{"id":24810,"date":"2013-12-12T00:00:00","date_gmt":"2013-12-11T23:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/tiro-alla-fune-tra-italia-e-ue-sulla-politica-fiscale\/"},"modified":"2017-11-03T15:26:03","modified_gmt":"2017-11-03T14:26:03","slug":"tiro-alla-fune-tra-italia-e-ue-sulla-politica-fiscale","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2013\/12\/tiro-alla-fune-tra-italia-e-ue-sulla-politica-fiscale\/","title":{"rendered":"Tiro alla fune  tra Italia e Ue sulla politica fiscale"},"content":{"rendered":"<p>L\u2019Italia si trova in una sorta di terra di nessuno per quanto riguarda la politica fiscale. La procedura per eccesso di disavanzo avviata nel 2009 dalla Commissione europea \u00e8 stata abrogata nel giugno del 2013 dopo che la correzione messa in atto dall\u2019Italia \u00e8 stata giudicata duratura, anche a seguito di previsioni di discesa del deficit sotto &#8211; ma sempre pericolosamente vicino &#8211; la soglia del 3%.<\/p>\n<p>D\u2019altra parte, il rapporto debito\/Pil \u00e8 destinato ad aumentare ancora, superando il 130%. Gli impegni siglati nel quadro del fiscal compact richiedono per\u00f2 una riduzione regolare.<\/p>\n<p><b>Europa scettica<\/b><br \/>\n\u00c8 per questa ragione che in novembre la Commissione aveva espresso un parere \u2018non positivo\u2019 sul documento programmatico di bilancio per il 2014. La Commissione continua a essere \u2018scettica\u2019 (come ha detto il commissario Olli Rehn in un\u2019intervista recente) sulla capacit\u00e0 del paese di ridurre il debito.<\/p>\n<p>Il governo italiano, dal canto suo, considera invece la Commissione troppo severa nel suo giudizio, accusandola di non tenere nel debito conto la delicata fase ciclica del paese e della traiettoria in calo del deficit, con un avanzo primario dell\u2019ordine del 3% del Pil, uno dei pi\u00f9 alti in Europa.<\/p>\n<p>\u00c8 chiaro che la riduzione del debito \u00e8 un processo difficile, ma le nuove regole contenute nel Patto di stabilit\u00e0 si basano sul cos\u00ec detto deficit strutturale che tiene conto della recessione. In questo contesto, invocare la difficile congiuntura come condizione per l\u2019eccezione alla regola \u00e8 un argomento poco convincente.<\/p>\n<p>Secondo i conti della Commissione, l\u2019Italia ha gi\u00e0 adesso un bilancio strutturale quasi in equilibrio, il che pone Roma in una posizione di forza. Ma se la stima attuale dell\u2019output gap &#8211; la differenza tra prodotto interno lordo effettivo e potenziale &#8211; su cui si basa il calcolo del disavanzo strutturale, dovesse essere aggiustata, questo potrebbe non corrispondere alla realt\u00e0.<\/p>\n<p><b>Stime al ribasso<\/b><br \/>\nIl passato ci insegna che quando un calo della crescita, che all\u2019inizio era considerato ciclico, permane e poi si rivela strutturale, le stime sono sistematicamente riviste al ribasso. Le ultime previsioni non fanno eccezione: l\u2019output gap stimato per il 2014 \u00e8 sceso da -2.9 (stimato nell\u2019 autunno 2012) a -3.7. In tali circostanze il margine di manovra dell\u2019Italia per l\u2019anno prossimo si riduce notevolmente.<\/p>\n<p>Inoltre, sarebbe sbagliato confondere qualche risultato positivo sul fronte dei conti pubblici con una sostenibilit\u00e0 del debito a lungo termine.<\/p>\n<p>La traiettoria del debito italiano punta ora al 140% del Pil. Solo ipotesi particolarmente ottimiste sul tasso di crescita e avanzi primari ancora pi\u00f9 larghi di quelli correnti possono assicurare una riduzione del debito, senza ulteriori manovre. Il processo di assorbimento dello stock di debito esistente attraverso avanzi primari \u00e8 un processo lento e lungo.<\/p>\n<p><b>Piano privatizzazioni<\/b><br \/>\nIl piano di privatizzazioni attualmente al vaglio del governo rischia di essere solo uno specchietto per allodole. Le privatizzazioni porterebbero un aumento delle entrate una tantum e non scioglierebbero il nodo della spesa eccessiva. Non rappresentano quindi una soluzione strutturale.<\/p>\n<p>Inoltre, si corre ora il serio rischio di svendere. In un mercato depresso, il Tesoro rischia di incassare molto meno di quello che viene stimato come il valore di mercato.<\/p>\n<p>Un altro problema cruciale &#8211; non considerato &#8211; \u00e8 che la vendita priverebbe per sempre il Tesoro degli introiti che rendono i beni da privatizzare. Per esempio, le partecipazioni nelle aziende quotate come Enel ed Eni generano un rendimento in termini di dividendi.<\/p>\n<p>Questo rendimento \u00e8 ora vicino al 5%, pi\u00f9 alto del costo del debito. In queste condizioni una privatizzazione non ha senso economicamente: non \u00e8 nell\u2019interesse dello stato italiano vendere attivit\u00e0 che rendono il 5% per ripagare debito che costa il 4%. Lo stesso ragionamento vale per gli altri beni sulla lista delle potenziali privatizzazioni.<\/p>\n<p><b>Stesso copione<\/b><br \/>\nIl problema di fondo dell\u2019Italia \u00e8 che l\u2019esperienza degli anni dopo l\u2019introduzione dell\u2019euro sembra seguire sempre lo stesso copione: il paese si trova sistematicamente vicino ai limiti imposti dall\u2019Europa e ogni governo cerca di guadagnare tempo sostenendo che aggiustamenti troppo forti mettono in pericolo un\u2019economia fragile, mentre pi\u00f9 investimenti pubblici permetterebbero di generare crescita su basi pi\u00f9 solide.<\/p>\n<p>Il risultato \u00e8 sempre lo stesso. Il rilassamento delle regole di disciplina fiscale e i tanti piani per l\u2019aumento degli investimenti pubblici non hanno risolto il problema della bassa crescita e del debito pubblico. La Commissione ha quindi ragione di essere \u2018scettica\u2019 e di pensare che anche questa volta il risultato non sarebbe diverso.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>L\u2019Italia si trova in una sorta di terra di nessuno per quanto riguarda la politica fiscale. 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