{"id":24290,"date":"2013-10-08T00:00:00","date_gmt":"2013-10-07T22:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/multilaterale-e-italia-crisi-al-quadrato\/"},"modified":"2017-11-03T15:26:22","modified_gmt":"2017-11-03T14:26:22","slug":"multilaterale-e-italia-crisi-al-quadrato","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2013\/10\/multilaterale-e-italia-crisi-al-quadrato\/","title":{"rendered":"Multilaterale e Italia, crisi al quadrato"},"content":{"rendered":"<p>A partire dalla disintegrazione dell\u2019Unione Sovietica nel dicembre 1991, gli equilibri di potenza a livello globale avevano evidentemente, e necessariamente, registrato una radicale modifica.<\/p>\n<p>Il passaggio da un assetto bipolare (contestato debolmente e spesso velleitariamente dal Movimento dei non allineati, da Nasser a Nehru passando per Tito) ad un assetto sostanzialmente unipolare si attuava sia sul terreno dei rapporti bilaterali che ai vari livelli di aggregazione multilaterale, regionale (ad esempio la Nato) ovvero globale (le Nazioni Unite).<\/p>\n<p>L\u2019allargamento della Nato e la sua proiezione \u201cout of area\u201d &#8211; \u201cout of area or out of business\u201d era infatti la pragmatica dottrina coniata dalla met\u00e0 degli anni \u201990 &#8211; si manifestavano cos\u00ec  nella crisi kosovara del 1998-99 e nella campagna afgana, dove tuttavia l\u2019operazione Isaf si affiancava soltanto in un secondo momento a quella statunitense \u201cEnduring freedom\u201d per l\u2019allergia di Washington nei confronti dei vischiosi meccanismi di un comando congiunto.<\/p>\n<p><b>Geometrie alternative<\/b><br \/>La guerra irachena del 2003 faceva tuttavia registrare una pesante battuta d\u2019arresto e una frattura all\u2019interno della Nato e fra i suoi stessi membri  europei (la \u201cnuova\u201d e la \u201cvecchia\u201d Europa nella caustica battuta di Donald Rumsfeld).<\/p>\n<p>Nella transizione dalle \u201cBush wars\u201d, con i loro pesanti strascichi da Kabul a Bagdad, alla confusione dell\u2019era di Barack Obama, il ruolo strumentale della Nato si riproponeva nel 2011 in Libia, in verit\u00e0 sulla scia dell\u2019attivismo francese e britannico &#8211; umiliato a Suez nel 1956 da Dwight Eisenhower &#8211; che nelle settimane scorse si \u00e8 nuovamente manifestato nella crisi siriana.<\/p>\n<p>L\u2019agitata \u201csupplenza\u201d di Parigi (e Londra) alle esitazioni di Washington meriterebbe una trattazione a parte: in questa sede basti ricordare che gli interessi sia concreti che storici di Parigi nel Nord Africa e nel Levante siro-libanese trovano la loro \u201crappresentazione\u201d nell\u2019inesauribile serbatoio di  valori \u201cuniversali\u201d e nelle loro declinazioni  (ingerenza umanitaria, diritto di protezione). <\/p>\n<p>L\u2019evocazione dei valori universali conduce direttamente alla debolezza sistemica delle Nazioni Unite. In <i>Scontro di civilt\u00e0<\/i>, Samuel Huntington ammoniva magistralmente che \u201cquello che per l\u2019Occidente \u00e8 universalismo dagli altri \u00e8 percepito come imperialismo\u201d.<\/p>\n<p>L\u2019illusione unipolare di Bill Clinton e George W. Bush aveva condotto all\u2019aggiramento dei veti russo e cinese nel Consiglio di sicurezza, Cds, attraverso le coalizioni di volenterosi nei casi del Kosovo 1999, dell\u2019Iraq 2003 e della Libia 2011, anche attraverso interpretazioni unilaterali e distorte di precedenti risoluzioni interlocutorie e procedurali dello stesso Cds che sostituivano le nozioni di legalit\u00e0 e sovranit\u00e0 con quella di una imprecisata \u201clegittimit\u00e0\u201d.<\/p>\n<p>In parallelo alle pragmatiche coalizioni di volenterosi veniva esplorata, da Madeleine Albright prima e da Condoleezza Rice poi, l\u2019ipotesi di una comunit\u00e0 di democrazie alternativa alle Nazioni Unite ed ai meccanismi di voto (e di veto) in seno al Cds.<\/p>\n<p>Su queste operazioni grava, da circa 25 anni, il teorema del superamento dei Trattati di Westfalia del 1648 e del loro assioma <i>cuius regio, eius religio<\/i> ossia un processo di affiancamento al diritto internazionale positivo, pattizio e consuetudinario, centrato sulla sovranit\u00e0 degli Stati, del diritto naturale e dei suoi valori, in se lodevoli ma purtroppo opachi, la cui credibilit\u00e0 \u00e8 inficiata da un doppi standard evidenti.<\/p>\n<p>Basti pensare al rapporto tra l\u2019infausta Primavera Araba e le petromonarchie del Golfo, ovvero tra queste ultime e le radici lontane della crisi afghana e di quella irachena a partire dall\u2019inizio degli anni \u201880 nello scontro tra l\u2019Occidente e, rispettivamente, l\u2019Unione Sovietica e l\u2019Iran khomeinista.