{"id":21350,"date":"2012-09-26T00:00:00","date_gmt":"2012-09-25T22:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/perche-gheddafi-e-stato-rimosso-e-al-assad-no\/"},"modified":"2017-11-03T15:29:33","modified_gmt":"2017-11-03T14:29:33","slug":"perche-gheddafi-e-stato-rimosso-e-al-assad-no","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2012\/09\/perche-gheddafi-e-stato-rimosso-e-al-assad-no\/","title":{"rendered":"Perch\u00e9 Gheddafi \u00e8 stato rimosso e al-Assad no"},"content":{"rendered":"<p>La necessit\u00e0 di giustificare il ricorso alla forza con argomenti moralmente inoppugnabili contraddistingue da sempre il comportamento degli Stati. Sono pochissime le circostanze in cui delle potenze abbiano aggredito qualche loro vicino riconoscendo di non aver titolo a farlo: forse, \u00e8 accaduto solo nel caso della violazione della neutralit\u00e0 belga da parte del Reich tedesco agli inizi del primo conflitto mondiale.<\/p>\n<p><b>Movente umanitario<\/b><br \/>\tNeppure l\u2019imperativo di intervenire militarmente per proteggere i diritti umani pu\u00f2 dirsi interamente nuovo. Lo menzionarono ad esempio gli americani, quando attaccarono Cuba nel 1898. Un obiettivo di alto profilo, in effetti, \u00e8 sempre utile alla causa, aiutando a mantenere elevato il consenso che deve circondare la conduzione di una guerra.<\/p>\n<p>\t\u00c8 proprio per questa ragione che il movente umanitario sta assumendo maggior rilevanza in questa fase storica, contraddistinta da una significativa diffusione della democrazia e da un\u2019accentuata mediatizzazione della politica. La violazione massiccia dei diritti umani e l\u2019uso di elevati livelli di violenza contro le popolazioni civili determinano infatti un\u2019indignazione nell\u2019opinione pubblica alla quale non sempre i governi riescono a resistere.<\/p>\n<p>\tSta risentendo di questo processo anche il diritto internazionale, seppure la formulazione del concetto di \u201cResponsabilit\u00e0 di proteggere\u201d, avvenuta all\u2019indomani della guerra per il Kosovo, lasci ancora adito a molti dubbi, introducendo ambiguamente il diritto-dovere della comunit\u00e0 internazionale di tutelare i diritti umani qualora questa fondamentale obbligazione politica sia disattesa da uno Stato, senza tuttavia espropriare il Consiglio di sicurezza dell\u2019Onu dell\u2019essenziale funzione di stabilirlo.<\/p>\n<p>\t<b>Realismo<\/b><br \/>In teoria, la maggior sensibilit\u00e0 collettiva nei confronti di temi tanto delicati rappresenta sicuramente un progresso. Tuttavia, sembra pi\u00f9 opportuno conservare un certo realismo nei confronti di questo fenomeno emergente. Per almeno tre ordini di ragioni.<\/p>\n<p>\tIl primo: l\u2019evidenza empirica dimostra che non tutte le crisi umanitarie sfociano in interventi militari volti a porvi fine. Questo \u00e8 invece l\u2019esito soltanto di alcune, quelle che in genere affiorano in paesi a debole statualit\u00e0, internazionalmente isolati ed il cui controllo costituisca per le ragioni pi\u00f9 varie una posta geopolitica allettante. Ne consegue che non tutte le violazioni massicce dei diritti umani possono essere trattate nello stesso modo. <\/p>\n<p>Al contrario, si permette alle potenze maggiori di fare in materia il bello ed il cattivo tempo, mentre le nazioni meno forti subiscono una riduzione asimmetrica a loro sfavorevole della propria sovranit\u00e0. Questo \u00e8 un punto cruciale, perch\u00e9 non sono pochi i paesi meno potenti che nella \u201cResponsability to Protect\u201d vedono una nuova forma di imperialismo, ancorch\u00e9 umanitario.<\/p>\n<p>\tIl secondo: la grande sensibilit\u00e0 della societ\u00e0 civile internazionale nei confronti del rispetto dei diritti umani incoraggia obiettivamente chi \u00e8 interessato a promuovere cambiamenti dello <i>status quo <\/i>a generare la percezione di un\u2019emergenza umanitaria. La circostanza fa s\u00ec che non sia affatto escluso il rischio che gli Stati possano essere indotti ad assumere decisioni sulla base di una deliberata manipolazione delle informazioni, operazione che il web 2.0 permette ormai anche ai cosiddetti <i>concerned citizens<\/i>. Con il risultato ultimo che le scelte finali sulla pace e sulla guerra finiscono per essere fatte al di fuori di una razionale valutazione dei futuri assetti dei paesi in cui si sceglie di intervenire.