{"id":22780,"date":"2013-03-29T00:00:00","date_gmt":"2013-03-28T23:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/il-gasdotto-che-riavvicina-israele-e-turchia\/"},"modified":"2017-11-03T15:27:50","modified_gmt":"2017-11-03T14:27:50","slug":"il-gasdotto-che-riavvicina-israele-e-turchia","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2013\/03\/il-gasdotto-che-riavvicina-israele-e-turchia\/","title":{"rendered":"Il gasdotto che riavvicina Israele e Turchia"},"content":{"rendered":"<p>Un gasdotto che veicoli il gas del maxi-giacimento israeliano Leviathan verso la penisola anatolica potrebbe essere alla base dell\u2019improvviso processo di normalizzazione delle relazioni tra Turchia ed Israele apertosi venerd\u00ec 22 marzo, quando il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha rivolto al popolo turco le scuse ufficiali per l\u2019incidente della<i> Freedom Flotilla <\/i>del maggio 2010. <\/p>\n<p>Un riavvicinamento inatteso, voluto e mediato dal presidente degli Stati Uniti Barack Obama, che giunge in un momento altamente strategico in cui Israele deve decidere sulle vie e le modalit\u00e0 d\u2019esportazione dal pi\u00f9 grande giacimento metanifero mai scoperto nel Mediterraneo, il Leviathan. <\/p>\n<p>L\u2019ipotesi di un gasdotto, trapelata il mese scorso e per ora solo in fase di studio, rappresenta infatti una pi\u00f9 che allettante suggestione dalle importanti implicazioni sia economiche sia politiche per entrambi i paesi. E sarebbe tra le principali ragioni della repentina riconciliazione tra due potenze i cui rapporti diplomatici erano ormai da tempo ai minimi storici. <\/p>\n<p><b>Tensioni <\/b><br \/>Turchia e Israele erano ai ferri corti da quando, nel maggio 2010, nove cittadini turchi morirono per mano delle forze di difesa israeliane durante il tentativo della <i>Freedom Flotilla <\/i>di violare il blocco di Gaza. Un episodio per il quale la Turchia ha reclamato da subito scuse ufficiali, indennizzi alle famiglie delle vittime e la rimozione del blocco di Gaza. Richieste a lungo disattese che hanno spinto Ankara, nel settembre 2011, a declassare le relazioni diplomatiche con Israele, con l\u2019espulsione del suo ambasciatore ed il richiamo in patria dell\u2019omologo turco, nonch\u00e9 a sospendere la cooperazione militare, con il conseguente rafforzamento della presenza navale turca nel Mediterraneo. <\/p>\n<p>Ma le relazioni tra i due paesi erano peggiorate gi\u00e0 prima del 2010. La ricerca di maggiore proiezione internazionale da parte del governo turco di Recep Tayyip Erdo&#287;an, in carica dal 2003, si era infatti gi\u00e0 tradotta in una politica estera pi\u00f9 aperta verso il mondo arabo, con ripercussioni negative sui rapporti con Tel Aviv. Ankara ha fatto leva, in particolare, sulla questione palestinese, sostenendo pi\u00f9 volte a gran voce che Israele dovesse smantellare il proprio arsenale nucleare, rimuovere il blocco di Gaza e riconoscere la sovranit\u00e0 dello Stato palestinese. <\/p>\n<p>Ci\u00f2 nonostante, quella che sembrava un\u2019insanabile frattura diplomatica \u00e8 stata parzialmente ricomposta quando Benjamin Netanyahu, su invito del presidente Obama, si \u00e8 finalmente scusato in via ufficiale con l\u2019intero popolo turco.