{"id":23480,"date":"2013-06-20T00:00:00","date_gmt":"2013-06-19T22:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/la-lenta-ascesa-delloman\/"},"modified":"2017-11-03T15:27:27","modified_gmt":"2017-11-03T14:27:27","slug":"la-lenta-ascesa-delloman","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2013\/06\/la-lenta-ascesa-delloman\/","title":{"rendered":"La lenta ascesa dell\u2019Oman"},"content":{"rendered":"<p>Lo scorso dicembre si sono svolte le prime elezioni municipali nella storia del sultanato (affluenza del 50%). I 192 membri del Consiglio municipale dell\u2019Oman &#8211; fra cui quattro donne &#8211; non dispongono di poteri esecutivi ma avranno il compito di formulare proposte relative al miglioramento dei servizi locali. Soprattutto, la funzione strategica dei consiglieri &#8211; eletti e non pi\u00f9 nominati &#8211; \u00e8 provare a filtrare il malcontento latente in ogni<i> wilayat<\/i> (provincia), prima che questo si trasformi in conclamati fenomeni di protesta. <br \/><br<Dopo le contenute ma tenaci rivolte del 2011, le iniziative pubbliche del sultano Qaboos oscillano tra concessioni facili all\u2019umore popolare e stretta securitaria. Il contratto sociale omanita necessita di un\u2019autentica ristrutturazione politica e socio-economica; soprattutto ora che, fra i cittadini, sta emergendo un inatteso senso di appartenenza nazionale. Perch\u00e9 anche a Muscat la formula \u201cun uomo solo al comando\u201d comincia a dare segni di logoramento.\n\n\n\n<p align=\"center\"><img decoding=\"async\" src=\"IMAGE\/mu-mappa.jpg\" hspace=\"5\" vspace=\"5\" border=\"0\"><\/p>\n<p><b>Lavoro <\/b><br \/> Il Consiglio della <i>Shura<\/i>, la Camera bassa eletta dell\u2019Oman -cui si affianca un <i>Majlis al-Daulah <\/i>di nominati- ha appena approvato l\u2019innalzamento del salario minimo (fino al 60%) per i lavoratori nazionali del settore privato. Il provvedimento, teso a incrementare il potere d\u2019acquisto degli omaniti, comporta due rischi: la riduzione degli investimenti delle compagnie straniere nel sultanato, insieme all\u2019acuirsi del malessere degli <i>expatriates<\/i> (circa 600mila, soprattutto indiani e pachistani), maggioritari nel settore privato perch\u00e9 pi\u00f9 qualificati degli omaniti.<\/p>\n<p>Con l\u2019obiettivo di ridurre la platea dei disoccupati nazionali (circa il 20%), la <i>Shura<\/i> ha deciso di porre un tetto alla presenza di lavoratori stranieri nel paese: essi costituiranno il 33% della popolazione (contro l\u2019attuale 40%), anche se mancano dettagli sulle modalit\u00e0 di attuazione del progetto. Proprio la crescente disoccupazione giovanile (stimata al 25%), unita alla corruzione dilagante, \u00e8 la scintilla che, nel 2011, ha provocato le manifestazioni di protesta nei grandi centri urbani: Sohar e Sur nel nord industriale, Salalah nell\u2019inquieta regione meridionale del Dhofar e, in misura minore, a Muscat. <\/p>\n<p>Quasi il 50% dei 2.7 milioni di omaniti ha meno di vent\u2019anni e ci\u00f2 rende ancora pi\u00f9 difficile soddisfare la crescente domanda di lavoro. E il disegno di \u201comanizzazione\u201d del lavoro nel settore privato non ha finora dato i risultati sperati, anche a causa dell\u2019inadeguatezza del sistema di formazione. In un\u2019ottica di diversificazione economica, il fondo sovrano del sultanato ha di recente comunicato la volont\u00e0 di aumentare gli investimenti interni dall\u2019attuale 50% al 70% della liquidit\u00e0 totale, focalizzandosi sullo sviluppo di tre <i>asset<\/i>: turismo, pesca, risorse minerarie.<\/p>\n<p>Dopo aver annunciato per quest\u2019anno un incremento della spesa pubblica del 30%, il ministero delle finanze di Muscat ha diffuso roboanti previsioni di crescita per l\u2019economia: gi\u00e0 nel 2012, il Pil nazionale si sarebbe attestato sopra l\u20198% (il Fondo monetario internazionale, Fmi, lo stimava al 5%). Mediante nuovi e costosi metodi estrattivi, l\u2019Oman sta infatti aumentando la produzione giornaliera di barili di petrolio (da 714.000 barili al giorno nel 2007 a 889.000 nel 2011), rallentando cos\u00ec il declino di un\u2019industria petrolifera comunque in sofferenza.<\/p>\n<p><b>Coscienza nazionale in erba<\/b><br \/>Le proteste del 2011, incentrandosi sulla lotta alla corruzione e la responsabilit\u00e0 democratica, hanno prodotto un risultato irreversibile: l\u2019articolazione di una nascente coscienza pubblica all\u2019interno della societ\u00e0 omanita.  In un paese d\u2019impianto neo-tribale come l\u2019Oman, dove \u00e8 vietato dar vita a partiti politici, il rapporto fra il sultano e il popolo non ha finora conosciuto altre mediazioni che quelle delle trib\u00f9; le stesse che partecipano alla gestione, centralizzata e oligarchica, del potere.