{"id":21410,"date":"2012-10-03T00:00:00","date_gmt":"2012-10-02T22:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/il-dilemma-usa-verso-il-mondo-arabo\/"},"modified":"2017-11-03T15:29:31","modified_gmt":"2017-11-03T14:29:31","slug":"il-dilemma-usa-verso-il-mondo-arabo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2012\/10\/il-dilemma-usa-verso-il-mondo-arabo\/","title":{"rendered":"Il dilemma Usa verso il mondo arabo"},"content":{"rendered":"<p>A pi\u00f9 di un anno e mezzo dall\u2019inizio dei rivolgimenti politici e dei conflitti tuttora in corso nell\u2019Africa del Nord, nel Levante e nel resto del Medio Oriente, non \u00e8 ancora chiaro se gli Usa hanno una strategia per tenere testa a questi sviluppi e quali sono, quindi, gli obbiettivi che perseguono. Il discorso tenuto all\u2019Assemblea delle Nazioni Unite dal presidente egiziano, Mohammed Morsi, e la lunga intervista pubblicata dal <i>New York Times<\/i> il 22 settembre, hanno messo nel dovuto rilievo la necessit\u00e0 di una maggiore precisione da parte americana. All\u2019analisi strategica va affiancata quella pi\u00f9 strettamente politica. <\/p>\n<p><b>Basso profilo<\/b><br \/>L\u2019analisi delle \u201cgrandi strategie\u201d suggerisce che gli Usa sono in bilico fra un riordino drastico delle priorit\u00e0, destinato a privilegiare l\u2019Asia, e il penoso rientro dal \u201cunipolar moment\u201d e dalla \u201cdominance\u201d imperiale che hanno portato al perdurante disastro dell\u2019amministrazione Bush junior. La strategia americana si configura dunque come un ripiego volto a recuperare le forze (e perci\u00f2 a non farsi coinvolgere in interventi e spese di sorta) e, al tempo stesso, l\u2019inizio della virata verso l\u2019Asia e di un nuovo ciclo di (pi\u00f9 ragionevole) leadership. Esattamente come per gli arabi, anche gli Usa e gli alleati europei sono dunque nel mezzo di in una transizione (il che aiuta a capire incertezze e incoerenze) verso un pi\u00f9 basso profilo in Nord Africa e Medio Oriente.<\/p>\n<p>Non \u00e8 facile prevedere, tuttavia, quanto pi\u00f9 basso potr\u00e0 davvero essere il profilo mediorientale degli Usa. Una grande strategia non si definisce che in parte minore dagli aspetti geopolitici: sar\u00e0 pur vero che gli Usa presteranno maggiore attenzione all\u2019Asia, ma appare davvero improbabile che, a regime, la loro attenzione verso il Medio Oriente diminuisca fino a restare al livello odierno. Questo livello non pu\u00f2 che essere transitorio. Se dovesse diventare permanente, ci\u00f2 non potrebbe che essere la conseguenza di un severo cambiamento degli obbiettivi e degli interessi degli Stati Uniti verso la regione. <\/p>\n<p>Se si considerano questi interessi &#8211; libert\u00e0 di accesso al petrolio e alla navigazione, sicurezza dell\u2019Arabia Saudita e del suo regime, sicurezza di Israele &#8211; difficilmente si pu\u00f2 credere che gli Usa li lasceranno cadere. D\u2019altra parte \u00e8 per\u00f2 improbabile che possano continuare a perseguirli alla grande e comunque, con modi e mezzi altrettanto imperiali di quelli di ieri. Quello che gli Usa probabilmente faranno, sar\u00e0 di porre in essere una robusta e complessa strategia di <i>offshore balancing<\/i>.<\/p>\n<p>Impiegata per tanti anni nel Golfo finch\u00e9 l\u2019amministrazione Clinton non si cacci\u00f2 nel <i>dual containment<\/i>, cio\u00e8 in un improbabile tentativo di tenere testa sia all\u2019Iran che all\u2019Iraq invece di giocarli l\u2019uno contro l\u2019atro come si era fatto fino a quel momento &#8211; l\u2019<i>offshore balancing<\/i> &#8211; \u00e8 una strategia per cui una potenza esterna ad una regione conduce una classica politica di bilanciamento dei poteri contando su alleati locali ed organizzazioni multilaterali. L\u2019applicazione di questa strategia, come strategia principale degli Usa, \u00e8 preconizzata da analisti di tendenze conservatrici, come Walt, Mearseheimer e Kaplan, ma il democratico Obama non ha esitato ad attuarla nel Mediterraneo, sia pure in forma pragmatica, come