<\/p>\n<p>I precedenti non mancano. Oltre al recente caso libico, sia sufficiente ad esempio pensare alle sofisticate strategie comunicative adottate con successo dai musulmani bosniaci e dai kosovari albanesi per capovolgere con l\u2019intervento di potenze straniere i rapporti di forza nei conflitti che li vedevano impegnati.<\/p>\n<p>\tIl terzo: proprio perch\u00e9 il rischio dell\u2019eterodirezione \u00e8 elevato &#8211; sia a favore delle potenze maggiori nei confronti di quelle minori, sia a vantaggio di minoranze capaci di utilizzare pi\u00f9 efficacemente i nuovi <i>social media <\/i>&#8211; il movente umanitario implica il pericolo di indurre avventure militari contrarie agli interessi nazionali contingenti degli Stati che vi partecipano. Cosa che contribuisce a precipitare nel caos i paesi interessati dagli interventi militari umanitari, una volta che i regimi accusati di perpetrare violazioni gravi e massicce dei diritti umani siano stati rovesciati.<\/p>\n<p> \t<b>Valori e rapporti di forza<\/b><br \/>Con ci\u00f2, ovviamente, non si vuol certamente qui sostenere l\u2019odiosa tesi secondo la quale la politica estera debba essere priva di principi direttivi diversi dal perseguimento di interessi definiti nella loro pi\u00f9 gretta accezione. Tutt\u2019altro: non si pu\u00f2 pi\u00f9, infatti, operare efficacemente sulla scena internazionale senza combinare realismo e valori, perch\u00e9 il deficit di legittimit\u00e0 che ne deriverebbe minerebbe l\u2019efficacia complessiva di tutta una politica.<\/p>\n<p>\tQuello che invece si desidera sottolineare \u00e8 altro: prima di cadere nella trappola dei conflitti scatenati in nome della \u201cResponsabilit\u00e0 di proteggere\u201d, \u00e8 necessario comprendere quali forze ne promuovano lo scoppio e se convenga o meno assecondarle.<\/p>\n<p>Sotto questo profilo, la Libia di ieri e la Siria di oggi sono due casi per certi versi esemplari. Non sono pochi infatti coloro che oggi si mostrano insoddisfatti per la situazione politica determinatasi a Tripoli e Bengasi dopo la defenestrazione di Muammar Gheddafi, e dubbi aleggiano anche sulle violazioni dei diritti umani riconducibili ai vincitori del conflitto civile libico, spesso tutt\u2019altro che innocenti.<\/p>\n<p>Damasco \u00e8 invece una prova \u201ca contrario\u201d. \u00c8 bastata infatti la copertura offerta al regime degli Assad da alcune grandi potenze, sul campo come alle Nazioni Unite, per arrestare la macchina del conflitto umanitario e costringerla a ripiegare sulla fornitura di armamenti e vari altri sostegni agli insorti. Diritti umani s\u00ec, quindi, ma con un occhio ai rapporti di forza.<\/p>\n<p>Ecco perch\u00e9 non sembra ancora possibile concludere che si sia affermata una dimensione umanitaria davvero indipendente dalla politica. \u00c8 sempre la politica che determina alla fine chi siano le vittime, da difendere, e chi i carnefici, da sconfiggere, magari permettendo ai primi di invertire successivamente i ruoli a proprio vantaggio.<\/p>\n<p>\u00c8 opportuno esserne consapevoli anche nel prosieguo del sanguinoso conflitto civile siriano, nel quale \u00e8 ormai difficile stabilire chi non si stia macchiando di crimini e dove sono pi\u00f9 che mai evidenti gli interessi e le ambizioni di tutte le parti che direttamente od indirettamente vi stanno partecipando.<\/p>\n<p>.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La necessit\u00e0 di giustificare il ricorso alla forza con argomenti moralmente inoppugnabili contraddistingue da sempre il comportamento degli Stati. Sono pochissime le circostanze in cui delle potenze abbiano aggredito qualche loro vicino riconoscendo di non aver titolo a farlo: forse, \u00e8 accaduto solo nel caso della violazione della neutralit\u00e0 belga da parte del Reich tedesco [&hellip;]<\/p>\n","protected":false},"author":39,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[9],"tags":[127,83,84,141,114],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/21350"}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/users\/39"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=21350"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/21350\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":63366,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/21350\/revisions\/63366"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=21350"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=21350"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=21350"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}