{"id":21990,"date":"2012-12-07T00:00:00","date_gmt":"2012-12-06T23:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/i-social-media-che-scuotono-il-golfo\/"},"modified":"2017-11-03T15:28:17","modified_gmt":"2017-11-03T14:28:17","slug":"i-social-media-che-scuotono-il-golfo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2012\/12\/i-social-media-che-scuotono-il-golfo\/","title":{"rendered":"I social media che scuotono il Golfo"},"content":{"rendered":"<p>I paesi del Golfo stanno vivendo una nuova, potente ondata di attivismo veicolato dai social media. Un fenomeno per molti aspetti derivante dalle dinamiche della Primavera araba, che rappresenta una spina nel fianco per i sostenitori dello status quo sociale e politico nella regione.<\/p>\n<p><b>Nuova generazione <\/b><br \/>\nAll&#8217;interno del mondo arabo, i paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo occupano le prime posizioni per numero di utenti Facebook e di iscrizioni a Twitter. Per quanto riguarda il comportamento online, \u00e8 utile distinguere tra utenti \u201cvecchi\u201d e \u201cnuovi\u201d. Si tratta di categorie che prescindono dall&#8217;et\u00e0 anagrafica, in quanto entrambe appartengono in primo luogo al bacino giovanile (15-30 anni, attualmente il 70% degli utenti Facebook nel mondo arabo).<\/p>\n<p>Per \u201cvecchi\u201d si intendono infatti gli utenti attivi da pi\u00f9 di un anno, meno fiduciosi nelle potenzialit\u00e0 della rete e pi\u00f9 attenti a non incorrere nella reazione delle autorit\u00e0: un atteggiamento prudente che pu\u00f2 spingersi fino alla decisione di chiudere i propri profili e blog. Un fenomeno tuttavia pi\u00f9 che compensato dalle iscrizioni: l&#8217;attivismo sociale e politico continua a rappresentare l\u2019attitudine principale tra gli internauti, grazie soprattutto alle &#8220;nuove generazioni&#8221; desiderose di sfruttare anche le potenzialit\u00e0 politiche della rete.<\/p>\n<p>Buona parte dei nuovi utenti si iscrive oggi alla versione in lingua araba dei social network. Ci\u00f2 determina l&#8217;espansione di tali piattaforme al di fuori delle fasce pi\u00f9 istruite, conquistando buona parte di chi era stato fino ad oggi scoraggiato dal carattere troppo americano delle stesse. Con l&#8217;eccezione dell&#8217;Arabia Saudita &#8211; 58% degli utenti Facebook sulla versione araba &#8211; nella maggior parte dei paesi in questione rimane prevalente la lingua inglese, per la presenza di ampie comunit\u00e0 di immigrati anglofoni.<\/p>\n<p><b>Impatto oltre la rete<\/b><br \/>\nIl successo dei social media nella regione apre un nuovo filone di ricerca sull&#8217;influenza della socialit\u00e0 virtuale su quella reale. Un primo, autorevole contributo proviene dai ricercatori della <i>School of Government <\/i>di Dubai, autori di un<a href=\"http:\/\/www.arabsocialmediareport.com\/UserManagement\/PDF\/ASMR%204%20updated%2029%2008%2012.pdf\" target=\"blank\"><b><u> rapporto<\/u><\/b><\/a> che identifica tra le prime conseguenze una maggiore apertura nei confronti delle opinioni e dei valori altrui. La ricerca sottolinea inoltre un marcato rafforzamento dell&#8217;identit\u00e0 nazionale dell&#8217;internauta, seguita da quella globale e al terzo posto da quella religiosa, inducendo gli autori a teorizzare il contributo dei social media nell&#8217;attenuazione dei contrasti di natura religiosa.<\/p>\n<p>Il panorama delle frequentazioni on line negli ultimi mesi si \u00e8 notevolmente arricchito, affiancando a critiche e rivendicazioni un attivismo improntato a impegno civico e sviluppo locale, come dimostra la diffusione dell&#8217;imprenditoria sociale (1), sostenuta da numerose iniziative sia pubbliche che private, in particolare negli Emirati, in Qatar e in Kuwait.