{"id":23290,"date":"2013-05-31T00:00:00","date_gmt":"2013-05-30T22:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/la-politica-industriale-che-manca-allitalia\/"},"modified":"2017-11-03T15:27:33","modified_gmt":"2017-11-03T14:27:33","slug":"la-politica-industriale-che-manca-allitalia","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2013\/05\/la-politica-industriale-che-manca-allitalia\/","title":{"rendered":"La politica industriale che manca all\u2019Italia"},"content":{"rendered":"<p>Ormai da anni l\u2019Italia ha smarrito una propria politica industriale. E in effetti persino sul termine c\u2019\u00e8 una confusione, a cui ha non poco contribuito l\u2019ultima fase della politica economica italiana, stretta tra le esigenze di austerit\u00e0 ed un pervicace liberismo ideologico. Si parla di politica industriale in Italia in modo discontinuo, ora per invocare salvataggi industriali, ora invece per richiedere sostegno alle piccole e medie imprese, mentre sullo sfondo si snocciola imperturbabile l\u2019antica litania dei lacci e lacciuoli che \u201cnon ci fanno lavorare\u201d, degli sgravi fiscali sempre attesi, dell\u2019insufficiente \u201cflessibilit\u00e0\u201d del lavoro.<\/p>\n<p><b>Nuovo valore<\/b><br \/>In realt\u00e0 negli anni della crisi nuove consapevolezze sono affiorate. Il susseguirsi di crisi aziendali ha convinto molti dell\u2019inutilit\u00e0 di inseguire le emergenze dei singoli casi, che rischiano di assorbire quote significative delle scarse risorse pubbliche per difendere situazioni di mercato e produttive indifendibili, senza risolvere ed anzi aggravando i drammi sociali. Questi si affrontano con politiche attive del lavoro, con imprese nuove e con investimenti pubblici mirati nella formazione, nella ricerca e nel trasferimento di tecnologie.<\/p>\n<p>Il passaggio dalle consapevolezze alle strategie resta tuttavia incompiuto. Avere una strategia significa scegliere, avere priorit\u00e0 concrete e perseguibili, confrontarsi con consapevolezza con i \u201cmega-trend\u201d dell\u2019economia globale. Scelte che parrebbero ovvie (come ad esempio quella sulla sostenibilit\u00e0 e sull\u2019industria \u201cverde\u201d) richiedono volont\u00e0 collettive forti e decisioni politicamente impegnative, che finora sono mancate. <\/p>\n<p>L\u2019assenza di una strategia di politica industriale \u00e8 anche funzione di un\u2019interpretazione della crisi che enfatizza l\u2019elemento congiunturale, esogeno, in cui il ruolo determinante \u00e8 attribuito alle dinamiche della finanza pubblica e dei mercati finanziari internazionali. La crisi \u00e8 per\u00f2 anche e soprattutto altro, viene da pi\u00f9 lontano dei problemi della finanza e ha implicazioni di lungo periodo. <\/p>\n<p>Ci\u00f2 a cui noi oggi assistiamo \u00e8 in effetti l\u2019ancora incompiuta ridefinizione delle nuove catene globali del valore, che si ridisegnano in funzione delle eccellenze produttive e tecnologiche espresse dai nuovi grandi paesi industrializzati (Bric e altri). Gli apparati produttivi di tutti i grandi paesi industrializzati sono oggi dunque in un processo di riposizionamento, i cui esiti non sono predeterminati n\u00e9 prevedibili sulla base di assunti semplificati. <\/p>\n<p>Sempre pi\u00f9 spesso ad esempio si riflette sulle implicazioni non solo dell\u2019economia verde, ma anche di un ridisegno radicale dei contenuti e dei confini (e degli impatti) della manifattura e dei suoi fondamentali tecnologici ed economici, grazie a nuove efficienze produttive legate a materiali, robotica, <i>software <\/i>avanzati e integrazione con i servizi.