{"id":23780,"date":"2013-07-26T00:00:00","date_gmt":"2013-07-25T22:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/la-fratellanza-musulmana-dopo-morsi\/"},"modified":"2017-11-03T15:26:38","modified_gmt":"2017-11-03T14:26:38","slug":"la-fratellanza-musulmana-dopo-morsi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2013\/07\/la-fratellanza-musulmana-dopo-morsi\/","title":{"rendered":"La Fratellanza musulmana dopo Morsi"},"content":{"rendered":"<p>Dopo la destituzione per mano militare del presidente islamista Mohammed Morsi, l\u2019esercito ha chiesto agli egiziani di scendere in strada per mostrare il sostegno al loro intervento. Il 24 luglio, il capo delle forze armate Abdel Fattah al Sissi ha invitato i suoi sostenitori a manifestare nelle piazze del paese contro quella che ha definito \u201cla minaccia terroristica\u201d islamista. Questo appello \u00e8 suonato come un campanello di allarme per i sostenitori di Morsi, che hanno deciso di marciare contro quella che ritengono una \u201cdichiarazione di guerra civile\u201d. <\/p>\n<p>La destituzione di Mursi ha infatti esasperato la polarizzazione egiziana, arrivando a dividere i governi e le opinioni pubbliche di Medio Oriente e Nord Africa. Nel giugno 2012, allo stesso modo, l\u2019elezione democratica del primo capo di stato islamista dell\u2019Egitto aveva gi\u00e0 polarizzato i giudizi politici regionali lungo l\u2019asse entusiasmo\/preoccupazione. <\/p>\n<p>Il carattere transnazionale del movimento della Fratellanza musulmana (di cui il partito Libert\u00e0 e Giustizia di Morsi \u00e8 espressione) amplifica i riflessi regionali del \u201cgolpe popolare\u201d; ci\u00f2 si unisce alla deludente performance di governo degli <i>Ikhwan<\/i> (i Fratelli) musulmani locali, specie nella gestione della profonda crisi economico e sociale che affligge il paese. In ogni nazione araba, i fatti egiziani del 2013 si sono cos\u00ec intrecciati con le dinamiche politiche interne: \u00e8 dunque interessante provare ad analizzare l\u2019impatto del \u201ccaso Morsi\u201d su alcuni scenari nazionali, in chiave comparata. <\/p>\n<p><b>Egitto<\/b><br \/>All\u2019interno dei Fratellanza egiziana qualcosa sta mutando. Una nuova corrente giovanile contro la violenza rivendica maggior spazio dentro la Confraternita, chiedendo le dimissioni della leadership del movimento &#8211; a cominciare dalla guida spirituale Mohamed Badie &#8211; e l\u2019elezione di dirigenti giovani, che rigettino l\u2019uso politico della violenza. Il gruppo, che sta raccogliendo firme nella moschea-simbolo delle manifestazioni pro-Morsi, Rabaa el-Adawiya (distretto di Nasr City), minaccia di appellarsi ai vertici internazionali degli <i>Ikhwan<\/i> in Turchia, affinch\u00e9 depongano gli attuali capi. <\/p>\n<p>Una richiesta che pare per\u00f2 superata dalla notizia che la procura generale egiziana ha emanato un ordine d\u2019arresto per Badie e altri otto esponenti politici del movimento. Da un punto di vista regionale, la rimozione del presidente Morsi rappresenta comunque una sconfitta cocente per l\u2019Islam politico e le sue ambizioni di governo; una <i>d\u00e9b\u00e2cle<\/i> che potrebbe per\u00f2 contribuire al rafforzamento di formazioni islamiste ancora pi\u00f9 radicali, come quelle appartenenti al variegato universo salafita.<\/p>\n<p><b>Marocco<\/b><br \/>La crisi di governo marocchina si \u00e8 aperta lo scorso maggio, quando il secondo partito della coalizione, i nazionalisti di <i>Istiqlal<\/i>, ha ritirato il proprio appoggio all\u2019esecutivo guidato da Abdelilah Benkirane del Partito della giustizia e dello sviluppo (<i>Parti de la Justice et du D\u00e9veloppement<\/i> &#8211; Pjd), vicino alla Fratellanza. <\/p>\n<p>Una settimana dopo la rimozione di Morsi, i toni dello scontro si sono per\u00f2 infiammati: cinque dei sei ministri del partito di centro-destra si sono dimessi dal governo e il segretario dell\u2019Istiqlal, Hamid Chabat, ha dichiarato di desiderare \u201cla fine di Benkirane, cos\u00ec com\u2019\u00e8 stato per il Fratello Morsi\u201d. <\/p>\n<p>Il <i>casus belli<\/i> va anche qui ricercato nella politica economica, ovvero nell\u2019impopolare progetto del Pjd, osteggiato dal secondo partner della coalizione, di tagliare del 20% i sussidi statali sui beni di prima necessit\u00e0. L\u2019obiettivo \u00e8 ridurre il deficit di bilancio dal 7% al 3% entro il 2017, come promesso al Fondo monetario internazionale in cambio dell\u2019erogazione di prestiti. <\/p>\n<p>La storia del Pjd \u00e8 per\u00f2 assai diversa da quella dei Fratelli egiziani: il partito marocchino non ha vissuto la clandestinit\u00e0 e sembra aver imparato a muoversi all\u2019interno del<i> makhzen<\/i>, il potente sistema politico-relazionale che dal palazzo del re, Mohamed VI, raggiunge e condiziona i principali gangli della societ\u00e0 marocchina. <\/p>\n<p>Il premier Benkirane gode, inoltre, di