{"id":2220,"date":"2006-11-08T00:00:00","date_gmt":"2006-11-07T23:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/la-ricostruzione-segna-il-passo\/"},"modified":"2017-11-03T15:43:13","modified_gmt":"2017-11-03T14:43:13","slug":"la-ricostruzione-segna-il-passo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2006\/11\/la-ricostruzione-segna-il-passo\/","title":{"rendered":"La ricostruzione segna il passo"},"content":{"rendered":"<p>La missione militare di stabilizzazione della Nato in Afghanistan \u00e8 in crisi? La recente ripresa di scontri diretti e sanguinosi fra le forze dell\u2019Alleanza e la guerriglia locale preoccupa il Governo centrale afgano, eletto democraticamente nel 2005, e genera sfiducia nella capitale e nell\u2019opinione pubblica europea. A ci\u00f2 si aggiunge la ripresa in grande stile delle coltivazioni di oppio e del traffico di droga, motori di una economia rurale minata da siccit\u00e0, carenze infrastrutturali, analfabetismo, divisioni tribali, corruzione e incertezza del diritto. Tutte realt\u00e0 che fanno del paese asiatico uno dei pi\u00f9 poveri sulla faccia della terra, fiaccato da decenni di guerra, prima contro la cruenta invasione sovietica del 1979, in seguito dalle lotte fra capi locali, talebani, mujaheddin e terroristi islamici di provenienza saudita.<\/p>\n<p>C\u2019\u00e8 quindi motivo di preoccuparsi, certo. Ma questa visione a tinte fosche, speculare a quella forse troppo ottimistica prevalente in precedenza, non fa giustizia di una situazione complessa, tutt\u2019altro che senza speranza.<\/p>\n<p><b>Difficolt\u00e0 transitorie<\/b><br \/>Secondo i comandi della International Security Assistance Force (Isaf) a Kabul, la forza multinazionale di circa 31.000 uomini che opera a supporto del governo afgano, sulla base di un mandato delle Nazioni Unite, si tratta essenzialmente di un periodo di difficolt\u00e0 determinato dalla recente espansione della missione nel territorio nelle province nel sud e nell\u2019est Afghanistan, sinora interessate solo dalla missione a guida americana \u201cEnduring Freedom\u201d, la cui finalit\u00e0 era il contrasto agli insediamenti terroristici, pi\u00f9 che il controllo del territorio. <\/p>\n<p>Il controllo da parte della forza Nato \u00e8 garantito dall\u2019istituzione dei cosidetti Provincial Reconstruction Team (Prt), attualmente presenti in 24 delle 34 province in cui \u00e8 diviso amministrativamente l\u2019Afghanistan: si tratta di realt\u00e0 territoriali in cui la componente militare fornisce il quadro di sicurezza per una forte presenza di operatori civili che operano per l\u2019assistenza e la ricostruzione del paese.<\/p>\n<p>Si tratta di una compito non facile, anche a causa delle difficolt\u00e0 di comunicazione fra le diverse aree del paese: l\u2019unico vero modo per viaggiare \u00e8 per via aerea e la Nato incontra non poche difficolt\u00e0 a convincere i propri membri a garantire la disponibilit\u00e0 di aerei da trasporto ed elicotteri in misura sufficiente.<\/p>\n<p>Ci\u00f2 che \u00e8 difficile per i militari, diviene praticamente impossibile per i civili locali: i commerci risultano quindi sostanzialmente impossibili, rendendo ancora pi\u00f9 difficile la ripresa economica del paese. Ne risente anche il progetto di sostituzione delle piantagioni di oppio con sementi ad alto valore destinate all\u2019esportazione, fattore cruciale per il contrasto alla produzione di droga che, pur non rientrando nei compiti diretti della missione militare, rappresenta un buon motivo per tentare di stabilizzare l\u2019Afghanistan, secondo solo al contrasto dei potenziali insediamenti terroristici.<\/p>\n<p>La principale preoccupazione degli operatori, connessa con la recrudescenza degli scontri armati, \u00e8 infatti legata alla ripresa delle coltivazioni di oppio, fattore su cui si basa il circolo vizioso che lega l\u2019economia illegale alla crescita del potere dei guerriglieri talebani e dei \u201csignori della guerra\u201d locali.<\/p>\n<p>L\u2019esercito, la polizia e il sistema giuridico locale, attualmente in fase di (troppo) lenta evoluzione, non sono sufficienti per contrastare il fenomeno; gli sforzi di alcuni paesi europei (Italia e Germania in testa) in questo settore non paiono sufficienti e mancano di un vero coordinamento che forse solo un\u2019iniziativa multinazionale pu\u00f2 garantire.