<\/p>\n<p>Il che ha due fondamentali conseguenze: una domanda di lavoro diverso, dove agli stereotipi dell\u2019operaio manifatturiero subentrano profili ad alto livello di conoscenza, e la necessit\u00e0 di ripensare radicalmente le strategie di delocalizzazione. Ormai si parla esplicitamente di una \u201creindustrializzazione di ritorno\u201d nei paesi occidentali, laddove per molte produzioni il costo della manodopera sia meno rilevante e conti invece la vicinanza al mercato, la qualit\u00e0 delle infrastrutture, la prossimit\u00e0 alla ricerca. Ma questi temi sembrano assenti dal dibattito nazionale.<\/p>\n<p><b>Incerto rilancio<\/b><br \/>Del ritardo italiano \u00e8 stata testimonianza pi\u00f9 evidente la complessa vicenda della Fiat, quando una visione aziendale (il cosiddetto progetto \u201cFabbrica Italia\u201d) ha potuto essere presentata e da molti accolta come un surrogato di una visione collettiva e di un progetto politico, salvo poi essere dichiarato dalla stessa azienda,<i> motu proprio<\/i>, obsoleto. <\/p>\n<p>Il fatto \u00e8 che la Fiat \u00e8 ora un\u2019impresa multinazionale, non pi\u00f9 un\u2019impresa italiana, e la sua \u201clealt\u00e0 territoriale\u201d (oltre che la leadership che essa \u00e8 capace di esprimere rispetto al sistema imprenditoriale nazionale) appare sempre pi\u00f9 dubbia. Si pu\u00f2 certamente discutere quanto sia saggia la politica aziendale nell\u2019allentare cos\u00ec clamorosamente i propri legami con il paese d\u2019origine e con l\u2019immagine e la cultura di stile e tecnologia, che il mondo (e il mercato) ancora ci riconosce: immagine e cultura che, nell\u2019ipotesi dell\u2019ingresso di un nuovo produttore, cesserebbe di essere monopolio del nostro (ormai ex) campione nazionale. <\/p>\n<p>Ma resta il fatto che anche la Fiat chiede di potersi confrontare con una strategia-paese e che senza una strategia-paese si potr\u00e0 solo subire le decisioni aziendali rispetto al mix di radicamento \u2013 distacco su cui si assester\u00e0 nei prossimi anni.<\/p>\n<p>Di un simile ritardo \u00e8 testimonianza anche l\u2019altro grande dramma industriale di questi anni, ossia la crisi della siderurgia a Taranto. Questa vicenda non solo ha rivelato che il paese non ha affrontato questioni vitali che altri hanno ricolto da decenni, ma ha riportato alla luce ipotesi di intervento pubblico che sembravano dimenticate. <\/p>\n<p>Si \u00e8 parlato (e si parla) di nazionalizzazioni (arma assai spuntata in un\u2019economia globale) e si \u00e8 riutilizzato, con parecchia ambiguit\u00e0 e confusione, il concetto di \u201cinteresse strategico nazionale\u201d (che \u00e8 appunto difficile da definire quale sia in concreto, se la strategia manca\u2026).<\/p>\n<p>In questo scenario l\u2019Europa sembra non risolvere, ma accentuare le debolezze italiane. Una politica industriale europea non esiste, se non come fissazione di obiettivi con un forte impatto comunicativo,  a cui corrispondono piani d\u2019azione il cui impatto invece \u00e8 scarso anche in termini di comunicazione. La politica industriale europea non \u00e8 oggi che una cornice all\u2019interno della quale sono sempre le politiche nazionali ad esercitarsi nella costruzione e ricostruzione di fattori di competitivit\u00e0. <\/p>\n<p>Sono altri gli ambiti in cui il ruolo europeo sembra pi\u00f9 capace di stimolare l\u2019elaborazione di politiche industrial moderne. Tra questi citiamo in particolare le politiche regionali e quell\u2019esercizio di definizione di \u201cstrategie regionali dell\u2019innovazione\u201d che sta attualmente impegnando governi nazionali e regionali in preparazione del prossimo ciclo di fondi strutturali nel nome della cosiddetta \u201c<i>smart specialisation<\/i>\u201d.<\/p>\n<p>.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Ormai da anni l\u2019Italia ha smarrito una propria politica industriale. 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