{"id":2120,"date":"2006-10-17T00:00:00","date_gmt":"2006-10-16T22:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/dopo-le-elezioni-in-bosnia\/"},"modified":"2017-11-03T15:43:15","modified_gmt":"2017-11-03T14:43:15","slug":"dopo-le-elezioni-in-bosnia","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2006\/10\/dopo-le-elezioni-in-bosnia\/","title":{"rendered":"Dopo le elezioni in Bosnia"},"content":{"rendered":"<p>Le elezioni del 1\u00b0 ottobre scorso in Bosnia non hanno disciolto la tripartizione politica che divide il paese. All\u2019ombra dell\u2019accordo di Dayton, del protettorato internazionale e della missione militare presente nel paese, la violenza \u00e8 cessata e, secondo molti esperti, malgrado le forti tensioni, difficilmente potrebbe sfociare di nuovo in una guerra. Tuttavia, praticamente nessun problema politico \u00e8 stato risolto in direzione di uno stato multi-etnico ma basato sui moderni principi di eguaglianza e cittadinanza che governano l\u2019Europa.<\/p>\n<p>L\u2019impatto di queste elezioni non sembra destinato, perci\u00f2, a facilitare il futuro della Bosnia, che a met\u00e0 del 2007 dovrebbe divenire indipendente, cio\u00e8 uscire dal protettorato sotto il quale essa oggi si trova. Che far\u00e0 la Bosnia? Sceglier\u00e0 di diventare una federazione democratica, secondo quello che \u00e8 stato l\u2019obiettivo della comunit\u00e0 internazionale, oppure si frammenter\u00e0 in stati pi\u00f9 piccoli animati da ideologie e sentimenti sciovinisti? D\u2019altra parte, l\u2019impatto non pare neppure destinato a facilitare il decorso della questione serbo-kosovara, che nel calendario diplomatico dovrebbe avere una soluzione anche prima della fine del protettorato bosniaco. Ma, se possibile, i termini di questa questione sono ancora pi\u00f9 difficili e aspri.<\/p>\n<p><b>Rischio di secessione<\/b><br \/>Il Gruppo internazionale di Contatto che si occupa dei Balcani occidentali ha da tempo stabilito che riterr\u00e0 inaccettabile tanto la divisione dell\u2019attuale Federazione jugoslava fra Serbia e Kosovo quanto la fusione del Kosovo con entit\u00e0 albanesi contigue (la Grande Albania). Mentre la \u201cGrande Albania\u201d, grazie al successo delle politiche occidentali ed europee in Macedonia (Fyrom) e nella stessa Albania, sembra di fatto tramontata, la secessione del Kosovo dalla Serbia \u00e8 invece una prospettiva assai concreta. <\/p>\n<p>Nel corso dell\u2019anno, il Gruppo di Contatto &#8211; specialmente gli Usa &#8211; ha accresciuto le pressioni perch\u00e9 si arrivi a una soluzione della questione kosovara entro la fine del 2006. Al tempo stesso, tuttavia, le potenze che compongono il Gruppo non sembrano avere grandi idee su cosa fare per contrastare la ferma volont\u00e0 da un lato dei kosovari, di fare del loro paese un\u2019entit\u00e0 indipendente e sovrana e, dall\u2019altro, dei serbi di costituire una sorta di partizione etno-territoriale all\u2019ombra del fantasma della Federazione.<\/p>\n<p>I kosovari desiderano la secessione dalla Serbia, puntando ad avere non solo l\u2019indipendenza, ma anche la sovranit\u00e0. Inoltre, si capisce abbastanza chiaramente che, una volta acquisita indipendenza e sovranit\u00e0, non intendono dare nessuna garanzia alla minoranza serba che, perci\u00f2, verrebbe messa nella condizione di emigrare oppure \u201ckosovorizzarsi\u201d. Infine, \u00e8 anche chiaro che aspettano solo di realizzarsi come stato sovrano per accampare una pretesa sulla valle del Presevo, a maggioranza kosovara, nel sud della Serbia.<\/p>\n<p>D\u2019altra parte, i serbi non intendono accedere a nessuna partizione. Essi, alle strette, sono disposti  ad accettare l\u2019indipendenza del Kosovo, intendendola come una sorta di estrema autonomia, ma sulla sovranit\u00e0 non sembrano invece minimamente disposti a transigere. \u00c8 su questa nozione di un Kosovo \u201cindipendente\u201d, ma non sovrano, che si basa la politica di \u201cdecentramento\u201d portata avanti negli ultimi anni dal governo serbo. Ai termini di questa politica, Belgrado esercita una giurisdizione diretta sui serbi kosovari, nella poche municipalit\u00e0 restate abbarbicate sul terreno del Kosovo, senza passare quindi per Pristina. L\u2019obiettivo di Belgrado \u00e8 non solo quello di proteggere militarmente le comunit\u00e0 serbe in Kosovo, ma di costituirle in una \u201centit\u00e0\u201d serba, simile all\u2019entit\u00e0 serba della Repubblica Srpska in Bosnia, onde avere in mano un potente strumento politico e militare di interferenza nell\u2019indipendenza (non sovrana) del Kosovo.