{"id":20830,"date":"2012-07-12T00:00:00","date_gmt":"2012-07-11T22:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/litalia-per-lafghanistan\/"},"modified":"2017-11-03T15:29:48","modified_gmt":"2017-11-03T14:29:48","slug":"litalia-per-lafghanistan","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2012\/07\/litalia-per-lafghanistan\/","title":{"rendered":"L\u2019Italia per l\u2019Afghanistan"},"content":{"rendered":"<p>Nella conferenza internazionale sull\u2019Afghanistan che si \u00e8 svolta l&#8217;8 luglio a Tokyo, il governo afgano e la comunit\u00e0 internazionale hanno definito i reciproci impegni per gli anni successivi al 2014, data in cui avr\u00e0 termine la presenza militare della missione Isaf. Si sta infatti completando gi\u00e0 in questi mesi la fase di &#8220;transizione&#8221;, con il 75% del territorio passato a maggio sotto il controllo delle <i>Afghan National Security Forces<\/i>, e si fa reale la prospettiva di affidare loro la guida della sicurezza complessiva del paese entro la met\u00e0 del 2013, per poter completare il ritiro &#8211; gi\u00e0 avviato &#8211; delle forze internazionali entro il 2014.<\/p>\n<p><b>Fragili successi<\/b><br \/>Si aprir\u00e0 allora quella che viene definita la &#8220;<i>transformation decade<\/i>&#8220;, quei dieci anni che, a partire dal 2015, dovrebbero vedere il volto dell&#8217;Afghanistan cambiare per opera degli stessi afghani. Si tratter\u00e0 innanzitutto di consolidare e rafforzare i risultati che, pur con contraddizioni e limiti del tutto evidenti, sono stati ottenuti negli ultimi dieci anni, sia in termini di sicurezza e lotta alla corruzione, sia sul versante della capacit\u00e0 di sviluppo economico, sia &#8211; soprattutto &#8211; sul fronte pi\u00f9 delicato e strategicamente vitale dell&#8217;affermazione e del rispetto dei diritti umani, a partire da quelli delle donne e dei bambini.<\/p>\n<p>\u00c8 un terreno sul quale molto \u00e8 cambiato, negli ultimi dieci anni: l&#8217;approvazione della nuova Costituzione che sancisce i diritti di uomini e donne; la legge per l&#8217;eliminazione della violenza contro le donne (Evaw); l&#8217;adozione di un piano d&#8217;azione nazionale per le donne; la nascita del ministero per l&#8217;uguaglianza di genere e i diritti delle donne; la nascita di numerose case rifugio per donne vittime di violenza; e, <i>last but not least<\/i>, il 27% di donne elette in parlamento alle ultime elezioni.<\/p>\n<p>Sono per\u00f2 risultati non solo parziali, frammentati, ma anche molto fragili, da cui pu\u00f2 essere molto facile e veloce tornare indietro. Lo dimostrano i dati che con un lavoro prezioso hanno raccolto alcune organizzazioni internazionali: <i>Human Rights Watch <\/i>ci racconta di nove donne su dieci di et\u00e0 superiore ai 15 anni ancora analfabete; per <i>Global Rights<\/i>, 87 donne afghane su 100 hanno subito almeno una forma di violenza domestica, con un tasso di mortalit\u00e0 tra i pi\u00f9 alti del mondo.<\/p>\n<p>Ma il dato che pi\u00f9 dovrebbe far riflettere \u00e8 quello relativo alla percezione di insicurezza, il timore di veder cancellate le proprie conquiste &#8211; cos\u00ec faticosamente raggiunte: un&#8217;indagine condotta nel corso del 2011 da <i>ActionAid <\/i>indica che se due terzi delle donne in Afghanistan ritiene che la propria condizione sia migliorata negli ultimi dieci anni, nove su dieci temono il ritorno di un regime talebano, e un terzo teme il momento in cui le forze militari di Isaf lasceranno il paese.