si vide in Libia e si vede ora in Siria. <\/p>\n<p><b>Fuga dei pulcini<\/b><br \/>Occorre dire che nel Mediterraneo non \u00e8 cos\u00ec sicuro che le condizioni per l\u2019applicazione di una strategia americana di <i>offshore balancing <\/i>esistano o esisteranno facilmente. La Nato ha funzionato in Libia sotto la leadership franco-britannica, ma con un sostegno americano che ha rivelato un\u2019impreparazione europea di fondo. Di fronte alla Siria, l\u2019Alleanza non ha potuto muovere un passo. \u00c8 venuta, inoltre, in piena luce l\u2019inconsistenza militare dell\u2019Ue e la sua grave frammentazione politica. <\/p>\n<p>Da un punto di vista di pi\u00f9 lungo termine, tutte le \u201cchiocce\u201d inventate dagli occidentali per tenere gli alleati arabi sotto le loro ali, dal Dialogo Mediterraneo della Nato all\u2019Iniziativa di Cooperazione di Istanbul, fino alle proteiche istituzioni regionali euro-mediterranee, se nel passato hanno dato risultati politici mediocri, con i cambiamenti politici in corso nella regione vedranno tutti i pulcini arabi andarsene senza riconoscere a quelle chiocce nessunissimo affetto. <\/p>\n<p>La realt\u00e0 della regione, dal punto di vista degli Usa, \u00e8 debole e frammentata: uno scadimento delle alleanze multilaterali occidentali verso una sempre pi\u00f9 accentuata geometria variabile; una valorizzazione dei membri nazionali dell\u2019Ue al posto dell\u2019Ue stessa (e quindi un contributo all\u2019indebolimento di questa gi\u00e0 molto fiaccata istituzione); infine, dei paesi arabi a guida islamista che, come ha detto il presidente Morsi nell\u2019intervista al <i>New York Times<\/i>, potranno anche essere \u201creal friends\u201d degli Usa e dell\u2019Occidente ma non necessariamente alleati. A tutto ci\u00f2 va infine aggiunto che anche l\u2019alleanza con la Turchia ha i limiti che si sono manifestati negli ultimi anni e sempre pi\u00f9 si manifesteranno nei prossimi.<\/p>\n<p>Dunque, gli strumenti per gestire una strategia di <i>offshore balancing<\/i> nel Mediterraneo non si prospettano di cos\u00ec facile impiego e disponibilit\u00e0, con il rischio che incertezze e incoerenze della transizione in corso potrebbero rivelarsi non facilmente superabili neppure nel medio termine. Cosa accade intanto nel breve termine? A questo proposito, gli sviluppi in corso negli ultimi mesi stanno mettendo in pericolo la strategia politica seguita dagli Usa e un po\u2019 da tutti gli alleati europei.<\/p>\n<p><b>Pericoloso slittamento<\/b><br \/>Consapevolmente o meno, gli Usa e gli europei &#8211; pi\u00f9 apertamente i primi, con maggior reticenza e qualche duplicit\u00e0 i secondi &#8211; hanno seguito una strategia che ha inteso fare di necessit\u00e0 virt\u00f9. Con un notevole rovesciamento delle alleanze, gli Usa hanno riconosciuto il predominio degli islamisti, scommettendo sul prevalere di un forte islamismo di centro (i Fratelli  musulmani in Egitto, Ennahda in Tunisia, il Partito della Giustizia e dello Sviluppo in Marocco) il cui carattere moderato permetterebbe il mantenimento degli interessi occidentali pi\u00f9 essenziali senza troppi danni. <\/p>\n<p>Mentre in Marocco, tuttavia, nulla \u00e8 mai veramente cambiato, in Tunisia ed Egitto i partiti islamisti di centro, che all\u2019inizio sembravano andare nella direzione delle aspettative occidentali, dalla tarda primavera del 2012 hanno cominciato ad abbandonare il centro e a scivolare verso posizioni pi\u00f9 vicine alle sensibilit\u00e0 e ai problemi dei fondamentalisti. Ci\u00f2 \u00e8 avvenuto sotto la pressione dei fondamentalisti interni e esterni ai partiti stessi e dell\u2019opposizione senza quartiere dei laici (che non credono minimamente alla democrazia islamica). <\/p>\n<p>Cos\u00ec, mentre la coalizione islamista-liberale tunisina \u00e8 in crisi e non si sa se sopravvivr\u00e0 al processo elettorale gi\u00e0 in corso, la coalizione egiziana con i militari e i liberali, che gli americani si aspettavano, non \u00e8 mai nata. Al suo posto \u00e8 nato un governo solo islamista che molto abilmente ha liquidato la vecchia cricca del feldmaresciallo Tantawi e si \u00e8 alleata con un nuovo gruppo di generali pi\u00f9 giovani e attivi. Non si sa ovviamente se questi militari saranno pi\u00f9 leali alla costituzione oppure ai Fratelli musulmani.