{"id":22110,"date":"2012-12-24T00:00:00","date_gmt":"2012-12-23T23:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/la-politica-estera-americana-che-verra\/"},"modified":"2017-11-03T15:28:13","modified_gmt":"2017-11-03T14:28:13","slug":"la-politica-estera-americana-che-verra","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2012\/12\/la-politica-estera-americana-che-verra\/","title":{"rendered":"La politica estera americana che verr\u00e0"},"content":{"rendered":"<p>I secondi mandati hanno offerto ai presidenti Usa l\u2019opportunit\u00e0 di lanciare iniziative di politica estera impegnative, liberi dai condizionamenti legati alla rielezione, e apportare correzioni di rotta anche importanti. I precedenti recenti non mancano. George W. Bush prov\u00f2 a sanare la relazione con gli alleati europei dopo le tentazioni unilateraliste del primo mandato. Al contempo scelse un segretario di Stato pi\u00f9 fedele e \u2018falco\u2019 nel passaggio da Colin Powell a Condoleezza Rice. <\/p>\n<p>L\u2019eredit\u00e0 internazionale di Bill Clinton si perfezion\u00f2 negli ultimi quattro anni, con l\u2019intervento militare contro Belgrado, l\u2019allargamento della Nato ad Est, l\u2019accelerazione impressa all\u2019entrata della Cina nell\u2019Organizzazione mondiale del commercio (Omc), i successi in Asia con il processo di riconciliazione con il Vietnam e i fallimenti in Medio Oriente con l\u2019arresto del processo di pace. Clinton scelse nuovamente un segretario pi\u00f9 vigoroso e \u2018falco\u2019 nel secondo mandato, nel passaggio da Warren Christopher a Madeleine Albright, la prima donna a Foggy Bottom, ceca di origine ma famosa per aver definito l\u2019America la \u2018nazione indispensabile\u2019.<\/p>\n<p><b>Continuit\u00e0 <\/b><br \/>Il secondo mandato di Obama potrebbe cominciare all\u2019insegna della continuit\u00e0. Con il ritiro della candidatura al dipartimento di Stato &#8211; giustamente ritenuta azzardata &#8211; di Susan Rice, invisa sia ai repubblicani che a parti importanti dell\u2019<i>establishment <\/i>delle stesse Nazioni Unite di cui dovrebbe essere paladina, la scelta \u00e8 caduta sul temperato, e secondo alcuni troppo pallido, John Kerry. <\/p>\n<p>Con Kerry, se come sembra sar\u00e0 confermato dal Senato, \u00e8 probabile che la politica estera Usa, almeno in una prima fase, continui ad essere di fatto decisa alla Casa Bianca, come \u00e8 avvenuto del resto nella prima parte del primo mandato di Obama. Col tempo, risolti i dissapori delle primarie e istauratosi un rapporto di stima, Hillary Clinton si \u00e8 ritagliata un ruolo sempre pi\u00f9 di rilievo, guadagnandosi anche quote di autonomia che sono poi pesate anche sugli orientamenti dell\u2019amministrazione.<\/p>\n<p>Al momento, invece, risulta difficile individuare temi o aree su cui Kerry avrebbe le carte o l\u2019ambizione di distinguersi, e tanto meno di distanziarsi significativamente, da Obama. Da presidente della Commissione esteri del Senato, Kerry \u00e8 stato coinvolto in tutti i principali dossier di politica estera. Ha sviluppato un interesse particolare e mostrato doti e opinioni proprie nella difficile e delicata relazione con il Pakistan e l\u2019Afghanistan, relazionandosi direttamente con leader problematici come il presidente afgano Hamid Karzai. Ha assunto posizioni dure contro la Cina sulle manipolazioni delle regole sul commercio, ma \u00e8 apparso a volte colpevolmente vago sulle crisi mediorientali, sostenendo l\u2019intervento in Libia ma riponendo inizialmente fiducia nella capacit\u00e0 di Damasco di risolvere pacificamente le tensioni interne, poi sfociate nella guerra civile. <\/p>\n<p>Agli europei piacer\u00e0 che Kerry condivide un orientamento europeista e atlantista non diverso da quello della Clinton, e pi\u00f9 istintivo di quello di Obama, che solo col tempo sta sviluppando un attaccamento per l\u2019Europa (che invece, come aveva candidamente scritto, non aveva prima di diventare presidente).<\/p>\n<p>La stabilit\u00e0 offerta da Kerry potrebbe tuttavia disincentivare la Casa Bianca dal portare avanti quei cambiamenti di cui l\u2018azione internazionale del paese ha invece bisogno. Un secondo mandato nel solco della totale continuit\u00e0 rischierebbe infatti di non cogliere le lezioni che gi\u00e0 Hillary Clinton negli ultimi due anni aveva offerto e applicato, anche come correzioni al corso inizialmente scelto da Obama.