<\/p>\n<p><b>Fame di energia <\/b><br \/>La Turchia necessita di abbondanti e sicuri approvvigionamenti energetici per alimentare la propria rampante crescita economica. Il consumo metanifero, che contribuisce per quasi la met\u00e0 della generazione elettrica del paese, si \u00e8 attestato nel 2011 a 44,2 miliardi di metri cubi (mld mc) salendo a 48,5 nel 2012. Una situazione di per s\u00e9 non critica, se non fosse che la quasi totalit\u00e0 del gas consumato \u00e8 di importazione. Un accesso diretto e privilegiato ai 480 mld mc di gas presenti nel maxi-giacimento Leviathan rappresenterebbe da questo punto di vista un\u2019importante svolta strategica per la Turchia, fortemente impegnata nel perseguire tutte le possibili vie per ridurre i costi della dipendenza e mettere in sicurezza gli approvvigionamenti. <\/p>\n<p>Il gas israeliano consentirebbe alla Turchia di accrescere la variet\u00e0 dei fornitori e ridurre la dipendenza dalle importazioni pi\u00f9 costose, in particolare quelle iraniane, rafforzando al contempo il proprio potere negoziale. <\/p>\n<p>La quasi totalit\u00e0 del fabbisogno metanifero turco \u00e8 infatti attualmente soddisfatto da soli tre paesi: la Russia, con una quota del 55% del mercato ad un costo di 400 dollari per migliaia di metri cubi ($\/Mmc); l\u2019Iran, con il 25% ad un costo di 505$\/Mmc; l\u2019Azerbaigian, col 10% a 300$\/Mmc. La diversificazione \u2013 per fonte e per fornitore \u2013 \u00e8 un punto chiave della strategia turca e non a caso il ministro dell\u2019Energia Taner Yildiz si \u00e8 recentemente recato in Algeria, Libia e Qatar in cerca di nuovi accordi, alcuni conclusi con successo, mentre si guarda con interesse alle potenziali esportazioni provenienti dal Kurdistan dove opera l\u2019anglo-turca Genel Energy. <\/p>\n<p>Oltre alle positive implicazioni per il mercato interno, l\u2019accesso al Leviathan consentirebbe alla Turchia di valorizzare il proprio ruolo di paese di transito. Un passo importante per divenire quell\u2019hub energetico che il ministro degli affari esteri Ahmet Davuto&#287;lu considera passaggio fondamentale per elevare lo status internazionale del paese. Geograficamente, la Turchia \u00e8 infatti crocevia tra i mercati europei e le risorse presenti nel Caucaso e nel Centro Asia, in Iran, Iraq e, ora, Israele. Un differente sbocco del gas israeliano verso i mercati europei ostacolerebbe, invece, le ambizioni di Ankara di divenire corridoio energetico.<\/p>\n<p align=\"center\"><img decoding=\"async\" src=\"IMAGE\/clo_gas.jpg\" hspace=\"5\" vspace=\"5\" border=\"0\"><\/p>\n<p>Fonte: Noble Energy<\/p>\n<p><b>Dubbi di Israele<\/b><br \/>Non di minor conto sono gli interessi israeliani per una tale soluzione, che potrebbero aver spinto il primo ministro a porre le fatidiche scuse. Tel Aviv deve individuare in tempi brevi la modalit\u00e0 con cui intende esportare il gas dal giacimento per consentire l\u2019avvio dei lavori e beneficiare della scoperta il prima possibile. <\/p>\n<p>Se la scelta era inizialmente ricaduta su un terminale Gnl flottante <i>offshore <\/i>(viste le opposizioni ambientaliste e dei residenti a costruirlo sulla costa), tempi e costi potrebbero ora far propendere per la posa di un gasdotto sottomarino: il primo richiede infatti tra i 10 e i 20 miliardi di dollari per un arco lavorativo di 4-5 anni a fronte degli \u201cappena\u201d 2 miliardi in 2-3 anni del secondo.<\/p>\n<p>Tempi e costi non sono per\u00f2 le uniche implicazioni rilevanti. Lo sono altrettanto le valutazioni circa i mercati di destinazione ed il grado di concorrenza ai due progetti. Terminali Gnl e gasdotti si differenziano principalmente per la maggiore flessibilit\u00e0 di scelta dei mercati d\u2019esportazione consentita dal primo rispetto al secondo, che resta rigidamente vincolato alla tratta che percorre. <\/p>\n<p>Nel caso in questione, il gasdotto garantirebbe l\u2019accesso privilegiato al mercato turco, che presenta elevati livelli di crescita, per poi contendersi un mercato maturo come quello europeo con il vincente tra il <i>Trans Adriatic Pipeline <\/i>(TAP) ed il <i>Nabucco West<\/i>, progetti concorrenti entrambi volti a trasportare il gas dell\u2019Azerbaigian in Europa. <\/p>\n<p>Per contro, un eventuale terminale Gnl si troverebbe ad affrontare, al di l\u00e0 del suo maggior costo, la