{"id":23420,"date":"2013-06-15T00:00:00","date_gmt":"2013-06-14T22:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/il-corto-circuito-della-strategia-turca\/"},"modified":"2017-11-03T15:27:29","modified_gmt":"2017-11-03T14:27:29","slug":"il-corto-circuito-della-strategia-turca","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2013\/06\/il-corto-circuito-della-strategia-turca\/","title":{"rendered":"Il corto circuito della strategia turca"},"content":{"rendered":"<p>Mentre i media internazionali stanno puntando i riflettori su Piazza Taksim e sulle sommosse di Istanbul, dando ormai per sconfitto il primo ministro Erdo&#287;an, in Siria la situazione pare volgere, dopo due anni di guerra civile, a favore del presidente Assad. Per quanto apparentemente separati, i due scenari sono strettamente interdipendenti.<\/p>\n<p>La posizione turca sulle \u201cprimavere arabe\u201d ha segnato una chiara svolta nella politica estera di Ankara e dell\u2019intero establishment dell\u2019Akp. L\u2019appoggio garantito alla rivolta siriana, al consiglio dei ribelli (Cns) e al governo provvisorio che ne era sorto avevano portato alla recente elezione di Ghassan Hitto, avvenuta proprio ad Istanbul il 18 marzo scorso.<\/p>\n<p><b>Postkemalismo<\/b><br \/>Nell\u2019idea del governo turco era palese lo scopo di sostenere sul piano logistico le forze ribelli nelle regioni dove l\u2019esercito regolare siriano aveva perduto il controllo, al fine di frammentare il paese e costringere Assad alla resa, seguendo un atteggiamento analogo a quello francese durante la guerra in Libia che port\u00f2 alla cattura di Gheddafi.<\/p>\n<p>Il meccanismo si \u00e8 per\u00f2 inceppato. Innanzitutto, l\u2019improvviso raid di Israele su Damasco del 5 maggio scorso ha immediatamente cambiato la percezione della rivolta nel mondo islamico: la Lega araba, spesso critica nei confronti di Assad e propensa ad un\u2019operazione di <i>peacekeeping<\/i>, e il presidente egiziano Mohammed Morsi, espressione della Fratellanza musulmana, hanno condannato il bombardamento in un coro unanime coi \u201crivali\u201d sciiti dell\u2019Iran e di Hezbollah.<\/p>\n<p>Pochi giorni fa, inoltre, \u00e8 arrivato l\u2019avvertimento di Mosca che, per voce del presidente Putin, ha intimato all\u2019Occidente di evitare qualsiasi intervento militare in Siria, ribadendo l\u2019inviolabilit\u00e0 della base navale di Tartous e proponendo l\u2019invio di forze speciali russe sulle alture del Golan per sostituire i reparti austriaci di stanza nell\u2019area.<\/p>\n<p>Lo stallo siriano potrebbe cos\u00ec segnare per Ankara la fine del piano di profondit\u00e0 strategica sul quale il ministro degli esteri Ahmet Davuto&#287;lu aveva investito moltissimi anni di ricerca universitaria e quattro anni di carriera politica governativa. L\u2019opera forse pi\u00f9 significativa di Davuto&#287;lu, pubblicata nel 2001 ed intitolata <i>Stratejik Derinlik. Turkiye\u2019nin Uluslararasi Konumu <\/i>\u00e8 diventata negli ultimi anni una pietra angolare ineludibile per capire la politica estera del governo turco. <\/p>\n<p>Impropriamente e riduttivamente definitiva con l\u2019appellativo di \u201cneo-ottomana\u201d, in realt\u00e0 l\u2019idea postkemalista che ha mosso le principali iniziative strategiche di Ankara era quella di integrare il paese nel nuovo contesto internazionale in una posizione di maggior prestigio.<\/p>\n<p><b>Porta girevole<\/b><br \/>Gi\u00e0 dopo la fine della Guerra Fredda, Ankara aveva cominciato a ripensare il suo ruolo di bastione antisovietico provando a sperimentare sempre maggiori margini di autonomia, ma i tentativi dell\u2019ex presidente \u00d6zal nei primi anni Novanta risultarono inefficaci. Pi\u00f9 recentemente, invece, la Turchia ha senz\u2019altro intravisto l\u2019opportunit\u00e0 di approfittare della chiusura della fase interventista dell\u2019era Bush jr, pesantemente influenzata dagli orientamenti neoconservatori e dalla logica huntingtoniana dello scontro di civilt\u00e0.