<\/p>\n<p><b>Luci e ombre <\/b><br \/>La politica di Obama ha avuto un grande pregio e un grande difetto, due facce della stessa medaglia. Il presidente si \u00e8 con successo lasciato alle spalle la difficile eredit\u00e0 di Bush, restaurando l\u2019immagine e la credibilit\u00e0 dell\u2019America nel mondo. Ha anche scelto un approccio pragmatico anzich\u00e9 ideologico e manicheo, fondato sulla lucida consapevolezza che nel mondo pi\u00f9 multipolare del ventunesimo secolo, il grande potere di cui gli Usa ancora godono si pu\u00f2 esprimere efficacemente solo dando vita a coalizioni di forze pi\u00f9 ampie. <\/p>\n<p>Il limite principale della politica estera di Obama \u00e8 stato invece che la comprensione dei delicati equilibri delle forze in gioco, che fu la pi\u00f9 grave carenza di Bush, si \u00e8 a volte accompagnata ad un approccio non solo pi\u00f9 modesto, ma anche pi\u00f9 reattivo, se non rinunciatario. Come si \u00e8 visto, ad esempio, nei confronti della Russia e di altri partner problematici, con i quali era necessario riallacciare una dinamica di cooperazione. <\/p>\n<p>Obama ha anche presto scoperto che un cambio di tono ed una maggiore apertura non avrebbero di per s\u00e9 portato a progressi profondi, come \u00e8 stato per l\u2019Iran fino all\u2019inasprimento delle sanzioni e per la Cina fino al momento in cui il segretario Clinton ha scelto una linea pi\u00f9 assertiva. <\/p>\n<p>L\u2019iniziale approccio che enfatizzava le istituzioni internazionali, la politica della mano tesa, l\u2019idea che le relazioni tra potenze, nello spazio post-sovietico come nel teatro asiatico passando per lo scacchiere mediorientale, non deve essere a somma zero, \u00e8 stato nel corso dei primi quattro anni significativamente corretto in senso realista dalla Clinton. Quest\u2019ultima ha riproposto in parte l\u2019approccio della Albright, un atteggiamento pragmatico ma non meno basato sui valori, che guarda al multilateralismo non tanto come principio, quanto come strumento da utilizzare nei casi in cui sia davvero efficace. <\/p>\n<p>La Clinton ha inoltre cercato di entrare in rapporto con gli interlocutori da posizioni di forza, vincolando le aperture a concessioni da parte di paesi rivali e a assunzioni di responsabilit\u00e0 da parte di attori regionali in cerca di spazio, come la Turchia, e di attori emergenti o ri-emergenti, come la Cina.<\/p>\n<p><b>Priorit\u00e0<\/b><br \/>Questo approccio corretto deve fare ancora i conti con partite dichiarate chiuse troppo in fretta. \u00c8 auspicabile che su queste ultime si concentrer\u00e0 la politica estera americana nel 2013 e oltre. La partita dell\u2019Asia continuer\u00e0 ad essere la pi\u00f9 strategica. Ma il \u201cpivot to Asia\u201d non pu\u00f2 significare una fuga da un Medio Oriente sempre pi\u00f9 globale e multipolare, destinato a rimanere terreno centrale del confronto tra poteri e modelli di sviluppo politico ed economico alternativi. <\/p>\n<p>Per evitare che il ritiro dall\u2019Afghanistan avvenga lasciandosi alle spalle equilibri precari e dinamiche ostili, come nel caso del disimpegno strategicamente avventato dall\u2019Iraq, serve il coinvolgimento di vari partner regionali, ma anche dell\u2019Iran.<\/p>\n<p>Obama dovr\u00e0 dunque allargare il dialogo con Teheran, che gi\u00e0 viene ricercato sul nucleare, a questioni pi\u00f9 ampie di sicurezza regionale. Sar\u00e0 questo sentiero strettissimo, ma anche critico per gli interessi occidentali e la stabilit\u00e0 regionale, il passaggio obbligato. Pena l\u2019allargamento dei focolai di conflitto e il coinvolgimento, in essi, anche di Stati Uniti ed Europa. <\/p>\n<p>Obama dovr\u00e0 infatti riattivare una relazione pi\u00f9 strategica con l\u2019Europa per contenere le turbolenze che caratterizzano, in forme diverse, l\u2019ampia area che va dallo spazio post-sovietico a quello post-ottomano. La crisi europea \u00e8 stata compresa dall\u2019amministrazione Usa nelle sue implicazioni economiche. Ma \u00e8 tempo nel secondo mandato di esplicitare maggiormente le interdipendenze politiche tra Stati Uniti ed Europa nella fase di transizione internazionale corrente. <\/p>\n<p>Il progetto di area di libero commercio tra le due sponde dell\u2019Atlantico, che Hillary Clinton ha gi\u00e0 lanciato a dicembre e che verr\u00e0 formalizzato nelle prossime settimane, per quanto di laboriosa attuazione, pu\u00f2 essere una chiave di volta. Ma solo se l\u2019iniziativa economica servir\u00e0 ad attivare incentivi strategici di lungo termine. <\/p>\n<p>Un Kerry a suo agio nelle capitali europee potrebbe cominciare da questo, offrendo al contempo energie e risorse critiche all\u2019azione della Casa Bianca, limitata dalle pressanti emergenze economiche interne, nell\u2019ingarbugliato rebus mediorientale.<\/p>\n<p>.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>I secondi mandati hanno offerto ai presidenti Usa l\u2019opportunit\u00e0 di lanciare iniziative di politica estera impegnative, liberi dai condizionamenti legati alla rielezione, e apportare correzioni di rotta anche importanti. I precedenti recenti non mancano. George W. Bush prov\u00f2 a sanare la relazione con gli alleati europei dopo le tentazioni unilateraliste del primo mandato. 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