{"id":27820,"date":"2014-08-25T00:00:00","date_gmt":"2014-08-24T22:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/lincerto-pendolo-tra-guerra-e-contro-terrorismo\/"},"modified":"2017-11-03T15:23:07","modified_gmt":"2017-11-03T14:23:07","slug":"lincerto-pendolo-tra-guerra-e-contro-terrorismo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2014\/08\/lincerto-pendolo-tra-guerra-e-contro-terrorismo\/","title":{"rendered":"L\u2019incerto pendolo tra guerra e contro-terrorismo"},"content":{"rendered":"<p>L\u2019esecuzione del giornalista americano James Foley sta producendo una svolta nell\u2019approccio americano alla vasta e ramificata crisi in Medio Oriente. Si ha notizia infatti di primi attacchi americani in Siria alle forze delloi Stato Islamico (IS), in aggiunta alle operazioni con le forze curde gi\u00e0 in corso nell\u2019alto Iraq.<\/p>\n<p>In una delle sue ultime conferenze stampa, al Pentagono, il segretario alla Difesa, Chuck Hagel, ha definito l\u2019IS una minaccia di lungo termine, citando possibili attentati terroristici sul suolo occidentale. Ha aggiunto il generale Martin Dempsey, capo di stato maggiore delle forze americane, che le caratteristiche del gruppo implicano, se lo si vuole debellare, non delle semplici operazioni di polizia ma la necessit\u00e0 di \u201csconfiggerlo\u201d, e ci\u00f2 &#8211; ha detto &#8211; non pu\u00f2 essere fatto senza attaccarlo anche in Siria.<\/p>\n<p><b>Tra contro-terrorismo e guerra<\/b><br \/>L\u2019ipotesi pi\u00f9 probabile \u00e8 che la svolta sar\u00e0 nell\u2019entit\u00e0 dell\u2019operazione di contro-terrorismo gi\u00e0 in corso in Iraq, in linea con la strategia enunciata da Barack Obama a West Point il 28 maggio scorso, e senza cambiare i presupposti della sua reazione agli accadimenti in Iraq: nessun intervento di truppe di terra americane e un cambio di passo nella politica irachena, dal settarismo di Nouri al-Maliki ad un governo di unit\u00e0 nazionale, quale premessa imprescindibile per la sconfitta dell\u2019IS. <\/p>\n<p>Tuttavia, pressioni e pulsioni sono all\u2019opera negli Stati Uniti e in Europa perch\u00e9 si vada in qualche modo oltre una, sia pur accresciuta, operazione di contro-terrorismo, con un intervento militare pi\u00f9 largo e strutturato. Ma ci\u00f2 assomiglia pi\u00f9 a un cedimento di nervi che ad un\u2019appropriata analisi della situazione complessiva nella regione e di ci\u00f2 che essa sensatamente permette.<\/p>\n<p>Innanzitutto, molti analisti segnalano i limiti delle capacit\u00e0 militari dell\u2019IS, sottolineando che le sue folgoranti vittorie sono dovute pi\u00f9 all\u2019estrema debolezza politica dei suoi avversari siriani e iracheni che alla sua forza militare.<\/p>\n<p>In Siria, l\u2019IS ha potuto allargarsi nell\u2019est del paese, poich\u00e9 lo scontro centrale si svolge nell\u2019ovest e nel nord, dove il governo di Damasco \u00e8 costretto a concentrare le sue forze perch\u00e9 \u00e8 l\u00ec che si risolver\u00e0 &#8211; semmai sar\u00e0 possibile &#8211; lo scontro. <\/p>\n<p>Per ragioni analoghe, le forze delle opposizioni, islamiste e nazionaliste, impegnate contro Assad hanno solo marginalmente impegnato l\u2019IS nell\u2019est della Siria, senza contare poi le ambiguit\u00e0 che intercorrono fra i vari gruppi islamisti, salafiti e jihadisti, spesso guidati da fattori locali e circostanziali, con alleanze e scontri che vengono e vanno. <\/p>\n<p><b>Un fenomeno soprattutto iracheno<\/b><br \/>Come ha convincentemente argomentato Yezid Sayigh, del <i>Carnegie Endowment for International Peace<\/i>, l\u2019IS viene dall\u2019Iraq e resta socialmente radicato nell\u2019ambiente radicale sunnita di questo paese dove \u00e8 nato e dove, non a caso, \u00e8 tornato facendo leva, per il suo successo, esattamente su questo radicamento e sulla miopia della guida sciita imposta al paese da al-Maliki.