{"id":21060,"date":"2012-08-07T00:00:00","date_gmt":"2012-08-06T22:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/leconomia-cinese-centro-nevralgico-dellasia-orientale\/"},"modified":"2017-11-03T15:29:41","modified_gmt":"2017-11-03T14:29:41","slug":"leconomia-cinese-centro-nevralgico-dellasia-orientale","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2012\/08\/leconomia-cinese-centro-nevralgico-dellasia-orientale\/","title":{"rendered":"L\u2019economia cinese centro nevralgico dell\u2019Asia orientale"},"content":{"rendered":"<p>La Cina \u00e8 divenuta il primo esportatore mondiale, ed \u00e8 noto che il paese sta esportando in misura crescente prodotti ad alta tecnologia. Tuttavia, un\u2019analisi che si limitasse a studiare i flussi commerciali con i criteri di misurazione tradizionali sarebbe fuorviante. Infatti, in Asia orientale dagli anni \u201980 del secolo scorso ha preso forma un sistema di network produttivi che sta radicalmente cambiando il paradigma del commercio internazionale, con rilevanti conseguenze sulle dinamiche di funzionamento degli accordi commerciali multilaterali.<\/p>\n<p>Come si vede dalla figura sottostante, tutto ebbe inizio negli anni \u201980 quando le multinazionali giapponesi, soprattutto dopo la rivalutazione dello yen imposta dagli Stati Uniti con gli accordi del Plaza del 1985, iniziarono a delocalizzare intere fasi della produzione in Corea, a Taiwan e in altri paesi dell\u2019Asia sudorientale, a partire dalla Malesia. <\/p>\n<p>Mentre gli anni \u201990 e 2000 vedono la comparsa degli Stati Uniti e della Repubblica popolare cinese (Rpc) all\u2019interno del network produttivo regionale, attorno al 2005 si era gi\u00e0 verificato un riorientamento delle dinamiche produttive attorno all\u2019<i>hub <\/i>cinese, divenuto uno snodo cruciale per i flussi commerciali in Asia. Infatti, Taiwan, le Filippine, la Thailandia, la Corea, Singapore e la Malesia sono divenuti tutti paesi fornitori della Cina, relegando il Giappone a una posizione pi\u00f9 defilata, anche se indirettamente rilevante soprattutto attraverso gli investimenti a Taiwan e in Malesia.<\/p>\n<p align=\"center\"><img decoding=\"async\" src=\"IMAGE\/Img_gabusi.jpg\" hspace=\"5\" vspace=\"5\" border=\"0\"><\/p>\n<p><b>Cina \u201cassemlatore\u201d dell\u2019Asia<\/b><br \/>Se la Cina viene definita spesso come \u201cla fabbrica del mondo\u201d, scomponendo le esportazioni in quote di valore aggiunto emerge un quadro pi\u00f9 complesso. La Cina infatti \u00e8 divenuta \u201cl\u2019assemblatore dell\u2019Asia\u201d: nel 2006 quasi i 2\/3 delle importazioni cinesi di beni intermedi provenivano dall\u2019Asia orientale. <\/p>\n<p>La Cina rivende i prodotti finiti principalmente in Europa e negli Stati Uniti (tra il 1992 e il 2006 la quota delle esportazioni cinesi di prodotti finiti dirette in Asia orientale \u00e8 scesa dal 55 al 26,5%). Anche se la quota del<i> processing trade <\/i>sul commercio totale della Cina sta declinando, essa \u00e8 ancora elevata: \u00e8 infatti passata dal 49% (55% delle esportazioni e 42% delle importazioni) del 2000 al 39% del 2010 (47% delle esportazioni e 30% delle importazioni). Pertanto, la crescita cinese dipende dalle esportazioni tanto quanto dalle importazioni, e l\u2019alto contenuto tecnologico di quest\u2019ultime potrebbe spiegare il <a href= \" http:\/\/onlinelibrary.wiley.com\/doi\/10.1111\/j.1749-124X.2006.00038.x\/abstract\" target= \"blank\"><b><u> paradosso di Rodrik<\/u><\/b><\/a>, secondo cui le esportazioni cinesi sono pi\u00f9 sofisticate rispetto a quanto ci si dovrebbe attendere dal livello (medio) di sviluppo della Cina.<\/p>\n<p>In altre parole, se non si considera l\u2019alto valore aggiunto delle importazioni <i>for processing<\/i>, non si coglie appieno il significato del ruolo svolto dalla Cina nel commercio mondiale. Ad esempio, un iPod che viene registrato nelle statistiche commerciali come export cinese del valore di 150 dollari in realt\u00e0 ha un valore aggiunto cinese di soli 4 dollari, poich\u00e9 il restante valore incorpora semplicemente la somma dei costi della componentistica importata. Ancora, un recente <a href= \"http:\/\/pcic.merage.uci.edu\/papers\/2011\/Value_iPad_iPhone.pdf\" target= \"blank\"><b><u> studio accademico<\/u><\/b><\/a> rivela che, mentre il costo di produzione totale di un iPad \u00e8 di 275 