<\/p>\n<p>Con l\u2019ingresso di Robert Gates al Pentagono, l\u2019approccio maggiormente realista della Casa Bianca ha consentito l\u2019avvio di una progressiva revisione dei rapporti col mondo islamico, auspicata anche dall\u2019ex consigliere di Jimmy Carter, Zbigniew Brzezinski, offrendo alla Turchia la possibilit\u00e0 di sfruttare il suo ruolo di mediazione tra Occidente e Oriente, mondo cristiano e mondo musulmano, secolarismo e tradizionalismo.<\/p>\n<p>In pochi anni, dunque, le fondamenta della profondit\u00e0 strategica turca riacquistarono potenzialmente ampi margini d\u2019azione: riconsiderare, almeno in parte, le origini turco-mongole e il passato ottomano del paese senza regredire i processi di modernizzazione e laicizzazione avviati da Atat\u00fcrk negli anni Venti del Novecento; ridefinire in senso multivettoriale le partnership strategiche con un occhio di riguardo a Russia, Cina, India e Iran; tornare ad identificare, laddove possibile, lo spazio geografico turco con la sfera d\u2019influenza ottomana, investendo sul piano economico e infrastrutturale nelle realt\u00e0 balcaniche, caucasiche e mediorientali dove pi\u00f9 significativa rimane l\u2019eredit\u00e0 dei Sultani; accreditare la Turchia come primo riferimento culturale, economico e politico per tutto il mondo islamico, dal Marocco all\u2019Indonesia.<\/p>\n<p>Le direttrici di questo ambizioso attivismo potevano essere sintetizzate in due ordini di azione strategica: una in senso panislamico e l\u2019altra in senso panturco. Entrambe, tuttavia, dovevano guardarsi da qualsiasi compromesso con quelle tendenze integraliste che hanno minato pi\u00f9 volte la pace e la sicurezza in diverse aree critiche del mondo. Basti soltanto pensare al movimento ultranazionalista dei Lupi Grigi o all\u2019estremismo wahhabita di al-Qaeda.<\/p>\n<p><b>Nodi al pettine<\/b><br \/>Ma gli equilibri da costruire e mantenere erano troppo delicati e le contraddizioni di un piano talmente vasto e precario alla fine sono emerse. Come salvaguardare i rapporti con Mosca, cercando al contempo di inserirsi in Siria e nei Balcani a scapito di Assad e delle comunit\u00e0 serbe del Kosovo? Come guadagnarsi le simpatie di Putin mantenendo rapporti ambigui col movimento \u201csoft-islamista\u201d di Fethullah G\u00fclen, bandito qualche anno fa dal governo russo? Come aprirsi alla Cina promuovendo al contempo la causa del nazionalismo uiguro nello Xinjiang? Come restare credibile agli occhi degli Stati Uniti e della Nato, chiedendo l\u2019ammissione alla Sco? Come proporsi quale a&#287;abey, ossia \u201cfratello maggiore\u201d, dinnanzi ai popoli turcofoni dell\u2019Asia centrale, regolarmente minacciati dal radicalismo religioso, e sostenere in modo acritico le \u201cprimavere arabe\u201d anche di fronte all\u2019evidenza delle infiltrazioni integraliste? <\/p>\n<p>Se l\u2019Unione europea ha cominciato a riconsiderare le sue posizioni iniziali, la Turchia ha invece ottusamente sostenuto l\u2019Esercito libero siriano garantendogli un costante supporto logistico. Tuttavia Erdo&#287;an si \u00e8 dovuto arrendere dinnanzi ad una politica estera contraddittoria, che ha rischiato seriamente di portare il paese in guerra con la Siria e dunque con l\u2019Iran e Hezbollah. Da \u201czero problemi\u201d a \u201ctroppi problemi\u201d.<\/p>\n<p>.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Mentre i media internazionali stanno puntando i riflettori su Piazza Taksim e sulle sommosse di Istanbul, dando ormai per sconfitto il primo ministro Erdo&#287;an, in Siria la situazione pare volgere, dopo due anni di guerra civile, a favore del presidente Assad. Per quanto apparentemente separati, i due scenari sono strettamente interdipendenti. 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