{"id":21360,"date":"2012-09-28T00:00:00","date_gmt":"2012-09-27T22:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/venti-di-guerra-tra-israele-e-iran\/"},"modified":"2017-11-03T15:29:32","modified_gmt":"2017-11-03T14:29:32","slug":"venti-di-guerra-tra-israele-e-iran","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2012\/09\/venti-di-guerra-tra-israele-e-iran\/","title":{"rendered":"Venti di guerra tra Israele e Iran"},"content":{"rendered":"<p>\u201cUna guerra di Israele all\u2019Iran, alla fine ci sar\u00e0\u201d. Ne \u00e8 convinto Mohammad Ali Jafari, comandante in capo dell\u2019<i>Islamic Revolutionary Guards Corp<\/i> (Irgc, meglio noti come <i>Pasdaran<\/i>), che si \u00e8 cos\u00ec espresso senza mezzi termini nel corso di una breve intervista rilasciata alle agenzie Fars e Isna il 22 settembre scorso.<\/p>\n<p>Jafari ha anche aggiunto che \u201cil risultato sar\u00e0 la distruzione dello Stato ebraico\u201d, ricalcando il toni tipici della dialettica politica interna all\u2019Iran, ma indirizzando un messaggio preciso a quella parte di establishment che a Tehran, da mesi, si dice convinta della possibilit\u00e0 di una rielezione di Barack Obama e della conseguente apertura di una nuova e pi\u00f9 proficua fase politica nei confronti dell\u2019Iran.<\/p>\n<p><b>Cambio di regime<\/b><br \/>Non ne \u00e8 affatto convinto il comandante dei Pasdaran, invece, insieme ad un gran numero di esponenti dell\u2019ala pi\u00f9 conservatrice della politica iraniana, certi della pi\u00f9 assoluta mancanza di volont\u00e0 da parte americana di intavolare un negoziato concreto e reciprocamente soddisfacente, e anzi convinti pi\u00f9 che mai che la politica del <i>regime change <\/i>sia, per gli Usa,  l\u2019opzione prioritaria.<\/p>\n<p>A dimostrarlo in pieno, per gli iraniani, la recente rimozione da parte del Dipartimento di Stato Usa del Mojahedin e-Khalq (MeK secondo l\u2019acronimo italiano) dalla lista delle organizzazioni terroristiche. Un tempo potente movimento islamico-marxista, fortemente anti-occidentale e soprattutto anti-americano (responsabile dell\u2019omicidio di diversi cittadini statunitensi in Iran prima della caduta dello Sci\u00e0, e ritenuto in parte anche responsabile del sequestro dei diplomatici americani a Tehran nel 1980), il MeK si \u00e8 trasformato nel tempo in una penosa setta dominata dal culto della personalit\u00e0 dei suoi due discutibili leader, Massoud e Maryam Rajavi.<\/p>\n<p>Costoro hanno distrutto l\u2019organizzazione politica originale trasformandola prima in unit\u00e0 militare al soldo di Saddam Hussein e poi in vera e propria setta. Abili nel convincere gli ignari (e spesso assai poco esperti) politici occidentali di rappresentare la diaspora iraniana, hanno ottenuto un inaspettato riconoscimento politico in Europa e negli Usa, sfruttando una rete di organizzazioni fittizie deliberatamente costituite allo scopo di far sembrare pluralista e maggioritario il proprio ruolo nell\u2019ambito della comunit\u00e0 della diaspora.<\/p>\n<p>Al di l\u00e0 dell\u2019incapacit\u00e0 di molti esponenti politici europei ed americani di riconoscere l\u2019inconsistenza e la potenziale dannosit\u00e0 di un ruolo del MeK, va considerato il modo in cui la rimozione dell\u2019organizzazione dalla lista (gi\u00e0 ottenuta nel recente passato in Europa), viene percepita nella Repubblica islamica dell\u2019Iran: ovvero come una conferma della volont\u00e0 occidentale non solo di non puntare davvero sul negoziato sul programma nucleare, ma anche di non voler riconoscere in alcun modo la legittimit\u00e0 delle autorit\u00e0 politiche iraniane. Come se il cambio di regime (<i>regime change<\/i>) a Tehran fosse ancora il vero obiettivo strategico di Usa e Ue.