concorrenza sia degli altri produttori di Gnl nei mercati d\u2019esportazione che di progetti analoghi attualmente allo studio nel Bacino del Levante. Da una parte, infatti, i mercati d\u2019esportazione del Gnl \u2013 circoscritti a quei paesi che possiedono le necessarie infrastrutture di rigassificazione \u2013 pur se in espansione soffrono di una gi\u00e0 forte competizione, soprattutto da Qatar e Australia, che diventer\u00e0 ancor pi\u00f9 serrata con l\u2019entrata sul mercato dei paesi dell\u2019Africa orientale e degli Stati Uniti. <\/p>\n<p>Dall\u2019altra, oltre al progetto in questione, sono in fase di studio un terminale Gnl per le esportazioni dal giacimento Tamar (254 mld mc), il secondo grande giacimento israeliano, ed un altro per quelle dal giacimento Aphrodite (140-220 mld mc) che Cipro intende costruire a Vassilikos entro il 2019 indipendentemente da Israele. <\/p>\n<p>Che vi sia o meno spazio per tutti e tre i progetti \u00e8 questione di non poco conto. Vale inoltre la pena sottolineare che, mentre l\u2019ipotesi di accorpare i due progetti israeliani sia perseguibile, pi\u00f9 difficile sia quella di un progetto congiunto Israele-Cipro, in ragione della volont\u00e0 di Tel Aviv di avere il controllo diretto sulle entrate metanifere e di non prendere parte alla disputa tra Nicosia ed Ankara circa le attivit\u00e0 di esplorazione al largo di Cipro. <\/p>\n<p><b>Realpolitik<\/b><br \/>Se per Ankara la decisione di aderire a un progetto di gasdotto con Israele va valutata soprattutto in termini di costi\/benefici sul piano della leadership regionale \u2013 a fronte di una convenienza economica e strategica praticamente certa \u2013 per Tel Aviv pi\u00f9 numerose sono le variabili da tenere in considerazione. Oltre agli aspetti propri dei due progetti, Israele potrebbe voler valorizzare le implicazioni politiche che essi sottendono e scegliere come partner la Turchia per allentare l\u2019isolamento nell\u2019area a cui \u00e8 stato relegato dopo la Primavera araba e la perdita di un importante alleato come l\u2019Egitto. <\/p>\n<p>Un\u2019ipotesi che giustificherebbe e avvalorerebbe la mossa riconciliatrice di Netanyahu. Oppure, quella israeliana potrebbe rivelarsi una semplice tattica negoziale volta a mettere pressione alla Woodside, la compagnia petrolifera australiana che in dicembre ha raggiunto un accordo di massima per l\u2019acquisizione del 30% del giacimento Leviathan \u2013 con una clausola sulla partecipazione della compagnia a qualsiasi progetto di Gnl legato al giacimento \u2013 e che \u00e8 attesa per la firma definitiva entro la fine di questo trimestre. <\/p>\n<p>Date le innumerevoli implicazioni positive sia economiche che politiche per entrambi i paesi, \u00e8 ragionevole ritenere che un simile progetto infrastrutturale strategico possa aver giocato un qualche ruolo nel loro riavvicinamento. Quel che \u00e8 certo \u00e8 che un accordo metanifero tra Israele e Turchia andrebbe a consolidare ulteriormente il processo di normalizzazione in atto, a riprova di come la questione energetica, al pari e forse pi\u00f9 di altre delicate questioni politiche, rappresenti un fattore chiave nella regione in grado di spostare \u2013 nel bene e nel male \u2013 gli equilibri geopolitici. <\/p>\n<p>.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Un gasdotto che veicoli il gas del maxi-giacimento israeliano Leviathan verso la penisola anatolica potrebbe essere alla base dell\u2019improvviso processo di normalizzazione delle relazioni tra Turchia ed Israele apertosi venerd\u00ec 22 marzo, quando il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha rivolto al popolo turco le scuse ufficiali per l\u2019incidente della Freedom Flotilla del maggio 2010. 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