddetto \u201cmeccanismo anti-spread\u201d che, utilizzando gli stanziamenti del fondo salva-Stati, dovrebbe evitare una eccessiva pressione dei mercati finanziari su paesi come Italia e Spagna. <\/p>\n<p>Sicuramente, come molti commentatori hanno fatto notare, la limitata dotazione del fondo &#8211; 500 miliardi, di cui 100 gi\u00e0 impegnati per il rifinanziamento del settore bancario spagnolo, senza contare la parte necessaria per i programmi di assistenza a Grecia, Portogallo e Irlanda &#8211; potr\u00e0 costituire un problema. Per come si presenta, il piano anti-spread sembra una replica riuscita male del Sistema monetario europeo (Sme), con il differenziale del tasso di interesse al posto del tasso di cambio e con l\u2019Esm al posto delle banche centrali.<\/p>\n<p>Se pensiamo agli enormi problemi &#8211; e al successivo fallimento &#8211; a cui and\u00f2 incontro lo Sme quando si tratt\u00f2 di affrontare il primo grande shock asimmetrico dell\u2019Ue &#8211; ovvero la riunificazione tedesca &#8211; e se teniamo presente che le cartucce a disposizione del fondo salva-Stati saranno di gran lunga inferiori a quelle di cui disponevano gli istituti di emissione, non sembrano esserci particolari motivi di ottimismo.<\/p>\n<p>A ci\u00f2 si aggiunge poi l\u2019assurda prescrizione che prevede che gli Stati che intendono avvalersi del meccanismo anti-spread debbano farne esplicitamente richiesta. Si tratta di una procedura che rischia di segnalare ai mercati la difficolt\u00e0 di un paese nel mantenere il debito su un sentiero di sostenibilit\u00e0, generando cos\u00ec una probabile fuga dai titoli del debito pubblico e un immediato aumento dei differenziali sui tassi di interesse: l\u2019esatto contrario di quello che si sperava di fare. <\/p>\n<p>C\u2019\u00e8 da sperare, dunque, che la riunione dell\u2019eurogruppo prevista per il 9 luglio decida quantomeno di concedere all\u2019Esm quella licenza bancaria che gli consentirebbe di fare ricorso a maggiori risorse capaci di fronteggiare con successo la speculazione.<\/p>\n<p><b>Nodo competitivit\u00e0<\/b><br \/>Quello che purtroppo colpisce in negativo delle conclusioni del vertice di Bruxelles \u00e8 la mancata individuazione di strumenti e strategie capaci di riassorbire l\u2019enorme divario di competitivit\u00e0 che, a partire dal 2002, si \u00e8 andato creando all\u2019interno dell\u2019area euro e che \u00e8 all\u2019origine delle attuali turbolenze. <\/p>\n<p>L\u2019impossibilit\u00e0 di ricorrere alla svalutazione monetaria obbliga gli Stati membri a cercare di recuperare terreno principalmente attraverso la deflazione salariale. Una strada che \u00e8 stata percorsa finora e che, unitariamente alla stretta di bilancio, ha avvitato l\u2019Europa in una spirale recessiva da cui si fatica a intravvedere una via d\u2019uscita.<\/p>\n<p>Il piano per la crescita licenziato a Bruxelles potr\u00e0 fare ben poco di fronte ad un economia continentale sempre pi\u00f9 apatica e duale. Sarebbero invece necessari meccanismi capaci di far partecipare al risanamento anche i paesi in avanzo commerciale. Purtroppo sembra che per queste cose bisogner\u00e0 aspettare un nuovo vertice e, forse, anche maggiore consapevolezza da parte della classe politica europea.<\/p>\n<p>.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Come \u00e8 spesso accaduto negli ultimi anni, anche stavolta alla chiusura del vertice europeo di Bruxelles del 29 giugno hanno fatto seguito sia un immediato rimbalzo positivo dei mercati finanziari sia un compatto fronte di commenti favorevoli su tutti i principali quotidiani internazionali. 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