{"id":26370,"date":"2014-05-13T00:00:00","date_gmt":"2014-05-12T22:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/se-litalia-uscisse-dalleuro\/"},"modified":"2017-11-03T15:24:43","modified_gmt":"2017-11-03T14:24:43","slug":"se-litalia-uscisse-dalleuro","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2014\/05\/se-litalia-uscisse-dalleuro\/","title":{"rendered":"Se l\u2019Italia uscisse dall\u2019euro"},"content":{"rendered":"<p><i><font size=\"1\">Questo articolo continua la discussione sull&#8217;ipotesi di uscire dall&#8217;euro<\/font><\/i>.<\/p>\n<p>Secondo alcune forze politiche, l\u2019Italia dovrebbe uscire dall\u2019euro per affrontare pi\u00f9 efficacemente le difficolt\u00e0 economiche con cui si confronta. Questa opzione non \u00e8 possibile in base al Trattato sull\u2019Unione europea; \u00e8 prevista (art. 50) invece la possibilit\u00e0 di recedere dall\u2019Ue e quindi di uscire da tutte le sue politiche, incluso l\u2019euro.<\/p>\n<p><b>Critiche all\u2019euro<\/b><br \/>Le critiche all\u2019euro sono essenzialmente di due ordini: la rigidit\u00e0 del cambio &#8211; che penalizzerebbe le esportazioni italiane &#8211; e la disciplina di bilancio &#8211; che impone politiche di austerit\u00e0 ritenute da queste forze politiche pregiudizievoli per la crescita economica. <\/p>\n<p>Il ritorno alla moneta nazionale porterebbe sui mercati finanziari a un\u2019immediata svalutazione rispetto  al precedente tasso di cambio tra vecchie lire e euro. Questo \u00e8 d\u2019altra parte l\u2019effetto che i critici della moneta unica dicono di ricercare per compensare la minore competitivit\u00e0 dei prodotti nazionali sui mercati esteri. <\/p>\n<p>I prodotti italiani diventerebbero meno cari per l\u2019importatore estero e quelli esteri pi\u00f9 cari per l\u2019importatore italiano: le esportazioni verrebbero incoraggiate e le importazioni scoraggiate. Tenuto conto che l\u2019economia italiana \u00e8 una economia di trasformazione e che Roma importa buona parte dei prodotti agricoli che consuma e la quasi totalit\u00e0 delle materie prime e  dell\u2019energia che impiega, la convenienza immediata dell\u2019operazione \u00e8 quanto meno dubbia. Chiari invece gli effetti negativi a pi\u00f9 lungo termine.<\/p>\n<p><b>Spirale di svalutazione\/inflazione <\/b><br \/>Ormai \u00e8 dimostrato che la scarsa competitivit\u00e0 dei prodotti italiani dipende da fattori strutturali (mancato adeguamento del sistema Paese alla  piena concorrenza indotta in Europa dalla realizzazione del mercato unico a partire dalla fine degli anni \u201880 e ora nel mondo dalla globalizzazione) e non congiunturali. <\/p>\n<p>Se l\u2019Italia continuasse a non correggere le debolezze strutturali del proprio sistema economico, alla prima svalutazione ne seguirebbero delle altre in una serie tendenzialmente infinita: l\u2019inflazione importata con l\u2019aumento del costo delle materie prime necessarie alle nostre produzioni annullerebbe rapidamente il vantaggio competitivo raggiunto con la prima svalutazione, producendo una spirale di svalutazione\/inflazione\/svalutazione. <\/p>\n<p>L\u2019esperienza italiana delle svalutazioni competitive degli anni \u201970, prima dell\u2019ingresso nel Sistema monetario europeo, quando la stabilizzazione del cambio blocc\u00f2 la spirale perversa svalutazione\/inflazione, ha dimostrato che questa tesi \u00e8 corretta. Tra l\u2019altro allora abbiamo appreso che il tempo in cui si annulla il vantaggio competitivo della svalutazione \u00e8 molto breve: non pi\u00f9 di sei mesi. Nel frattempo salari e pensioni non aumentano  cos\u00ec rapidamente come l\u2019inflazione: il costo dell\u2019 aggiustamento viene interamente sopportato dai percettori di redditi fissi. <\/p>\n<p>A questi svantaggi si aggiungerebbero certamente gli ostacoli non tariffari (e anche tariffari ) che i nostri competitori, soprattutto europei, non mancherebbero di opporre all\u2019ingresso dei prodotti italiani sui loro mercati per contrastare le nostre svalutazioni competitive. L\u2019effetto complessivo di queste misure e contromisure sarebbe un progressivo isolamento commerciale del nostro Paese. Basta andare indietro di non moltissimi anni per ricordare i contenziosi con la Francia sul vino e i prodotti tessili, contenziosi che non si sono tradotti in vere guerre commerciali grazie all\u2019intervento della Commissione europea. <\/p>\n<p><b>Parametri di Maastricht <\/b><br \/>Della drammatica situazione economica del nostro Paese \u00e8 responsabile soprattutto la politica della spesa facile degli anni \u201970 e \u201980, quando l\u2019indebitamento pass\u00f2 dal 40% del 1970 al 58% del 1980 e poi al 106% del 1992, momento in cui l\u2019Italia accett\u00f2 responsabilmente la disciplina di bilancio prevista dal Trattato di Maastricht.<\/p>\n<p>I limiti massimi del 3% del rapporto debito\/Pil e del 60% del rapporto indebitamento totale\/Pil furono ritenuti allora sostenibili nel tempo dai negoziatori del Trattato  e resi vincolanti in quel testo per mettere al riparo le economie di tutti i Paesi membri della zona euro da shock esterni che, colpendo un membro che fosse fuori regola e quindi sospettato dai mercati di non essere in grado di ripagare il debito contratto, si sarebbero ripercossi anche sugli altri Paesi. <\/p>\n<p>L\u2019esperienza degli ultimi anni ha dimostrato che quel principio era corretto: la zona euro \u00e8 entrata in crisi perch\u00e9 i cosiddetti \u201cparametri di Maastricht\u201c non sono stati rispettati da diversi Paesi; la crisi si \u00e8 propagata rapidamente dalla Grecia, che era il Paese pi\u00f9 fragile, anche agli altri stati maggiormente indebitati o poco competitivi. <\/p>\n<p><b>Rischio default<\/b><br \/>L\u2019aumento della spesa pubblica \u00e8 invocata per finanziare la riduzione delle imposte, il potenziamento della protezione sociale, il miglioramento dell\u2019educazione, l\u2019ammodernamento delle infrastrutture. Si tratta di misure certamente molto utili per rimettere in moto l\u2019economia; e anche fattibili in un Paese poco indebitato. <\/p>\n<p>Questo non \u00e8 purtroppo il caso dell\u2019Italia. Ai livelli attuali dell\u2019indebitamento pubblico italiano, l\u2019aumento del deficit e la conseguente perdita di fiducia dei mercati nella solvibilit\u00e0 dell\u2019Italia, accompagnati per di pi\u00f9 dall\u2019abbandono dell\u2019euro, produrrebbero un immediato rialzo dei tassi di interesse sui titoli in scadenza. <\/p>\n<p>Il costo crescente del nostro debito diverrebbe presto insopportabile per il Tesoro italiano e porterebbe alla necessit\u00e0 di dichiarare il default, come ha fatto l\u2019Argentina: Paese che non \u00e8 pi\u00f9 uscito, dopo l\u2019abbandono del cambio fisso col dollaro e la dichiarazione di default nel 2001, dalla spirale svalutazione\/inflazione e non \u00e8 pi\u00f9 rientrato nel mercato internazionale dei capitali. <\/p>\n<p>Chi chiede l\u2019uscita dell\u2019Italia dall\u2019euro propone il ritorno alla politica delle svalutazioni competitive degli anni \u201970 e a quella della spesa facile degli anni \u201970 e \u201980. Non \u00e8 questa la bacchetta magica per uscire dalla crisi. Purtroppo non esistono scorciatoie: l\u2019unica strada \u00e8 quella delle riforme che l\u2019Ue e l\u2019Ocse ci sollecitano da oltre vent\u2019anni.<\/p>\n<p>.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Questo articolo continua la discussione sull&#8217;ipotesi di uscire dall&#8217;euro. Secondo alcune forze politiche, l\u2019Italia dovrebbe uscire dall\u2019euro per affrontare pi\u00f9 efficacemente le difficolt\u00e0 economiche con cui si confronta. 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