{"id":2160,"date":"2006-10-24T00:00:00","date_gmt":"2006-10-23T22:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/un-collasso-quasi-inevitabile\/"},"modified":"2017-11-03T15:43:15","modified_gmt":"2017-11-03T14:43:15","slug":"un-collasso-quasi-inevitabile","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2006\/10\/un-collasso-quasi-inevitabile\/","title":{"rendered":"Un collasso quasi inevitabile"},"content":{"rendered":"<p>Qualunque siano stati i motivi dell\u2019invasione americana in Iraq, l\u2019idea che fosse possibile far nascere in quel paese un regime democratico all\u2019interno e moderato in politica estera raccoglieva in Occidente un generale consenso. Questa speranza non esiste pi\u00f9 nemmeno negli Stati Uniti. Il numero dei morti iracheni e delle perdite statunitensi non fa che aumentare, mentre la originale ribellione contro un corpo militare straniero, percepito da moltissimi solamente come una forza occupante, sta evolvendo in un anarchico conflitto di tutti contro tutti. Ci si trova cos\u00ec di fronte ad un nuovo scenario: quello del collasso dello Stato iracheno.<\/p>\n<p>Dal punto di vista pratico, il segnale della prossima fine delle attuali istituzioni irachene avr\u00e0 luogo dopo le imminenti elezioni di <i>midterm <\/i>del Senato e Congresso americano. Qualunque siano i risultati di queste elezioni, particolarmente favorevoli ai democratici o meno, il Governo americano annuncer\u00e0 il ritiro delle loro truppe nel momento politicamente meno dannoso. Un ritiro scaglionato nel tempo, certo, ma da quel momento gli Stati Uniti non dirigeranno pi\u00f9 il gioco, essi potranno tutto al pi\u00f9 influenzarlo. La partita interna e regionale per stabilire il futuro assetto, o il dissolvimento, di quella sventurata nazione, \u00e8 dunque gi\u00e0 aperta.<\/p>\n<p><b>Le cause militari del collasso<\/b><br \/>Tutto \u00e8 stato gi\u00e0 detto sugli sbagli politici di Washington nel gestire la pacificazione ed organizzazione del paese, dopo la rapida e sfolgorante vittoria militare sull\u2019esercito di Saddam Hussein. \u00c8 tuttavia forse utile qualche considerazione sulle caratteristiche della guerriglia che ne \u00e8 seguita. Come nei precedenti casi di insurrezione contro un governo centrale, magari appoggiato militarmente da una forza armata straniera, i ribelli in Iraq hanno compiuto orribili atti terroristici per intimidire la popolazione e sospingere cos\u00ec il Governo o i soldati stranieri a compiere azioni che gli alienano l\u2019appoggio popolare. Nel caso iracheno siamo per\u00f2 di fronte a delle differenze importanti.<\/p>\n<p>Il suo contesto culturale e strategico non \u00e8 quello delle insurrezioni del ventesimo secolo. Le superpotenze appoggiavano allora ribelli o governi centrali in un tipo di guerra condotta per interposta persona. Il conflitto iracheno, invece, presenta una caratteristica aggiuntiva. \u00c8 qui centralmente presente un conflitto tra correnti religiose fortemente radicate nella storia non solo dell\u2019 Iraq, ma della intera regione. La ribellione, inoltre, \u00e8 anche parte di una rete di guerra mondiale, quella dell\u2019estremismo islamico, legata in un modo o nell\u2019altro ad Al-Qaeda. Siamo cos\u00ec di fronte alla novit\u00e0 di una insurrezione composta da multiple componenti che coesistono con differenti tattiche ed obiettivi.<\/p>\n<p>Abbiamo quella dei jiadisti, in parte iracheni e in parte stranieri, che vorrebbero installare in Iraq uno Stato del genere di quello dei talibani in Afghanistan, il quale possa servire di base per una pi\u00f9 vasta insurrezione in tutto il mondo islamico. Una componente pi\u00f9 importante \u00e8 quella dei precedenti titolari del potere, i dirigenti del Partito Baath che vorrebbero ritornare al potere. La fazione pi\u00f9 estesa dei ribelli \u00e8 per\u00f2 quella dei \u201cSunniti nazionalisti\u201d, anche se in questo caso il termine nazionalista \u00e8 forse inesatto. La loro principale preoccupazione \u00e8 quella di mantenere un potere sunnita nell\u2019Iraq del post Saddam Hussein, reagendo a quello che essi considerano una ingiusta situazione di inferiorit\u00e0, oltre che naturalmente ai terribili casi di violenze e abusi di ogni genere. Questo gruppo sunnita si basa su una vasta rete di strutture tribali, legami personali ed associazioni locali.