<\/p>\n<p><b>Cambio di passo<\/b><br \/>Insomma, il progetto occidentale \u00e8 a rischio, poich\u00e9 quello che doveva essere un centro moderato non resiste o resiste male alla pressione delle varie specie di correnti salafite fondamentaliste o non moderate che stanno all\u2019opposizione. \u00c8 arrivato perci\u00f2  il momento di riconsiderare la politica occidentale. I governi occidentali potrebbero lasciarsi spaventare da questa deriva del centro islamista e decidere pi\u00f9 o meno velatamente di disimpegnarsi. Ma per gli Usa, bench\u00e9 di disimpegno si sia parlato subito dopo l\u2019assalto al consolato di Bengasi &#8211; condotto da jihadisti libici &#8211; e l\u2019uccisione dell\u2019ambasciatore, in realt\u00e0 questa opzione  non \u00e8  pensabile. L\u2019ipotesi migliore per gli Usa, malgrado le agitazioni dei neocons repubblicani e degli interventisti democratici, \u00e8 di passare dall\u2019appoggio che hanno dato finora ai governi islamisti di centro ad un vero e proprio impegno o, se si vuole, a un rafforzamento dell\u2019impegno attuale.<\/p>\n<p>Per poterlo fare, devono superare la foschia trasformistica che ha avvolto la loro politica fin qui, come se i regimi islamisti, solo perch\u00e9 moderati, possano essere una semplice continuazione di quelli passati. Ci\u00f2 non \u00e8 possibile per un motivo che gli Usa e gli occidentali dovrebbero capire a volo: perch\u00e9 questi regimi sono democratici, sono stati regolarmente eletti e, quindi, debbono rispondere ai loro elettori e alle loro opposizioni. <\/p>\n<p>Che cosa dovrebbero fare i governi occidentali per rafforzare il loro impegno? Innanzitutto, dovrebbero moltiplicare l\u2019appoggio economico e finanziario. In questo senso, molto bene ha fatto l\u2019amministrazione Obama a cancellare un miliardo di dollari del debito egiziano verso gli Usa, sebbene si fosse in un momento di tensione politica. Hanno fatto male invece a sconsigliare Morsi dall\u2019andare a Teheran per partecipare al vertice dei Non-Allenati, dove il presidente egiziano ha fatto una proposta di diplomazia regionale del tutto compatibile con gli interessi occidentali, in particolare con la strategia di <i>offshore balancing <\/i>che gli Usa si appresterebbero a praticare. Andando pi\u00f9 in l\u00e0, dovrebbero ben ascoltare Morsi quando ricorda, nell\u2019intervista gi\u00e0 menzionata, che gli Stati Uniti in base al trattato di Camp David hanno la responsabilit\u00e0 di provvedere una soluzione per i palestinesi, come non hanno fatto per trent\u2019anni. <\/p>\n<p>Specialmente se Obama otterr\u00e0 un secondo mandato, nei prossimi anni il desiderio americano di ridurre l\u2019 impegno verso il Medio Oriente e il Nord Africa assumer\u00e0 una qualche forma di <i>offshore balancing<\/i>. Le condizioni per l\u2019attuazione di questa strategia non sono le pi\u00f9 favorevoli, ma non se ne pu\u00f2 escludere la fattibilit\u00e0. Tuttavia, se gli Stati Uniti e i paesi europei non riusciranno a rafforzare e impegnare i regimi islamisti di centro con un\u2019accresciuta cooperazione economica e il riconoscimento della loro autonomia e delle loro legittime aspirazioni, la regione sar\u00e0 molto turbolenta e nessuna strategia di <i>offshore balancing <\/i>sar\u00e0 efficace, sia nel mantenerne la stabilit\u00e0 sia nel ridurre l\u2019impegno gli Usa.<\/p>\n<p>. <\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>A pi\u00f9 di un anno e mezzo dall\u2019inizio dei rivolgimenti politici e dei conflitti tuttora in corso nell\u2019Africa del Nord, nel Levante e nel resto del Medio Oriente, non \u00e8 ancora chiaro se gli Usa hanno una strategia per tenere testa a questi sviluppi e quali sono, quindi, gli obbiettivi che perseguono. 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