<\/p>\n<p>Tutto ci\u00f2 costituisce, inoltre, un duro colpo alla credibilit\u00e0 di quanti, nel sistema politico iraniano, hanno sinora sperato non solo nella rielezione di Obama, ma soprattutto nella complessiva revisione della sua politica nei confronti dell\u2019Iran.<\/p>\n<p><b>Stallo negoziale<\/b><br \/>Le sanzioni hanno per la prima volta duramente colpito l\u2019Iran, e la crisi emerge in ogni aspetto della vita quotidiana locale. A dispetto degli sprezzanti commenti del presidente Ahmadinejad e di altri politici locali, per il governo \u00e8 necessario invertire la rotta e cercare in ogni modo di alleggerire la pressione delle sanzioni.<\/p>\n<p>Per questa ragione \u00e8 stata informalmente offerta al \u201c5+1\u201d (Cina, Francia, Gran Bretagna, Russia, Usa e Germania) una controproposta al pacchetto negoziale avanzato dall\u2019Ue negli ultimi due incontri (congelamento dell\u2019arricchimento al 20%, consegna dell\u2019uranio gi\u00e0 arricchito a quel valore a una controparte esterna terza, smantellamento della centrale di Fordo). L\u2019Iran sarebbe infatti disposto a impegnarsi a congelare la capacit\u00e0 di arricchimento in cambio di una \u201csostanziosa\u201d riduzione delle sanzioni.<\/p>\n<p>Apertura cha ha tuttavia lasciato poco pi\u00f9 che indifferenti i membri del \u201c5+1\u201d, che non appaiono disposti ad accettare alcuna offerta inferiore a quelle gi\u00e0 discusse al tavolo negoziale, e che insistono peraltro nel rifiutare la richiesta iraniana di un riconoscimento del diritto all\u2019arricchimento dell\u2019uranio. Questione spinosa sulla quale Tehran ha pi\u00f9 volte, invero in modo ben poco convincente, minacciato di recedere unilateralmente dal Trattato di non proliferazione.<\/p>\n<p>Una situazione di stallo, quindi, caratterizzata dalla volont\u00e0 di entrambe le parti di mantenere aperto il negoziato e aggiornato il tavolo dei lavori, ma anche da posizioni rigide e senza grandi speranze di mutamento.<\/p>\n<p>A complicare il quadro contribuiscono il delicato clima elettorale americano, la sempre pi\u00f9 infuocata crisi politica in Israele e non ultimo l\u2019imminente avvio in Iran della campagna per le presidenziali che si terranno il prossimo 12 giugno. Mix esplosivo, condizionato dal dibattito sul programma nucleare iraniano e dal negoziato con il \u201c5+1\u201d. Il rischio di uno scontro frontale, in Usa, Israele e Iran,  tra i sostenitori di una politica dura e i fautori, al contrario, della linea del dialogo \u00e8 molto alto.<\/p>\n<p>Per queste ragioni le parole del Generale Jafari circa la certezza di un attacco Israeliano all\u2019Iran sono state giudicate allarmanti. Dopo mesi di commenti in cui politici e militari iraniani ironizzavano sulle minacce israeliane, definendole <i>boutade <\/i>o mere provocazioni, per la prima volta si parla invece concretamente e apertamente di conflitto. Non \u00e8 un buon segno.<\/p>\n<p>.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u201cUna guerra di Israele all\u2019Iran, alla fine ci sar\u00e0\u201d. Ne \u00e8 convinto Mohammad Ali Jafari, comandante in capo dell\u2019Islamic Revolutionary Guards Corp (Irgc, meglio noti come Pasdaran), che si \u00e8 cos\u00ec espresso senza mezzi termini nel corso di una breve intervista rilasciata alle agenzie Fars e Isna il 22 settembre scorso. 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