<\/p>\n<p>Scagliandosi contro il sottopotere del sultano &#8211; dove stanno emergendo numerosi casi di corruzione e privilegi &#8211; i manifestanti hanno rivendicato il diritto di partecipare pi\u00f9 attivamente al processo decisionale, in quanto loro \u201cdovere nazionale\u201d: sono le parole scandite dalla folla, per esempio, nel febbraio 2011, durante un <i>sit-in <\/i>di fronte agli uffici del governatore del Dhofar. <\/p>\n<p>A riguardo, il sultano ha cercato di inviare messaggi d\u2019immediato impatto mediatico. Mentre numerosi funzionari e uomini di governo vengono indagati per abuso di potere e appropriazione indebita, le prerogative della <i>State Audit Institution <\/i>sono state rafforzate, nell\u2019intento di identificare e ridurre i crimini contro la pubblica amministrazione. <\/p>\n<p>Tra febbraio e marzo, frequenti scioperi del personale giudiziario hanno paralizzato la giustizia omanita: gli scioperanti hanno domandato, oltre che aumenti salariali, l\u2019applicazione del decreto reale n\u00b010\/2012, relativo all\u2019indipendenza della magistratura dall\u2019esecutivo. Infatti, solo dal marzo 2011, il Consiglio Supremo dell\u2019Oman non \u00e8 pi\u00f9 vicepresieduto dal ministro della giustizia; ma con la riforma, esso \u00e8 stato posto sotto la guida diretta del sultano.<\/p>\n<p><b>Un uomo solo al comando<\/b><br \/>Qaboos bin Sa\u2019id, sultano dell\u2019Oman dal 1970, ricopre tutte le principali cariche del paese: capo dello stato, premier, ministro della difesa e degli affari esteri, capo delle Forze armate e della Banca centrale. Nato nel 1940, egli non ha eredi in linea diretta, n\u00e9 ha finora indicato un possibile successore. Nonostante rimanga amatissimo dal suo popolo, proprio il tradizionale accentramento di potere rischia &#8211; dato il momento di disagio economico e sociale &#8211; di trasformare il sultano in bersaglio del malcontento.<\/p>\n<p>Infatti, se nella fase calda delle proteste del 2011, i dimostranti sfilavano addirittura mostrando le immagini del sovrano, pregandolo di porsi alla guida del processo di auto-riforma, alcuni di essi cominciano ora ad additarlo come responsabile del mancato rinnovamento interno; infatti, gli emendamenti alla <i>Basic Law <\/i>e alla legge sul lavoro sono stati percepiti come interventi cosmetici di conservazione dell\u2019esistente.<\/p>\n<p>La delusione diviene poi rabbia dinnanzi ai numerosi arresti di attivisti e <i>blogger<\/i>: lo scorso marzo, il sultano ne ha perdonati una cinquantina (di cui una ventina in sciopero della fame), arrestati, processati e condannati con le accuse di diffamazione, <i>cyber-crime<\/i>, assemblea illegale. Alla repressione del dissenso \u00e8 cos\u00ec seguito il \u201c<i>beau geste<\/i>\u201d di Qaboos: un epilogo classico per la vicenda omanita, ma che pare oggi sempre meno efficace.<\/p>\n<p>Le proteste &#8211; in larga parte giovanili &#8211; iniziate nel 2011 hanno per\u00f2 innescato un processo di spersonalizzazione della nazione: a differenza dei decenni passati, l\u2019Oman &#8211; in quanto stato &#8211; non si esaurisce pi\u00f9, a livello di percezione popolare, nella sola figura del sultano. Si tratta dunque di un tornante storico non scontato, in un paese dove il potere \u00e8 gestito sulla base della compartecipazione tribale. <\/p>\n<p>Il confine con lo Yemen permane inquieto ma per motivi diversi dal passato: l\u201980% circa della popolazione omanita \u00e8 nata dopo il 1970. Infatti, se negli anni settanta lo scontro verteva sull\u2019appoggio della Repubblica Popolare yemenita del Sud (Pdry) alla ribellione della regione del Dhofar, la preoccupazione del sultanato si concentra ora sull\u2019inarrestabile erosione interna della sovranit\u00e0 dello Yemen. <\/p>\n<p>In tale contesto l\u2019immigrazione illegale &#8211; insieme al crescente anti-americanismo in entrambi i paesi &#8211; offre molte opportunit\u00e0 di reclutamento per la galassia<i> jihadista<\/i> e\/o <i>qaedista<\/i>. Non \u00e8 dunque un caso che da anni le forze di sicurezza dell\u2019Oman controllino il poroso confine occidentale del paese, soprattutto a seguito della caduta di Ali Abdullah Saleh a Sana\u2019a.<\/p>\n<p>Dando credito alle previsioni economiche, la tenuta sociale del paese sembra, nel medio periodo, garantita: ed \u00e8 una buona notizia per gli Stati Uniti, firmatari di un accordo di difesa dal 1980. Muscat, base logistica per la Nato in Afghanistan, \u00e8 inoltre un ponte di dialogo con Teheran: Oman e Iran hanno siglato un patto di sicurezza nel 2010. <\/p>\n<p>Nonostante la disponibilit\u00e0 di risorse economiche funzionali ad assorbire il malcontento, il sultano non pu\u00f2 per\u00f2 sottovalutare i cambiamenti profondi in atto e le nuove aspirazioni della societ\u00e0 omanita.<\/p>\n<p>.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Lo scorso dicembre si sono svolte le prime elezioni municipali nella storia del sultanato (affluenza del 50%). I 192 membri del Consiglio municipale dell\u2019Oman &#8211; fra cui quattro donne &#8211; non dispongono di poteri esecutivi ma avranno il compito di formulare proposte relative al miglioramento dei servizi locali. 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