elevati livelli di popolarit\u00e0, come confermano sia i sondaggi sia le recenti elezioni locali (Marrakesh, Tangeri, Fez). La destituzione di Morsi, giudicata un colpo di stato dal Pjd ma accettata di buon grado dal monarca marocchino, si sta trasformando agli occhi dell\u2019Istiqlal e delle formazioni di opposizione filo-monarchiche in un ulteriore argomento contro gli islamisti, accusati di aver finora governato per se stessi piuttosto che per la nazione. <\/p>\n<p>Mentre un rimpasto di governo sembra l\u2019opzione pi\u00f9 probabile, Mohamed VI (l\u2019unico che per costituzione pu\u00f2 rendere effettive le dimissioni dei ministri) osserva in silenzio il dibattito, che ha assunto aspri toni populisti. Da sempre scarsamente politicizzati, i marocchini potrebbero tornare a votare, alle prossime elezioni, i partiti pi\u00f9 vicini, nonch\u00e9 graditi, al Palazzo, in nome della stabilit\u00e0 politica. <\/p>\n<p>Nel frattempo, il movimento <i>Tamarrod<\/i> (ribellione), che s\u2019ispira all\u2019omonimo egiziano, ha convocato una manifestazione per il 17 agosto. Il gruppo &#8211; animato da militanti di sinistra, sindacalisti e giovani attivisti &#8211; chiede una nuova costituzione che assicuri una piena separazione dei poteri e si \u00e8 gi\u00e0 attirato numerose critiche, sia dal Pjd che dal Movimento 20 febbraio, la coalizione giovanile che, seguendo il vento delle primavere arabe, nel 2011 scese in strada per chiedere  una riforma della costituzione marocchina. <\/p>\n<p><b>Giordania<\/b><br \/>Il 20 luglio, Re Abdullah \u00e8 il primo capo di stato a compiere una visita ufficiale dal neo-presidente egiziano Mansour: l\u2019<i>Islamic Action Front<\/i> (Iaf), appartenente alla rete della Fratellanza, ha immediatamente tuonato contro le felicitazioni della monarchia, accusandola di appoggiare un golpe e di opporsi al volere del popolo del Cairo. <\/p>\n<p>Dopo mesi di proteste altalenanti ma insidiose, capeggiate proprio dal gruppo islamista, \u00e8 assai probabile che, di fronte alla destituzione di Morsi, il sovrano <i>hashemita<\/i> &#8211; gi\u00e0 preoccupato dal massiccio afflusso di profughi siriani &#8211; abbia tirato un sospiro di sollievo. E ci\u00f2 nonostante i Fratelli giordani abbiano sempre riconosciuto la legittimit\u00e0 del sistema monarchico. <\/p>\n<p>L\u2019indebolimento del segmento pi\u00f9 organizzato dell\u2019opposizione pu\u00f2 infatti consentire a re Abdullah di recuperare parte dell\u2019influenza politica perduta, soprattutto nei confronti dei transgiordani, storici alleati del regime, ora inquieti di fronte alle urgenze socio-economiche e alle blande riforme messe in atto dal sovrano. <\/p>\n<p>In pi\u00f9, lo Iaf, dove coabitano un\u2019ala intransigente e una favorevole alla partecipazione alla contesa elettorale, \u00e8 fuori dal parlamento, avendo boicottato le elezioni politiche dello scorso gennaio in polemica con la legge elettorale vigente: non \u00e8 dunque possibile, come avvenuto in passato, che si creino alleanze parlamentari con i partiti della sinistra per contrastare i provvedimenti appoggiati dalla monarchia. <\/p>\n<p><b>Yemen<\/b><br \/>Tutto ci\u00f2 che avviene al Cairo accade poi a Sana\u2019a, recita un tradizionale adagio yemenita. Di certo, la destituzione del presidente egiziano ha diviso il <i>General People\u2019s Congress<\/i> (Gpc) e <i>Islah<\/i>, ovvero i pilastri dell\u2019esecutivo di transizione. Se <i>Islah<\/i>, ombrello politico sia della Fratellanza locale che dei salafiti, ha condannato il colpo di stato portando i suoi manifestanti a protestare sotto l\u2019ambasciata d\u2019Egitto nella capitale, il Gpc (ancora presieduto dall\u2019ex capo di stato Ali Abdullah Saleh) si \u00e8 invece rallegrato con la decisione assunta dal generale Abdel Fattah al-Sisi.<\/p>\n<p>Le divergenze sul \u201ccaso Morsi\u201d si intrecciano con il cammino gi\u00e0 travagliato del Dialogo nazionale: la competizione fra i due partiti si riflette sulle istituzioni (il Gpc controlla politicamente il ministero della difesa, Islah quello degli interni) mentre l\u2019arruolamento nelle Forze armate segue preoccupanti criteri clanico-tribali piuttosto che professionali.<\/p>\n<p>Solo poche settimane fa, Mohamed Morsi e lo <i>shaikh<\/i> Hamid al-Ahmar, alla guida dell\u2019Islah, si erano incontrati; ora, un movimento ispirato ai Tamarrod egiziani \u00e8 stato fondato nella citt\u00e0 di Ibb, a nord dell\u2019inquieta Taizz, gi\u00e0 epicentro della sollevazione anti-regime del 2011. Ancora una volta, la politica yemenita partecipa e si ispira al divenire dell\u2019Egitto.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Dopo la destituzione per mano militare del presidente islamista Mohammed Morsi, l\u2019esercito ha chiesto agli egiziani di scendere in strada per mostrare il sostegno al loro intervento. 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