{"id":22750,"date":"2013-03-27T00:00:00","date_gmt":"2013-03-26T23:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/iraq-alla-deriva\/"},"modified":"2017-11-03T15:27:51","modified_gmt":"2017-11-03T14:27:51","slug":"iraq-alla-deriva","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2013\/03\/iraq-alla-deriva\/","title":{"rendered":"Iraq alla deriva"},"content":{"rendered":"<p>Se Kabul piange, Bagdad non ride. Anzi, sono in molti a piangere i morti causati dalla nuova spirale di violenza che ha colpito villaggi e citt\u00e0 in queste ultime settimane. Senza distinzione di parte. I morti non sono pi\u00f9 gli odiati americani, ma cittadini iracheni di qualsivoglia etnia e confessione. Oppure soldati dell\u2019esercito regolare e funzionari ministeriali, per lo pi\u00f9 sciiti, come \u00e8 accaduto nell\u2019ultima strage vicino a Bagdad \u2013 in area sunnita \u2013 nel corso di un pesante attacco gi\u00e0 rivendicato da al-Qaeda. <\/p>\n<p>Dire che si sta creando un clima di instabilit\u00e0 \u00e8 ormai un eufemismo: le avvisaglie sono quelle di una evidente ripresa della guerra civile, sempre latente nel dopo-Saddam, che rischia di portare il paese ad una frammentazione irreparabile. Gli effetti della \u201cdottrina Petraeus\u201d sembrano ormai lontanissimi nel tempo. Il precario stato di salute dell\u2019anziano presidente Jalal Talabani, il curdo che sin dai primi giorni della sua nomina si era impegnato nella paziente opera di ricucitura delle molteplici componenti della societ\u00e0 irachena, \u00e8 solo uno degli elementi negativi che, purtroppo, certo non agevolano un raffreddamento della crisi. <\/p>\n<p><b>Gli errori si pagano<\/b><br \/>Tutto ampiamente prevedibile, e da alcuni anche previsto. Le modalit\u00e0 con cui nel maggio 2010 il premier sciita Nouri al-Maliki, pur avendo perso le elezioni di stretta misura contro il partito laico, interetnico e interconfessionale di Iyad al-Allawi, era riuscito ad andare comunque al potere, gi\u00e0 allora non lasciavano presagire nulla di buono. <\/p>\n<p>Ora anche gli Stati Uniti stanno piangendo lacrime amare, visto che avevano supportato al-Maliki, l\u2019uomo con cui avevano raggiunto l\u2019accordo per la progressiva uscita dal paese entro il 2011, favorendo il ritiro dell\u2019altro (anche se di poco) vincitore delle elezioni. <\/p>\n<p>\u00c8 dei giorni scorsi la relazione al Congresso dove si ammette non solo il fallimento politico, ma anche quello di una cooperazione economica frammentata tra troppi dicasteri, costosa, acefala, scoordinata e sprecona. Ma, soprattutto, in troppi casi non rispondente alle reali esigenze di tutti gli iracheni, ma solamente a quelle meno confessabili dei gruppi di potere che hanno orientato l\u2019attivit\u00e0 verso progetti ambiziosi, con ampi margini, ma non risolutivi. E spesso naufragati dopo spese ingenti, disattendendo ogni aspettativa dei cittadini. Anche dove non c\u2019\u00e8 acrimonia, oggi serpeggiano rassegnazione e sfiducia.<\/p>\n<p>Contrariamente alle aspettative americane, al-Maliki non \u00e8 stato in grado di portare avanti i processi di riunificazione e<i> institution building<\/i>: secondo gli analisti, l\u2019Iraq di questi giorni somiglia sempre di pi\u00f9 a un caleidoscopio di comunit\u00e0 in conflitto.<\/p>\n<p>Inasprendo tensioni settarie ed etniche, il governo \u2013 autoritario, a maggioranza sciita e chiaramente filo-iraniano &#8211; ha progressivamente emarginato le comunit\u00e0 sunnite, rovinando quel delicato lavoro di proselitismo contro gli estremisti nazionali e stranieri di al-Qaeda che ne aveva ridotto drasticamente la presenza sul territorio. Ora al-Maliki , oltre che all\u2019Iran, strizza l\u2019occhio anche al regime siriano. Al nuovo Segretario di Stato Usa Kerry, che in coda alla visita dei giorni scorsi \u2013 la prima dal 2009 \u2013 gli chiedeva di sospendere i sorvoli degli aerei iraniani che trasportano armi in Siria, evitava con cura di dare assicurazioni.