<\/p>\n<p>Non mancano tuttavia i richiami sulle possibili derive di questo nuovo attivismo mediatico. Il noto opinionista ed esperto di media Sultan Al Qassemi (2) (che vanta oltre 150 mila iscritti &#8211; follower &#8211; al proprio canale Twitter (3)) nota una nuova forma di \u201cmaccartismo\u201d virtuale, consistente nel diffuso ricorso all&#8217;accusa di essere dei &#8220;traditori&#8221;. Quest&#8217;abitudine, forse un&#8217;evoluzione dell&#8217;antica pratica del <i>takfir<\/i> &#8211; il meccanismo di discredito del prossimo tramite l&#8217;accusa di eretico o miscredente &#8211; rischia di , in quanto nei paesi del Golfo l&#8217;etichetta di traditore rappresenta il pi\u00f9 grave dei danni alla reputazione, che Al Qassemi paragona alle accuse del Senatore McCarthy.<\/p>\n<p><b>Tra repressione e partecipazione<\/b><br \/>\nLe risposte dei governi all&#8217;attivismo sociale e politico varia molto da un paese all\u2019altro. In alcuni paesi prevalgono censura, repressione e rifiuto del dibattito. Questa strategia, di cui il sostenitore pi\u00f9 convinto \u00e8 forse il re del Bahrain, attraversa un po&#8217; tutta la regione. Gli attivisti dei diritti umani rivolgono pesanti accuse anche al Qatar, additato da <i>Human Rights Watch <\/i>per l\u2019applicazione di un doppio standard tra contestazione politica all&#8217;interno e al di fuori della regione del Golfo.<\/p>\n<p>Alcune autorit\u00e0 hanno iniziato ad appropriarsi del linguaggio dei social media, ad esempio per rispondere ad accuse giudicate infamanti. \u00c8 questo il noto caso dell&#8217;utente Twitter saudita Mujtahidd (4) (&#8220;studioso&#8221; in arabo), con oltre 800.000 iscritti su Twitter, dove ha rivelato un considerevole numero di imbarazzanti retroscena relativi alla gestione degli affari pubblici da parte di membri della famiglia reale e del governo, guadagnandosi cos\u00ec la fama di \u201cJulian Assange saudita\u201d.<\/p>\n<p>L&#8217;inarrestabile avanzata dei social media, con la propria vocazione allo sviluppo politico, rappresenta una sfida che trova impreparata gran parte dell&#8217;elite al potere nei paesi del Golfo. La \u201cdiscesa in campo\u201d virtuale di un numero crescente di autorit\u00e0 con l&#8217;esplicito desiderio di creare un canale di dialogo con i cittadini &#8211; \u00e8 il caso ad esempio di diversi parlamentari del Kuwait e di alcune autorit\u00e0 degli Emirati &#8211; pu\u00f2 senz&#8217;altro arricchire la qualit\u00e0 del dibattito ma, al pari della repressione e dell&#8217;elargizione di denaro alle classi pi\u00f9 deboli, non pu\u00f2 che posticipare lo scoppio di nuove ondate di protesta in assenza delle sempre pi\u00f9 urgenti riforme politiche ed economiche.<\/p>\n<p><span style=\"font-size: xx-small;\">(1) Elizabeth Buckner, Sarina Beges e Lina Khatib, Social Entrepreneurship: Why is it Important Post Arab Spring? Online Survey Report, Program on Arab Reform and Democracy Center on Democracy, Development, and the Rule of Law (CDDRL) Stanford University, Stanford, California, marzo 2012.<br \/>\n(2) Sultan Sooud Al Qassemi, McCarthyism in Gulf social media, Gulf News, 24 aprile 2011 &#8211; http:\/\/gulfnews.com\/opinions\/columnists\/mccarthyism-in-gulf-social-media-1.798619.<br \/>\n(3) https:\/\/twitter.com\/SultanAlQassemi.<br \/>\n(4) https:\/\/twitter.com\/mujtahidd.<\/span><\/p>\n<p>.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>I paesi del Golfo stanno vivendo una nuova, potente ondata di attivismo veicolato dai social media. Un fenomeno per molti aspetti derivante dalle dinamiche della Primavera araba, che rappresenta una spina nel fianco per i sostenitori dello status quo sociale e politico nella regione. 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