{"id":27270,"date":"2014-07-08T00:00:00","date_gmt":"2014-07-07T22:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/obama-deve-scegliere-una-strategia-efficace\/"},"modified":"2017-11-03T15:24:25","modified_gmt":"2017-11-03T14:24:25","slug":"obama-deve-scegliere-una-strategia-efficace","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2014\/07\/obama-deve-scegliere-una-strategia-efficace\/","title":{"rendered":"Obama deve scegliere una strategia efficace"},"content":{"rendered":"<p>La reazione misurata alla caduta di Mossul e delle altre citt\u00e0 irachene, annunciata dalla Amministrazione Obama, \u00e8 &#8211; <i>prima facie<\/i> &#8211; saggia; ma l&#8217;applicazione concreta appare tuttora vaga, e l&#8217;efficacia quanto meno dubbia.<\/p>\n<p>In Iraq ci si \u00e8 lasciati cogliere di sorpresa dalle conquiste territoriali dell&#8217;Isil, dal suo successo nell&#8217;assicurarsi l&#8217;appoggio della parte pi\u00f9 combattiva degli ex-baathisti, e dalla inefficienza, codardia e corruzione dell&#8217;esercito addestrato dagli americani.<\/p>\n<p>A questo punto \u00e8 comprensibile, anzi condivisibile, la riluttanza a spedire per la terza volta in un quarto di secolo truppe di terra in Mesopotamia, a caricarsi di un nuovo Afghanistan. Ma nessuno pu\u00f2 illudersi che qualche centinaio di istruttori e <i>special units <\/i>basti per rovesciare le sorti del conflitto.<\/p>\n<p><b>Verso una tripartizione ad alto rischio<\/b><br \/>Nella migliore delle ipotesi (ma l&#8217;ottimismo pu\u00f2 essere il criterio-guida per una strategia in un settore assolutamente vitale?) potranno, con l&#8217;aiuto di droni e forse operazioni aeree tradizionali, bloccare l&#8217;avanzata dell&#8217;Isil verso la Giordania, mentre la mobilitazione di milizie popolari sciite potr\u00e0 impedire la conquista di Baghdad, o almeno dei quartieri sciiti della capitale, e del Sud del Paese, e i curdi manterranno il controllo dei pozzi petroliferi del Nord.<\/p>\n<p>Si delineerebbe cos\u00ec quello scenario di tripartizione dell&#8217;Iraq, cui secondo il <i>New York Times<\/i> Washington potrebbe rassegnarsi, e che anzi fu proposta nel 2006 dal vicepresidente Usa, Joe Biden, come una soluzione: uno scenario forse tollerabile dal punto di vista del controllo delle risorse petrolifere, ma inaccettabile (oltre che per i prevedibili strascichi di pulizie etniche) per la sicurezza dell&#8217;Occidente e, ancor pi\u00f9, dei suoi alleati regionali.<\/p>\n<p>La creazione di una roccaforte<i> jihadista<\/i> con un vasto territorio a propria disposizione costituisce un grave pericolo per il mondo intero; ha giustificato gli interventi in Afghanistan nel 2001 e pi\u00f9 recentemente in Mali, e richieder\u00e0 forse nuovi interventi nella regione Sahara-Sahel. Ma nel caso dell&#8217;Iraq la minaccia \u00e8 amplificata dall&#8217;entit\u00e0 demografica della popolazione arabo-sunnita e dall&#8217;ambizione dell&#8217;Isil di estendersi alla Siria e a tutto il Levante.<\/p>\n<p><b>Ma il <i>rollback<\/i> richiede alleati<\/b><br \/>Perci\u00f2 una politica di <i>containment<\/i> non sarebbe adeguata: occorre pensare al <i>rollback<\/i>, per quanto arduo possa apparire. Premesso che Washington non intende, giustamente, mettere &#8220;<i>boots on the ground<\/i>&#8220;, e che al-Maliki non compir\u00e0 il miracolo di una riconquista del Nordovest, previo varo di una generosa politica di riconciliazione verso i sunniti, rimane solo la carta iraniana.