<\/p>\n<p><b>Tutti contro tutti<\/b><br \/>Tradendo ogni aspettativa, come quella di arruolare parte delle milizie sunnite nell\u2019esercito regolare e nella polizia, l\u2019oligarchia sciita al potere si sta alienando anche le forze moderate sunnite e curde che avrebbero potuto costituire una risorsa per lo meno non apertamente ostile. Cos\u00ec non \u00e8 stato, ed ora alcune aree, sopra tutto nel governatorato di al-Anbar (ricordiamo i sanguinosi combattimenti nelle citt\u00e0 di Ramadi e Falluja) sono ormai totalmente <i>off-limits<\/i> persino per l\u2019esercito regolare e la polizia.<\/p>\n<p>Se le comunit\u00e0 sunnite sono emarginate dal potere ed ora in piena protesta, quelle sciite, frequente obiettivo degli attacchi di al-Qaeda, non sono affatto omogenee e solo alcune supportano davvero il governo, preoccupate della crescente influenza iraniana sul al-Maliki. <\/p>\n<p>La stessa comunit\u00e0 che si riconosce nell\u2019anziano<i> ayatollah <\/i>al-Sistani, tradizionalmente cauto e moderato, sta prendendo dal premier le debite distanze. In questa situazione caotica il giovane <i>ayatollah <\/i>Moqtada al-Sadr, il capo degli estremisti che tanto filo da torcere avevano dato al contingente italiano (ricordiamo le \u201c battaglie dei ponti\u201d), sebbene inviso ai curdi, ai sunniti e agli stessi sciiti, dopo il rientro dalla citt\u00e0 di Qom siede sulla sponda del fiume attendendo il collasso, ben sapendo che in questo caso diventerebbe arbitro della situazione. <\/p>\n<p>Il suo spirito rivoluzionario non si \u00e8 spento con il completamento degli studi coranici in Iran, ed ha invitato il governo centrale a non sottovalutare le sue parole e le sue forze. Sembra quasi che tra lui ed il premier sia in atto una sorta di gara su quale dei due sia in grado di accattivarsi meglio e pi\u00f9 proficuamente la benevolenza ed il supporto degli iraniani, gli interessati vicini di casa.<\/p>\n<p><b>Tanti costi, scarsi benefici<\/b><br \/>Nel frattempo, negli Stati Uniti l\u2019analisi dei costi per l\u2019avventura irachena porta alla luce cifre tali da pregiudicare ancora a lungo, assieme a quelli per l\u2019Afghanistan, la consistenza delle casse federali. Si parla di duemila miliardi di costi vivi solo per l\u2019Iraq, senza considerare le pensioni di guerra, di invalidit\u00e0 permanente ed i risarcimenti agli iracheni, stimabili nel medio-lungo termine in altri seimila miliardi di dollari. <\/p>\n<p>Anche i ritorni economici stanno prendendo strade diverse. Ultimo esempio, per lo sfruttamento degli enormi giacimenti di idrocarburi sottostanti la provincia del Dhi Qar (quella di Nassiriya, presidiata a lungo dai soldati italiani), nei giorni scorsi \u2013 dopo un processo di selezione lungo, laborioso e fino all\u2019ultimo momento messo in discussione &#8211; sono risultate qualificate sette societ\u00e0 straniere (Russia, Cina, Giappone, India, Francia), tra le quali una sola partecipazione americana. Di ditte italiane nessuna traccia in alcun settore, come con disappunto faceva notare giorni orsono lo stesso governatore, conversando con l\u2019inviato del Corriere della Sera.<\/p>\n<p>Questioni economiche a parte, sul futuro della regione le nubi si addensano: il peggio, a sentire gli esperti, deve ancora venire. Vi sono fondati indizi, infatti, che tra Siria, Libano, Iran, Turchia, Arabia Saudita, Emirati e Giordania, il teatro di un non lontano regolamento dei conti tra i mondi sciita e sunnita si stia preparando proprio sul territorio iracheno.<\/p>\n<p>.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Se Kabul piange, Bagdad non ride. Anzi, sono in molti a piangere i morti causati dalla nuova spirale di violenza che ha colpito villaggi e citt\u00e0 in queste ultime settimane. Senza distinzione di parte. I morti non sono pi\u00f9 gli odiati americani, ma cittadini iracheni di qualsivoglia etnia e confessione. 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