<\/p>\n<p><b>Coordinamento insufficiente<\/b><br \/>Se sul lato della sicurezza, nonostante i problemi evidenziati, si possono anche riportare alcuni importanti successi, quali l\u2019istituzione di una modernissima scuola per le Forze Armate afgane, spicca invece l\u2019insufficiente coordinamento delle attivit\u00e0 civili di ricostruzione.<\/p>\n<p>La decisone di porre in capo al Governo centrale afgano la responsabilit\u00e0 ultima del processo di ricostruzione, sebbene sia comprensibile dal punto di vista del coinvolgimento delle autorit\u00e0 locali, comporta una serie di gravi costrizioni, legati alla sua limitata capacit\u00e0.<\/p>\n<p>Evidentemente, serve un\u2019istituzione internazionale partner che affianchi con maggior decisione il governo locale e garantisca un migliore e pi\u00f9 puntuale impiego dei fondi (circa 2 miliardi di dollari l\u2019anno) stanziati per l\u2019Afghanistan. Se l\u2019Onu non \u00e8 disponibile o in grado di svolgere un ruolo simile a quello giocato nei Balcani, non rimane che giocare la carta Unione Europea. <\/p>\n<p>L\u2019impegno dell\u2019Alleanza Atlantica \u00e8 forte e condiviso, sebbene vi siano perplessit\u00e0 circa il meccanismo di distribuzione degli oneri fra i 31 contingenti partecipanti, ovvero 26 paesi membri e 11 partner non membri, alcuni con presenze simboliche.<\/p>\n<p>L\u2019imposizione di restrizioni sull\u2019impiego in alcune aree delle proprie forze nazionali da parte di alcuni paesi, Italia e Germania in particolare, determina per\u00f2 forti malcontenti; d\u2019altra parte, tali restrizioni garantiscono anche un maggiore controllo nazionale sulle forze in teatro, ponendole al riparo da impieghi che potrebbero generare conseguenze potenzialmente catastrofiche sul piano dell\u2019immagine e del consenso politico. <\/p>\n<p>Inoltre, l\u2019adozione di una postura delle forze pi\u00f9 aggressiva potrebbe rivelarsi anche controproducente, soprattutto in zone relativamente pi\u00f9 tranquille: si deve resistere alla tentazione di imporre un unico modello d\u2019azione a tutte le realt\u00e0 locali, poich\u00e9 \u00e8 proprio la flessibilit\u00e0 a garantire il successo in un contesto frammentato e tribale quale quello afgano.<\/p>\n<p>La Nato ha, forse con eccessivo entusiasmo e talora con qualche errore retorico, legato il successo in Afghanistan alla sua effettiva sopravvivenza come credibile attore di sicurezza sulla scena internazionale: il prezzo della sconfitta sarebbe troppo alto.<\/p>\n<p>La componente militare sembra complessivamente funzionare, ma va ricalibrata alla luce dei mutamenti intervenuti e vanno riconosciuti i suoi limiti d\u2019impiego. In ogni caso, tutti riconoscono, ad iniziare dagli stessi militari, che non \u00e8 comunque sufficiente affidarsi ad essa: la vittoria sul campo verr\u00e0 dalla capacit\u00e0 complessiva dell\u2019insieme coordinato degli sforzi di tutti gli operatori, civili e militari, locali ed internazionali, di offrire alla grande maggioranza silenziosa afgana l\u2019opportunit\u00e0 di costruirsi un presente e un futuro migliori.<\/p>\n<p><i>Questo articolo nasce da riflessioni emerse in seguito ad una visita dell\u2019Autore in teatro a fine ottobre, resa possibile grazie al supporto della NATO Public Diplomacy Division<\/i><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La missione militare di stabilizzazione della Nato in Afghanistan \u00e8 in crisi? La recente ripresa di scontri diretti e sanguinosi fra le forze dell\u2019Alleanza e la guerriglia locale preoccupa il Governo centrale afgano, eletto democraticamente nel 2005, e genera sfiducia nella capitale e nell\u2019opinione pubblica europea. A ci\u00f2 si aggiunge la ripresa in grande stile [&hellip;]<\/p>\n","protected":false},"author":39,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[9],"tags":[],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/2220"}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/users\/39"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=2220"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/2220\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":67054,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/2220\/revisions\/67054"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=2220"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=2220"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=2220"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}