<\/p>\n<p><b>Politiche a confronto<\/b><br \/>Si confrontano, quindi, la politica di esclusione (e pulizia) etnica del Kosovo e quella di partizione etno-territoriale (denominata di decentramento) della Serbia \u2013 cui non potrebbe mancare di fare seguito una simmetrica politica serba di pulizia etnica. Se il Gruppo di Contatto accedesse alla partizione, aprirebbe la diga che oggi impedisce la politica di esclusione etnica del Kosovo e le sue prevedibili conseguenze: persecuzione della minoranza serbo-kosovara, irredentismo verso la valle del Presevo, reazioni serbe, tensioni (anche se, pure qui, si ritiene che non ci sarebbe un\u2019ennesima guerra balcanica). E, infatti, il Gruppo di Contatto non intende consentire la partizione. <\/p>\n<p>Tuttavia, se il Gruppo di Contatto mantiene il divieto di partizione e, al tempo stesso, chiede una soluzione a breve scadenza, aprir\u00e0 le porte al consolidamento della politica serba di partizione etno-territoriale, con tutte le conseguenza che si possono immaginare. In entrambi i casi e in entrambi i paesi, le conseguenze sarebbero disastrose non solo per le violenze e le tensioni che ne proverrebbero, ma anche fatali per quel tanto di prospettiva di riforma politica che vi si \u00e8 affacciata.<\/p>\n<p>La politica di decentramento \u00e8, innanzitutto, una politica che tradisce i principi e gli obiettivi per cui Ue e Usa si sono battuti durante quindici anni. In secondo luogo, \u00e8 ovvio che i kosovari non accetteranno il decentramento e quindi questa politica \u00e8 sprovvista di ogni stabilit\u00e0, anzi \u00e8 una ulteriore fonte di conflitto. D\u2019altra parte, un cambiamento di rotta che consentisse la partizione di quanto oggi resta della Federazione jugoslava, tradirebbe anch\u2019esso principi e obiettivi e sarebbe una non minore fonte di instabilit\u00e0. La realt\u00e0 \u00e8 che una soluzione accettabile non \u00e8 matura e che il Gruppo di Contatto non pu\u00f2 far finta che lo sia solo perch\u00e9 premono, specialmente su alcuni suoi membri, problemi nel presente ben pi\u00f9 pressanti, come il Medio Oriente e la proliferazione delle armi di distruzione di massa.<\/p>\n<p>Il Gruppo di Contatto non deve dire ci\u00f2 che non \u00e8 accettabile, bens\u00ec ci\u00f2 che i due paesi debbono fare. L\u2019imperativo \u00e8 una seria politica di reintegrazione delle minoranze. Su questo serbi e kosovari hanno completamente evaso le intenzioni di fondo dei loro tutori occidentali e gli stessi occidentali si sono mostrati troppo acquiescenti e vaghi.<\/p>\n<p><b>Il ruolo dell\u2019Ue<\/b><br \/>In questo  quadro, una forte condizionalit\u00e0 dovrebbe esser esercitata dall\u2019Unione Europea. Come esercitare tale condizionalit\u00e0? Oggi, n\u00e9 la Bosnia n\u00e9 la Serbia hanno un accordo con l\u2019Ue, dunque la condizionalit\u00e0 sta innanzitutto nel dare o negare l\u2019accordo. Il partito \u201cinclusivista\u201d sostiene che bisogna aprire senza indugi le trattative, onde arrivare a degli accordi che rafforzerebbero i moderati e democratici e consentirebbero, quindi, un decorso favorevole delle due crisi che si prospettano. L\u2019altro partito sostiene che invece i due paesi debbano soddisfare delle condizioni preliminari all\u2019apertura delle trattative. Ma questa seconda strada \u00e8 realistica solo se nei due paesi l\u2019ingresso nell\u2019Ue \u00e8 sentito come un premio preminente. Questa era la situazione che esisteva nel paesi dell\u2019Europa centro-orientale quando hanno firmato preliminarmente il Patto di Stabilit\u00e0 \u2013 che li ha obbligati a lasciar interamente cadere le rivendicazioni etniche e rispettare invece le minoranze. Il rischio esiste che in questi due paesi balcanici prevalga invece lo sciovinismo. Gli sciovinisti non vedono l\u2019ingresso nell\u2019Ue come un obiettivo preminente. Perci\u00f2, nei loro confronti la condizionalit\u00e0 \u00e8 destinata a rivelarsi un\u2019arma spuntata. <\/p>\n<p>In queste condizioni occorre forse, innanzitutto, essere pronti a non chiudere la partita. Se nazionalisti e sciovinisti capiscono che c\u2019\u00e8 fretta di andarsene, essi sono automaticamente rafforzati. In secondo luogo, forse occorre davvero aprire i negoziati, ma in questo caso fare del monitoraggio della Commissione non solo un cane da guardia, n\u00e9 semplicemente un fattore esortatorio (come nel caso della Turchia), ma un vero e proprio strumento di duro indirizzo al cambiamento.<\/p>\n<p>Sar\u00e0 bene che il gruppo di Contatto e la comunit\u00e0 internazionale si rassegnino a pensare che nei Balcani si deve ancora restare, in una forma o nell\u2019altra. Se non sar\u00e0 cos\u00ec c\u2019\u00e8 il rischio che alle gravi crisi in corso nel Medio Oriente torni ad aggiungersi una grave crisi anche nei Balcani. Oltretutto, con l\u2019inclusione nell\u2019Ue di Romania e Bulgaria, i Balcani sono ormai qualche cosa di pi\u00f9 del cortile di casa.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Le elezioni del 1\u00b0 ottobre scorso in Bosnia non hanno disciolto la tripartizione politica che divide il paese. All\u2019ombra dell\u2019accordo di Dayton, del protettorato internazionale e della missione militare presente nel paese, la violenza \u00e8 cessata e, secondo molti esperti, malgrado le forti tensioni, difficilmente potrebbe sfociare di nuovo in una guerra. 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