<\/p>\n<p><b>Pi\u00f9 impegno<\/b><br \/>Sono paure che non si possono ignorare. Il punto \u00e8 quindi, ora, fare in modo che non siano gli anelli deboli della catena sociale e politica dell&#8217;Afghanistan &#8211; le donne e i bambini &#8211; a pagare il prezzo di una &#8220;riconciliazione&#8221; che si preannuncia complicata. Non a caso, nel corso della Conferenza di Tokyo, l&#8217;Italia ha dovuto insistere non poco perch\u00e9 fosse inserito nel documento finale un riferimento esplicito al raggiungimento e mantenimento degli standard internazionali relativi ai diritti umani ed in particolare a quelli delle donne, legando con una formula di condizionalit\u00e0 il mantenimento degli impegni dei donatori a questo obiettivo.<\/p>\n<p>L\u2019Italia ha potuto farlo grazie ad una sinergia di fattori: innanzitutto l&#8217;approvazione, da parte della Commissione esteri della Camera, di una risoluzione che impegnava il governo italiano ad una posizione ferma su questo tema in occasione della Conferenza di Tokyo; il fatto di aver firmato, gi\u00e0 a gennaio, un Accordo sul partenariato e la cooperazione di lungo periodo tra Italia e Afghanistan che oggi \u00e8 all&#8217;attenzione della Camera per la ratifica; la credibilit\u00e0 che il nostro paese ha assunto nel campo del lavoro con la societ\u00e0 civile afghana, soprattutto grazie all&#8217;esperienza preziosa di &#8220;Afgana&#8221;, una rete di associazioni ed Ong italiane che ha lavorato in questi anni in strettissimo raccordo con le controparti locali, appoggiate dal lungimirante sostegno della Farnesina.<\/p>\n<p>Probabilmente ha giocato un ruolo non del tutto secondario anche il profilo del sottosegretario Staffan De Mistura, che rappresentava l&#8217;Italia alla Conferenza forte non solo di un netto mandato parlamentare, ma anche di una competenza ed una credibilit\u00e0 personali non comuni. <\/p>\n<p>Ma il buon esito della Conferenza, che d\u00e0 concretezza agli impegni gi\u00e0 presi in dicembre a Bonn e pi\u00f9 recentemente al G8 di Camp David ed al vertice Nato di Chicago, non devono far perdere di vista le difficolt\u00e0 ed i rischi che gi\u00e0 si profilano all&#8217;orizzonte: che i diritti umani, e quelli di donne e bambini in particolare, siano facile moneta di scambio per una riconciliazione nazionale che serve a Karzai per consolidare la fase di transizione, e serve alla comunit\u00e0 internazionale per poter uscire dignitosamente e nei tempi stabiliti da una missione militare dal segno controverso.<\/p>\n<p><b>Democrazia<\/b><br \/>\u00c8 cruciale quindi che la parola d&#8217;ordine della comunit\u00e0 internazionale non sia ora &#8220;disimpegno&#8221;, ma un impegno ancor pi\u00f9 forte, seppure di segno diverso: sempre meno militare, sempre pi\u00f9 politico, diplomatico e civile, a sostegno dei processi di democratizzazione e di sviluppo economico e sociale che dovrebbero caratterizzare la &#8220;<i>transformation Decade<\/i>&#8220;. Non si tratta di buoni sentimenti, ma di capire che solo un Afghanistan saldo nei suoi principi democratici e solido nei suoi meccanismi di promozione e protezione di diritti umani pu\u00f2 costituire un argine efficace alle minacce alla sicurezza che abbiamo gi\u00e0 conosciuto in passato.<\/p>\n<p>.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Nella conferenza internazionale sull\u2019Afghanistan che si \u00e8 svolta l&#8217;8 luglio a Tokyo, il governo afgano e la comunit\u00e0 internazionale hanno definito i reciproci impegni per gli anni successivi al 2014, data in cui avr\u00e0 termine la presenza militare della missione Isaf. 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