<\/p>\n<p>Forse di fronte alla avanzata<i> jihadista <\/i>verso Baghdad coloro che negli anni scorsi criticavano l&#8217;eccessiva polarizzazione sul pericolo emanante dal programma nucleare iraniano e prospettavano, inascoltati, la necessit\u00e0 di preparare la strada ad una <i>partnership<\/i> strategica con Teheran per stabilizzare sia l&#8217;Afghanistan che Iraq e Siria troveranno in futuro maggiore ascolto. <\/p>\n<p>Certo, non \u00e8 pensabile un&#8217;intesa esplicita. Se l&#8217;Iran muover\u00e0 militarmente contro l&#8217;Isil sar\u00e0 <i>motu proprio<\/i>, non su richiesta americana. Ma l&#8217;importante \u00e8 che sforzi di fatto convergenti vengano compiuti.<\/p>\n<p>Per la Siria vale un discorso analogo: il consolidamento di una zona controllata dai jihadisti, ora allargata oltre le frontiere, nel territorio iracheno, costituisce un pericolo insostenibile per la regione e per l&#8217;Occidente. <\/p>\n<p>Questa situazione \u00e8 frutto di scelte politiche miopi fatte da Washington e dai suoi <i>proxies<\/i>. Aver consentito a Arabia Saudita, Qatar e Turchia di destabilizzare il regime di Assad con l&#8217;invio di armi e denaro ai <i>qaidisti<\/i> \u00e8 stato un errore pi\u00f9 grave che quelli di aver smantellato amministrazione ed esercito baathisti dopo la deposizione di Saddam e di aver poi permesso a al-Maliki di &#8220;antagonizzare&#8221; i sunniti spingendoli nelle braccia dell&#8217;Isil.<\/p>\n<p><b>Urgono scelte strategiche<\/b><br \/>\u00c8 dunque ineludibile un serio sforzo per rimediare a questa situazione. Situazione inaccettabile per la sicurezza dell&#8217;Occidente, ma anche, non dimentichiamolo, per la quotidiana tragedia di milioni di civili sotto le bombe, sfollati, rifugiati in paesi limitrofi. Si impongono scelte politiche e strategiche coraggiose.<\/p>\n<p>\u00c8 evidentemente difficile immaginare un&#8217;improvvisa inversione di rotta, un&#8217;alleanza col dittatore che nel corso del conflitto si \u00e8 macchiato di orrendi crimini contro la popolazione civile (non diversamente dai suoi avversari fondamentalisti). <\/p>\n<p>Eppure varrebbe la pena di studiare la possibilit\u00e0 di segnalare a Damasco che il nostro nemico \u00e8 la guerra civile stessa, non quel governo; che verr\u00e0 rigorosamente arrestato il flusso di volontari, armi e finanziamenti di cui si alimenta quella guerra; che (in cambio) ci si attende dal Presidente Assad una generosa offerta di riconciliazione, con una prospettiva di democratizzazione. <\/p>\n<p>Ci\u00f2 richiederebbe una buona dose di diplomazia segreta, attraverso quei partner potenziali che sono, piaccia o non piaccia, Mosca e Teheran.<\/p>\n<p>La mossa iniziale di Obama non sembra andare in questa direzione: armare e addestrare elementi &#8220;selezionati&#8221; della ribellione anti-Assad. A prescindere dal fatto che tali elementi affidabili non sono identificati, questa linea si \u00e8 gi\u00e0 rivelata illusoria dal 2011 in poi: sia perch\u00e9 la demarcazione \u00e8 sfuggente, sia perch\u00e9 gli aiuti alimentano comunque la guerra civile e rafforzano in definitiva il radicalismo sunnita; e infine perch\u00e9 i destinatari dell&#8217;assistenza Usa vengono automaticamente screditati agli occhi degli islamisti.<\/p>\n<p>Resta solo da augurarsi che, dietro lo schermo di questo passo <i>politically correct<\/i> ma inefficace, i consiglieri di Obama stiano studiando approcci pi\u00f9 innovativi, in grado di affrontare di petto, senza accontentarsi di palliativi, il gravissimo pericolo costituito dal consolidarsi di un primo, consistente nucleo del Califfato, con chiare ambizioni di espansione e di <i>jihad <\/i>globale.<\/p>\n<p>.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La reazione misurata alla caduta di Mossul e delle altre citt\u00e0 irachene, annunciata dalla Amministrazione Obama, \u00e8 &#8211; prima facie &#8211; saggia; ma l&#8217;applicazione concreta appare tuttora vaga, e l&#8217;efficacia quanto meno dubbia. 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