{"id":23360,"date":"2013-06-07T00:00:00","date_gmt":"2013-06-06T22:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/lincerto-destino-delliran\/"},"modified":"2017-11-03T15:27:31","modified_gmt":"2017-11-03T14:27:31","slug":"lincerto-destino-delliran","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2013\/06\/lincerto-destino-delliran\/","title":{"rendered":"L\u2019incerto destino dell\u2019Iran"},"content":{"rendered":"<p>Gli analisti di politica internazionale attribuiscono grande importanza alle presidenziali del 14 giugno in Iran. Una questione evidentemente non solo interna, ma con inevitabili riflessi regionali e globali. La prospettiva elettorale sembra delinearsi nel solco della conservazione, nel senso di una tendenza involutiva. Essa mira a superare l\u2019esperienza della <i>leadership <\/i>incarnata da Ahmadinejad, sostenuta e riconfermata nel pi\u00f9 recente passato a tutela del regime degli Ayatollah minacciato dalla rivoluzione verde del 2009, ormai inspendibile e inaccettabile nelle sue derive scissioniste ed eterodosse. <\/p>\n<p>Di qui, l\u2019esclusione del delfino di Ahmadinejad,  Esfandiar Rahim Mashai dalla contesa presidenziale da parte del Consiglio dei Guardiani. Una direttrice che \u00e8 stato <i>a fortiori <\/i>altrettanto logico vedere declinata nell\u2019estromissione dell\u2019ex presidente riformista Akbar Hashemi Rafsanjani.<\/p>\n<p><b>Fine a s\u00e9 stesso<\/b><br \/>Questa conservazione \u00e8 diventata il vero e unico obiettivo politico del regime. Obiettivo che trascende la stessa gestione del potere e qualsiasi finalit\u00e0 interna o esterna essa possa prefiggersi. Un paradosso, forse, che si spiega con l\u2019involuzione di un potere che ha perduto lo slancio e le motivazioni ideali della rivoluzione del 1979. <\/p>\n<p>E che non sembra in grado di intercettare i mutamenti e le legittime aspirazioni di una societ\u00e0 di 70 milioni di cittadini, dalla vivacissima articolazione sociale e culturale, per pi\u00f9 di un quarto composta da giovani al di sotto dei 25 anni e oggi confrontata con le conseguenze di sanzioni, isolamento, crisi economica, disoccupazione, illiberalit\u00e0. In una parola, con la gestione da parte di una <i>leadership<\/i> lontana culturalmente e dal punto di vista generazionale.<\/p>\n<p>Che il vincitore sia Said Jalili, attuale negoziatore nucleare e candidato della Guida Suprema Khamenei, o Ali Akbar Velayati, suo consigliere di politica internazionale ed ex ministro degli esteri, non cambier\u00e0 molto rispetto alla ferma volont\u00e0 politica di preservare l\u2019ortodossia di regime e fornirle amministratori che si differenziano solo per mere sfumature. Una sostanziale carenza di reale confronto che si tradurr\u00e0 in un elevato astensionismo.<\/p>\n<p>La partecipazione al voto e altri segnali che potranno derivare dalle urne saranno capaci di farci comprendere quanto saldo sia ancora il regime. E quanto valida la sua retorica, che da ultimo si \u00e8 spinta a dichiarare che le sanzioni occidentali starebbero provocando non voluti effetti benefici ad un\u2019economia che registra in realt\u00e0 iperinflazione, assottigliamento delle riserve in valuta estera, aggravamento del deficit di bilancio, incapacit\u00e0 di differenziazione industriale rispetto al prevalente settore petrolifero. <\/p>\n<p>Un regime che appare peraltro incapace persino di cavalcare a fini interni temi di aperta sensibilit\u00e0 per l\u2019opinione pubblica, come la legittimazione del paese quale attore regionale e le sue aspirazioni a sviluppare il proprio programma nucleare. Ambizioni che richiedono tuttavia una necessaria premessa: l\u2019avvio di una politica di affrancamento dall\u2019isolamento internazionale, impossibile senza dialogare pi\u00f9 costruttivamente con Stati Uniti e Israele. Ipotesi che rischia evidentemente di minare la sopravvivenza stessa del regime.<\/p>\n<p><b>Rischio isolamento<\/b><br \/>Se questa \u00e8 la prospettiva domestica, c\u2019\u00e8 da chiedersi cosa provocheranno le elezioni sullo scenario regionale e globale. Tra le presidenziali iraniane del 2009 e quelle del 2013 si \u00e8 frapposta la primavera araba. In una cornice, peraltro, che aveva gi\u00e0 registrato i rivolgimenti nell\u2019ingombrante vicino iracheno, dove la fine dell\u2019occupazione americana e la salita al potere di una <i>leadership <\/i>sciita ha aperto scenari di inconsueto riavvicinamento tra Baghdad e Teheran. <\/p>\n<p>Il risveglio arabo, pur nato da istanze economico-sociali, \u00e8 stato alimentato dalle monarchie del Golfo fino ad esacerbare la settarizzazione del confronto tra sciiti e sunniti. L\u2019ascesa delle nuove dirigenze arabe ha acuito fenomeni di dissenso verso il regime iraniano in seno alle varie opinioni pubbliche e, nel pi\u00f9 ampio scenario della contesa contro lo Stato di Israele, ha allontanato dal regime degli Ayatollah soggetti come Hamas.<\/p>\n<p>In questo contesto, il vero nodo si gioca ovviamente in Siria. Poche settimane fa, per la prima volta, la comunit\u00e0 internazionale ha apertamente accusato Teheran di un intervento diretto nel conflitto. La presenza di militari iraniani \u00e8 sintomatica di un aspetto cruciale della posizione internazionale iraniana: la caduta del regime di Assad costituirebbe il crollo dell\u2019unico alleato in seno al mondo arabo e l\u2019esasperazione di un isolamento che rischierebbe in questo caso di rivelarsi fatale.<\/p>\n<p>Se non sar\u00e0 la contesa elettorale a segnare, almeno nel breve periodo, mutamenti nella rotta dell\u2019Iran, \u00e8 verosimile che ulteriori aggravamenti del contesto economico o sviluppi del quadro regionale e internazionale (gli approdi della primavera araba e il destino della Siria di Assad <i>in primis<\/i>) possano innescare meccanismi e dinamiche di cambiamento. Quanto rapide e pacifiche rester\u00e0 da vedere.<\/p>\n<p> <\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Gli analisti di politica internazionale attribuiscono grande importanza alle presidenziali del 14 giugno in Iran. 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