{"id":25130,"date":"2014-01-22T00:00:00","date_gmt":"2014-01-21T23:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/obama-alle-prese-con-la-matassa-yemenita\/"},"modified":"2017-11-03T15:25:54","modified_gmt":"2017-11-03T14:25:54","slug":"obama-alle-prese-con-la-matassa-yemenita","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2014\/01\/obama-alle-prese-con-la-matassa-yemenita\/","title":{"rendered":"Obama alle prese con la matassa yemenita"},"content":{"rendered":"<p>L\u2019accordo sulla riforma federale dello stato e la tregua formale fra gli huthi (i dissidenti sciiti del nord) e i salafiti sono due eventi che restituiscono speranza alla transizione yemenita. I nodi istituzionali da sciogliere sono per\u00f2 ancora troppi. <\/p>\n<p>Crescono gli attentati terroristici e la tensione settaria. Dopo l\u2019attacco di dicembre al ministero della difesa, costato 56 morti, gli Stati Uniti sono sempre pi\u00f9 incerti sulla strategia da adottare per districare la \u2018matassa Yemen\u2019.<\/p>\n<p><b>Stato unitario ma federale<\/b><br \/>Secondo il documento approvato all\u2019unanimit\u00e0 dal Dialogo nazionale, lo Yemen rimarr\u00e0 uno stato unitario, ma composto da regioni semi-autonome. Sar\u00e0 la commissione ad hoc guidata dal presidente Abd Rabbuh Mansu Hadi a stabilire se le regioni saranno cinque o sette e a decidere i reali assetti di potere fra centro e periferia. <\/p>\n<p>I rappresentanti meridionali otterrebbero il 50% dei posti nei nuovi organi legislativi, esecutivi, giudiziari e nelle Forze armate. L\u2019ipotesi non piace per\u00f2 alle \u00e9lite settentrionali, da sempre dominanti, per forza demografica e potere economico.<\/p>\n<p>Prima del voto, la bozza di riforma ha spaccato internamente i \u201cpesi massimi\u201d della politica yemenita, il Congresso popolare generale (Cpg) dell\u2019ex presidente Ali Abdallah Saleh e il partito islamista Islah. <\/p>\n<p>L\u2019ala del Cpg che fa capo al cerchio di Saleh, ancora maggioritaria, ha rifiutato tale compromesso, dichiarando che avrebbe frantumato lo Yemen, posizione condivisa dal potente <i>shaikh <\/i>salafita Al-Zindani, esponente di Islah. Il presidente Hadi (gi\u00e0 vice di Saleh) lo ha invece sostenuto da subito, nei giorni in cui sit-in giovanili chiedono le dimissioni del governo di transizione. <\/p>\n<p>Politicamente, lo scontro fra la vecchia oligarchia (Cpg e Islah, due facce della stessa moneta di regime) e le forze anti-sistema \u00e8 apertissimo. Queste ultime non stanno partecipando alla gestione del potere (Ansarullah, il partito degli huthi e il movimento autonomista meridionale Al-Hiraak) e sono divise fra chi dialoga con il governo e chi incita alla secessione, anche armata. <\/p>\n<p><b>Centro e periferia<\/b><br \/>Dopo quattro mesi di guerriglia, gli huthi e i salafiti hanno raggiunto l\u2019ennesima tregua nel governatorato nord di Saada; le violenze proseguono per\u00f2 nell\u2019area di Amran. La polarizzazione regionale fra sciismo e sunnismo ha peggiorato una disputa che inizi\u00f2, nel 2004, per ragioni territoriali: gli huthi sono oggi sospettati di ricevere armi e denaro dall\u2019Iran e dagli Hezbollah libanesi, mentre i salafiti (appoggiati da miliziani tribali e di Islah) contano sul sostegno materiale della confinante Arabia Saudita. <\/p>\n<p>Gli omicidi di due partecipanti huthi al Dialogo, Abdul Karim Jebdan e Ahmad Sharaf Al-Deen, freddati a Sana\u2019a fra novembre e gennaio,  segnalano che odio settario e violenza politica si stanno pericolosamente intrecciando.<\/p>\n<p>La spirale di attentati avvolge pure il sud: l\u2019uccisione del popolare shaikh hadrami (dalla regione dell\u2019Hadramaut) Saad bin Habrih, avvenuta a un checkpoint in circostanze confuse, sta poi riaccendendo le aspirazioni autonomiste dell\u2019Hadramaut, cuore della produzione petrolifera. Nella citt\u00e0 di Aden, in migliaia hanno manifestato per l\u2019indipendenza.<\/p>\n<p><b>Danni energetici<\/b><br \/>Non si fermano i sabotaggi alle infrastrutture energetiche del paese, dietro cui non si cela solo Al Qaeda nella penisola arabica. Gli attacchi ai gasdotti sono ormai uno strumento di lotta politica: il ministro del petrolio stima che nel biennio 2011-2013 siano costati 3,5 miliardi di euro di rendita statale, indebolendo le istituzioni centrali. <\/p>\n<p>In un quadro cos\u00ec insicuro, gli investimenti diretti all\u2019estero e le esplorazioni di nuovi campi petroliferi sono fermi. Solo l\u2019Arabia Saudita insiste per trivellare lungo il poroso confine con il governatorato di Al-Jawf (proprio dove i salafiti stanno contrastando l\u2019espansione huthi).<\/p>\n<p><b>Stati Uniti e droni<\/b><br \/>Il parlamento yemenita ha approvato una mozione, non vincolante, che chiede lo stop degli attacchi statunitensi dal cielo. Nella citt\u00e0 centrale di Rada l\u2019errore di un drone \u00e8 costato la vita a una quindicina di civili, diretti a un matrimonio, scatenando l\u2019ennesima fiammata di proteste anti-americane. <\/p>\n<p>L\u2019aumento degli attacchi sul territorio (con droni e missili cruise) non indebolisce le cellule jihadiste e\/o qaediste che continuano a reclutare proseliti, accentuando odi inter-confessionali storicamente blandi nel paese. <\/p>\n<p>Nel 2013, le operazioni aeree statunitensi sullo Yemen sono diminuite rispetto al 2012, anno record: esse costituiscono per\u00f2 il fulcro della strategia targata Barack Obama. \u00c8 stato proprio il presidente Nobel per la pace, assai pi\u00f9 del predecessore George Bush, ad accelerare sul \u2018metodo-droni\u2019, lasciando ampi margini di manovra alla Cia. A differenza del Pentagono, questa pu\u00f2 agire senza l\u2019autorizzazione del governo yemenita, una tattica ricalibrata (a favore del ministero della difesa) solo dalla scorsa estate. <\/p>\n<p>In attesa delle elezioni presidenziali, previste nel 2014, lo Yemen \u00e8 uno dei molti rompicapo mediorientali di Obama.<\/p>\n<p>.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>L\u2019accordo sulla riforma federale dello stato e la tregua formale fra gli huthi (i dissidenti sciiti del nord) e i salafiti sono due eventi che restituiscono speranza alla transizione yemenita. I nodi istituzionali da sciogliere sono per\u00f2 ancora troppi. Crescono gli attentati terroristici e la tensione settaria. 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