{"id":2240,"date":"2006-11-09T00:00:00","date_gmt":"2006-11-08T23:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/tra-israeliani-e-palestinesi-la-gara-a-chi-sbaglia-di-piu\/"},"modified":"2017-11-03T15:43:13","modified_gmt":"2017-11-03T14:43:13","slug":"tra-israeliani-e-palestinesi-la-gara-a-chi-sbaglia-di-piu","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2006\/11\/tra-israeliani-e-palestinesi-la-gara-a-chi-sbaglia-di-piu\/","title":{"rendered":"Tra israeliani e palestinesi, la gara a chi sbaglia di pi\u00f9"},"content":{"rendered":"<p>L\u2019unica speranza di uscire dalla sanguinosissima impasse in cui si \u00e8 arenato il conflitto israelo-palestinese nasce da un paradosso: che la somma di due sconfitte porti alla ragionevolezza, con l\u2019abbandono della logica delle armi per un ritorno alla politica. Le due sconfitte di cui stiamo parlando sono quella di George W. Bush, nelle elezioni di medio termine degli Stati Uniti, e quella tutta \u201cmorale\u201d del premier di Israele Ehud Olmert, all\u2019indomani della strage compiuta dall\u2019artiglieria  israeliana a Beit Hanoun, in Gaza. Olmert sar\u00e0 a Washington il 13 novembre prossimo e, assieme a Bush, dovr\u00e0 prendere atto che l\u2019approccio puramente militare alla risoluzione del contenzioso coi palestinesi ha portato Israele in un vicolo cieco.<\/p>\n<p><b>Democrazia ferita<\/b><br \/>Sulla pelle dei civili palestinesi, qualsiasi vittoria militare si tramuta in una ferita per la democrazia e per la coscienza israeliana: un prezzo e un danno incalcolabili, senza tener conto del fatto che \u2013 con questo tipo di approccio \u2013 a trarne vantaggio sono solo le ali pi\u00f9 estremiste, tanto in Israele quanto in Palestina. Dal canto suo, Bush jr. se vuole tentare di riguadagnare un minimo di credito in Medio Oriente \u2013 dove la sua sconfitta elettorale \u00e8 stata imputata tutta al disastro iracheno \u2013 dovr\u00e0 sforzarsi di elaborare innanzitutto una nuova linea politica che riqualifichi gli Usa come reali mediatori e garanti di un processo di pace nel conflitto israelo-palestinese. Anche a costo di fare la voce grossa con Olmert, nella speranza che qualche passo avanti compiuto in questa direzione contribuisca anche ad una <i>exit strategy <\/i>decente degli Usa dall\u2019Iraq. <\/p>\n<p>Nell\u2019immediato, la rappresaglia dell\u20198 novembre scorso di Israele contro Beit Hanun ha creato un altro paradosso, molto pericoloso, in campo palestinese. Da una parte, sono saltati per l\u2019ennesima volta i colloqui tra Al Fatah e Hamas, che dovevano portare alla creazione di un governo di unit\u00e0 nazionale e dunque alla speranza che \u2013 per questa via indiretta \u2013 Hamas arrivasse a riconoscere il diritto all\u2019esistenza di Israele. Dall\u2019altra Hamas e Al Fatah si sono invece trovate d\u2019accordo nel sospendere la <i>hudna<\/i> (cio\u00e8 la tregua con Israele) e minacciare di ricorrere ancora una volta all\u2019arma del terrorismo, pur di non subire pi\u00f9 la rappresaglia spropositata dell\u2019esercito israeliano. <\/p>\n<p>Certo, incolpare Israele di aver fatto naufragare i colloqui di avvicinamento tra Hamas e Al Fatah, come entrambe i partiti hanno fatto, \u00e8 un utile <i>escamotage<\/i> per fingere di non vedere i motivi, tutti interni alla politica palestinese, che hanno impedito fino ad oggi la creazione di un Governo di unit\u00e0 nazionale. Se \u00e8 vero infatti che i morti, la povert\u00e0 e la rabbia dilagante, frutto delle rappresaglie israeliane non creano il clima pi\u00f9 propizio alla distensione in campo palestinese, \u00e8 altrettanto vero che \u2013 contrariamente a quanto si afferma sulla stampa occidentale \u2013 non sono mai finite n\u00e9 la Seconda Intifada n\u00e9 la Intra-fada, ovvero quella guerra civile strisciante che oppone le fazioni palestinesi stesse in una guerra fratricida, sulla strategia da tenere proprio nei confronti di Israele.<\/p>\n<p><b>Dualismo palestinese<\/b><br \/>Ragionando per icone mediatiche, da una parte c\u2019\u00e8 Abu Mazen, presidente\/anitra zoppa dell\u2019Anp (Autonomia nazionale palestinese), che tenta di imporre la sua linea moderata ad un parlamento dominato da Hamas e, dunque, dal suo rifiuto di riconoscere Israele; dall\u2019altra c\u2019\u00e8 Hanyeh, premier che quotidianamente deve misurare la propria impotenza di fronte all\u2019inesperienza di governo di Hamas, alla sua povert\u00e0 di mezzi e \u2013 forse soprattutto \u2013 ad una linea politica intransigente che non viene decisa a Gaza, ma a Damasco e a Teheran, dal <i>lider maximo<\/i> di Hamas, Khaled Meshal. <\/p>\n<p>Ma questo dualismo non riassume il panorama palestinese che vede ormai proliferare una miriade di formazioni armate di cui non si conosce l\u2019affiliazione. Chi ha rapito, ad esempio, il giovane caporale israeliano Ghalit nel giugno scorso, rapimento che ha messo in moto la catena di reazioni israeliane? Chi lancia quotidianamente da Gaza quei razzi rudimentali che giustificano l\u2019entrata in azione dell\u2019artiglieria israeliana? <\/p>\n<p>Non \u00e8 dato sapere. Nel frattempo a livello internazionale si consente che tutto questo paralizzi la politica, come se in Europa, negli Usa, in Russia o all\u2019Onu non si conoscesse un copione ormai tristemente noto da decenni.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>L\u2019unica speranza di uscire dalla sanguinosissima impasse in cui si \u00e8 arenato il conflitto israelo-palestinese nasce da un paradosso: che la somma di due sconfitte porti alla ragionevolezza, con l\u2019abbandono della logica delle armi per un ritorno alla politica. Le due sconfitte di cui stiamo parlando sono quella di George W. 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