<\/p>\n<p><b>Russia alla ribalta<\/b><br \/>Dal 1991 ad oggi, il doppio passaggio da un assetto bipolare al miraggio unipolare e da quest\u2019ultimo ad un multipolarismo alquanto improvvisato (oltre ai franco-britannici si segnalano in particolare Turchia, Iran, Arabia Saudita, Qatar) ha riportato alla ribalta l\u2019ex superpotenza uscita sconfitto dalla Guerra Fredda. <\/p>\n<p>Dopo il 1991 Mosca ha dovuto infatti incassare una serie di rovesci, dal Kosovo all\u2019Iraq, alla Libia. Pur condividendo con Washington gli obiettivi della lotta al terrorismo di matrice islamica e del contrasto alla proliferazione delle armi di distruzione di massa, i russi sono convinti che le iniziative militari dell\u2019Occidente e dei suoi alleati nella regione nascondano, dietro lo schermo umanitario, esigenze ed obiettivi strategici sia pur confusi e contraddittori.<\/p>\n<p>Mosca \u00e8 pertanto uscita dall\u2019angolo in cui la sconfitta nella Guerra Fredda l\u2019aveva relegata e con il suo recente tentativo di recupero bipolare a Ginevra ha al tempo stesso offerto a Obama un sia pur stretto sentiero politico-diplomatico sul quale lavorare bilateralmente cos\u00ec come a New York.<\/p>\n<p><b>Europa<\/b><br \/>Circa l\u2019Europa si \u00e8 detto: le evidenti asimmetrie risalgono al 1945 ed all\u2019architettura del Cds, con i suoi due membri permanenti europei e i corollari del loro status nucleare e della loro capacit\u00e0 di proiezione convenzionale a vocazione post-coloniale. <\/p>\n<p>La Politica estera e di sicurezza comune, Pesc, e la Politica europea di sicurezza e difesa, Pesd, sono praticamente sterilizzate ed il tentativo italiano di rivitalizzare nel 2002 a New York ed a Bruxelles il sia pur timido articolo 19 del Trattato di Amsterdam \u00e8 archiviato anche per effetto del pesante scontro tra Parigi e Londra in CdS sulla vicenda irachena. <\/p>\n<p>La freddezza della Germania \u00e8 evidente e reiterata: dopo la partecipazione alla campagna kosovara nel 1999 e all\u2019 Isaf in Afghanistan (unico caso con l\u2019avallo unanime del Cds), Berlino ha mantenuto una linea di disimpegno sull\u2019Iraq nel 2003, la Libia nel 2011, la Siria oggi, attivandosi invece nella ricerca di una soluzione politica alla crisi del nucleare iraniano attraverso la partecipazione al 5+1. <\/p>\n<p>Questi atteggiamenti hanno condotto la Germania verso un affiancamento, oggettivo e certamente non dichiarato, alle posizioni di Mosca, con la quale peraltro non sono mancati spunti polemici sui temi per i quali la sensibilit\u00e0 geopolitica di Berlino \u00e8 pi\u00f9 acuta, dalla Georgia alla Bielorussia fino ai diritti politici nella stessa Russia.<\/p>\n<p>Sfumato il miraggio del seggio permanente al Cds, per la riluttanza \u201cconservatrice\u201d di Stati Uniti e Cina a modificare lo <i>status quo<\/i>, la Germania si \u00e8 limitata ad incassare il sostegno interessato di Parigi e Londra, evidentemente attente ad assorbire le pressioni dei paesi emergenti (India e Brasile) e del Giappone per una revisione degli anacronistici assetti del 1945 che premiano gli ex Imperi coloniali europei.<\/p>\n<p>E l\u2019Italia? Prigioniera della propria posizione \u201cfisica\u201d ad alto valore strategico nel bacino mediterraneo, Roma ha visto sfumare sistematicamente le proprie autonome ambizioni geopolitiche: nei decenni \u201970 ed \u201980 a causa dei condizionamenti della Guerra Fredda, in quelli successivi per effetto della crisi istituzionale, politica e culturale che la attanaglia.<\/p>\n<p>Il classico tentativo di armonizzare vocazione atlantica, costruzione europea ed interessi nazionali non ha funzionato per le carenze del processo integrativo europeo: anzi l\u2019astuzia dell\u2019esportazione delle responsabilit\u00e0 monetarie e finanziarie verso l\u2019Europa rischia di trasformarsi nel boomerang del declino economico e della irrilevanza politica. <\/p>\n<p>\u00c8 evidente la necessit\u00e0 di un vigoroso processo di ridefinizione delle priorit\u00e0 per evitare che l\u2019Italia torni ad essere quella \u201cespressione geografica\u201d della provocatoria definizione di Metternich.<\/p>\n<p>.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>A partire dalla disintegrazione dell\u2019Unione Sovietica nel dicembre 1991, gli equilibri di potenza a livello globale avevano evidentemente, e necessariamente, registrato una radicale modifica. 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