dollari, il valore aggiunto in Cina \u00e8 di soli 10 dollari. <\/p>\n<p>Dal momento che la componentistica per l\u2019elettronica rappresenta una parte significativa dei beni scambiati tra i paesi asiatici, la differenza tra i due valori assume un significato rilevante. Se alle statistiche commerciali si applica il criterio del valore aggiunto si hanno risultati interessanti: ad esempio, secondo stime del settimanale <a href= \"http:\/\/www.economist.com\/node\/21543174\" target= \"blank\"><b><u> The Economist<\/u><\/b><\/a> il deficit di 300 miliardi di dollari Usa registrato dagli Stati Uniti nei confronti della Cina nel 2011 scenderebbe a soli 150. Inoltre, un <a href= \"http:\/\/unctad.org\/en\/docs\/webgds2011_g20d03_en.pdf\" target= \"blank\"><b><u> rapporto<\/u><\/b><\/a> dell\u2019Unctad redatto per il G20 rivela che un apprezzamento del renminbi non necessariamente consentirebbe una riduzione del deficit statunitense, poich\u00e9 renderebbe pi\u00f9 care le merci importate e rilavorate per le esportazioni: in sostanza, lo squilibrio \u00e8 di natura multilaterale e non bilaterale. <\/p>\n<p>Infine, scorporando il valore della componentistica importata, ancora nel 2005\/2006 pi\u00f9 dell\u201980% delle esportazioni manifatturiere cinesi era ancora composto da beni<i> labour-intensive<\/i>, segno che l\u2019ascesa della scala tecnologica \u00e8 un processo lungo e per nulla scontato.<\/p>\n<p><b>Complementariet\u00e0 regioni asiatiche<\/b><br \/>L\u2019integrazione della Rpc nei network produttivi globali d\u00e0 ai paesi dell\u2019Asia orientale nuove opportunit\u00e0 di specializzarsi in una specifica fase della lavorazione dei prodotti il cui assemblaggio finale avviene appunto nella Cina continentale. Non ci sarebbe quindi competizione, ma complementariet\u00e0, con il resto della regione. \u00c8 stato <a href= \"http:\/\/onlinelibrary.wiley.com\/doi\/10.1111\/j.1467-9701.2008.01151.x\/full\" target= \"blank\"><b><u> calcolato<\/u><\/b><\/a> infatti che un aumento dell\u20191% delle esportazioni cinesi \u00e8 associato con una crescita dello 0,51% delle esportazioni totali del Giappone, dello 0,42% di quelle coreane, dello 0,70% delle esportazioni thailandesi, e addirittura dello 0,89% di quelle delle Filippine. Sul versante cinese, un aumento dell\u20191% del Pil determina un aumento delle importazioni dai paesi dell\u2019Asia orientale maggiore di 0,7 punti percentuali rispetto all\u2019aumento delle importazioni dai paesi Ocse.<\/p>\n<p>S\u2019impongono a questo punto due considerazioni finali. In primo luogo, la leadership cinese si trova di fronte al dilemma tra continuare ad accogliere capitale straniero (che, come noto, \u00e8 fortemente coinvolto nell\u2019assemblaggio di prodotti per l\u2019esportazione), secondo il paradigma neoliberale del <i>technoglobalism<\/i>, o puntare invece a rafforzare l\u2019apparato tecnologico interno, ricorrendo anche a vecchie e nuove forme di protezionismo (<i>technonationalism<\/i>). <\/p>\n<p>In secondo luogo, il processo di regionalizzazione senza regionalismo dell\u2019Asia orientale sembra non avere bisogno delle Aree di libero scambio (Als) tradizionalmente basate sull\u2019abbattimento delle barriere tariffarie: infatti, la stragrande maggioranza della componentistica per l\u2019elettronica e non solo attraversa ormai le frontiere <i>duty-free<\/i>. La recente proliferazione delle Als nella regione sembra quindi avere un significato pi\u00f9 politico che economico all\u2019interno della complessa opera di tessitura di amicizie e alleanze che vede sullo sfondo il delinearsi di una nuova partita a scacchi tra Cina e Stati Uniti.<\/p>\n<p><i><font size=\"1\"> Articolo pubblicato su <a href= \"http:\/\/www.iai.it\/PDF\/OrizzonteCina\/OrizzonteCina_12-06.pdf\" target= \"blank\"><b><u> OrizzonteCina<\/u><\/b><\/a>, rivista online sulla Cina contemporanea a cura di Torino World Affairs Institute e Istituto Affari Internazionali. <\/i><\/font><\/p>\n<p>.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La Cina \u00e8 divenuta il primo esportatore mondiale, ed \u00e8 noto che il paese sta esportando in misura crescente prodotti ad alta tecnologia. Tuttavia, un\u2019analisi che si limitasse a studiare i flussi commerciali con i criteri di misurazione tradizionali sarebbe fuorviante. 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