<\/p>\n<p>E le crescenti e agguerritissime milizie sciite? Fino ad ora esse avevano effettuato una specie di doppio gioco, di ribellione da un lato, in particolare contro i militari americani, ma rimanendo dall\u2019altro lato presenti nelle istituzioni e nelle stesse forze di polizia del governo. Questo ultimo, infatti, avrebbe dovuto costituire la base del nuovo stato iracheno, nel quale i pi\u00f9 numerosi sciiti dovevano assumere il ruolo dominante. Ma la crescente presenza di bande indipendenti, spesso solo criminali, e l\u2019opposizione americana al consolidamento di forze militari indipendenti da quelle governative, hanno sospinto le milizie sciite ed i suoi capi a divenire semplicemente un altro movimento che mira all\u2019abbattimento delle attuali strutture governative.<\/p>\n<p><b>La mancanza di un interlocutore vincente<\/b><br \/>In conclusione, i ribelli iracheni che stanno sospingendo gli americani a ritirarsi dal paese, sono un gruppo nichilista, del tutto scollegato tra di loro, che mira solo a ottenere la caduta dell\u2019attuale governo e impedire l\u2019emergenza di un nuovo sistema politico ed economico che essi ritengono contrari ai loro interessi. Mentre nei precedenti movimenti ribelli del ventesimo secolo esisteva una gerarchia e un ala politica, gli insorti iracheni non hanno un comando centrale che possa cos\u00ec esprimere un nuovo potere. Gli obbiettivi delle due principali forze in gioco sia interna che estera, quella sunnita e quella sciita, sono opposti. Quello che adesso avverr\u00e0 \u00e8 dunque imprevedibile.<\/p>\n<p>Vi sono per\u00f2 degli elementi indicativi. Il frazionamento geografico del paese prender\u00e0 ancor pi\u00f9 corpo di quanto non sia gi\u00e0 avvenuto. Il problema \u00e8 Baghdad, dove sunniti e sciiti sono indissolubilmente interconnessi. \u00c8 quindi del tutto possibile una situazione come quella vissuta nella guerra civile in Libano che dur\u00f2, purtroppo, 15 anni, prima che fosse possibile arrivare a una conclusione.<\/p>\n<p><b>Il quadro regionale<\/b><br \/>Il Libano, tuttavia, era un piccolo paese, non produttore di petrolio e per moltissimo tempo vittima diretta delle primarie preoccupazioni di sicurezza di Israele. Nel caso iracheno \u00e8 possibile vedere gi\u00e0 adesso alcuni elementi su cui \u00e8 forse possibile operare internazionalmente per evitare la medesima sorte. <\/p>\n<p>Nel 1979, dopo l\u2019invasione sovietica dell\u2019Afghanistan, gli Stati Uniti avevano alimentato la guerriglia dei mujadeen, i guerrieri religiosi afgani, per obbligare Mosca a riflettere bene, prima di estendere la sua azione anche al Pakistan. Allo stesso modo i regimi al potere a Teheran e Damasco si sono sino ad ora adoperati affinch\u00e9 le forze armate americane fossero sanguinosamente impegnate sino al collo in Iraq, riducendo cos\u00ec il rischio di diventare loro il successivo bersaglio di Washington. La certezza di un ritiro delle forze statunitensi, specie se accompagnato, come probabile, dalla rinuncia al progetto di installare in Iraq delle basi militari, dovrebbe almeno tranquillizzare Iran e Siria, le cui attivit\u00e0 sono state fonte di gravi problemi in tutta la regione. Potrebbe dunque divenire possibile un accordo regionale per stabilizzare la situazione in Iraq.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Qualunque siano stati i motivi dell\u2019invasione americana in Iraq, l\u2019idea che fosse possibile far nascere in quel paese un regime democratico all\u2019interno e moderato in politica estera raccoglieva in Occidente un generale consenso. Questa speranza non esiste pi\u00f9 nemmeno negli Stati Uniti. 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