<\/p>\n<p>La forza dell\u2019IS in un Iraq malato di settarismo non esiste necessariamente altrove, come \u00e8 stato dimostrato nella recente battaglia di Arsal, cittadina al confine fra il Libano e la Siria, dove l\u2019esercito libanese ha respinto con successo l\u2019offensiva scatenata dall\u2019IS e da Jabath al Nusra, tatticamente alleati per vendicarsi dell\u2019uccisione di un loro leader. <\/p>\n<p>D\u2019altra parte, i curdi, politicamente coesi, stanno rispondendo con grande efficacia all\u2019aggressione dell\u2019IS. Se la Giordania fosse anch\u2019essa aggredita (come da molte parti si teme o si spera), la risposta sarebbe anche pi\u00f9 efficace (e non mancherebbe l\u2019appoggio americano).<\/p>\n<p>Fondamentalmente resta valida, perci\u00f2, l\u2019intuizione di fondo di Obama per cui sono le condizioni politiche in Iraq a dover essere cambiate affinch\u00e9 sia possibile iniziare a edificare un efficace contrasto militare alle barbare prodezze di Stato Islamico.<\/p>\n<p><b>Ostacoli interni ed esteri<\/b><br \/>Occorre per\u00f2 riconoscere che le condizioni politiche sono quanto mai impervie, in Iraq e nella regione. Sar\u00e0 sufficiente il passaggio da al-Maliki ad Haidar al-Abadi? Quest\u2019ultimo ha di fronte a s\u00e9 un compito davvero arduo sul fronte sunnita, ma anche su quello curdo. I curdi non permetteranno che una ritrovata solidariet\u00e0 nazionale fra sciiti e sunniti si realizzi a scapito dei loro progetti pi\u00f9 o meno indipendentisti o autonomisti. <\/p>\n<p>In quanto a ricostituire una qualche coesione fra sunniti e sciiti, si \u00e8 subito visto quanto ci\u00f2 sia problematico con l\u2019attacco di del 22 agosto scorso alla moschea di un villaggio vicino Baquba, in cui miliziani sciiti avrebbero trucidato una settantina di fedeli sunniti. <\/p>\n<p>L\u2019animosit\u00e0 fra le due comunit\u00e0, acuita dalla politica di al-Maliki e dalla guerra civile del 2006-2007, \u00e8 un fatto reale che si presta a facili strumentalizzazioni da parte di chi intendere minare la coesione nazionale che al-Abadi \u00e8 stato chiamato a creare cos\u00ec come a facili provocazioni da parte dello stesso IS. Subito, due deputati sunniti hanno abbandonato i negoziati.<\/p>\n<p>Il disegno di ricostituzione di una solidariet\u00e0 politica irachena \u00e8 ostacolato dalle condizioni conflittuali che prevalgono nella regione. \u00c8 una prospettiva che non va a genio a Riyadh e alla coalizione \u201csunnita\u201d che i sauditi hanno costituito a partire dal 2011 contro l\u2019Iran e gli sciiti. La coalizione \u201csunnita\u201d capeggiata e &#8211; dov\u2019\u00e8 il caso &#8211; foraggiata da Riyadh combatte su due fronti: quello anti-iraniano e anti-sciita, e quello contro i Fratelli Mussulmani. <\/p>\n<p>In Siria i due fronti si sposano e le due coalizioni fanno il pieno da entrambe le parti (tutti i nemici degli sciiti, da una parte, e tutti gli sciiti &#8211; l\u2019Iran, Hizbollah, gli iracheni &#8211; dall\u2019altra; come pure i nemici dei Fratelli, compreso l\u2019Egitto, da un lato, e tutti i loro sostenitori, principalmente Turchia e Qatar, dall\u2019altro). <\/p>\n<p>In questa situazione di conflitti plurimi e trasversali \u00e8 difficile perseguire qualsiasi progetto politico basato su una solidariet\u00e0 regionale. Qualsiasi mossa ha un rovescio: anche le azioni di contro-terrorismo eventualmente iniziate dagli Usa in Siria, si prestano all\u2019obiezione che potrebbero essere (o saranno) viste come un accordo con Bashar al-Assad. Ci\u00f2 rende molto improbabili significative e impegnative iniziative militari a sostegno dell\u2019uno o dell\u2019altro. Si spiegano cos\u00ec le esitazioni di Obama a superare la soglia del contro-terrorismo.<\/p>\n<p><b>La voglia di \u201cfare qualcosa\u201d<\/b><br \/>Tuttavia, prevale in Occidente, assieme ad un\u2019inquietudine un po\u2019 paranoide, una consistente insoddisfazione verso queste esitazioni e il senso che occorra intervenire, fare insomma qualcosa. Cos\u00ec, Sergio Romano, dalle colonne del <i>Corriere della Sera<\/i>, suggerisce un intervento multinazionale in Iraq nel quadro Onu, simile a quello che Bush padre organizz\u00f2 per respingere l\u2019invasione saddamita del Kuwait. <\/p>\n<p>Il presidente Fran\u00e7ois Hollande ha annunciato che la Francia proporr\u00e0 una conferenza internazionale sull\u2019Iraq. Roberto Toscano, su <i>La Stampa<\/i>, prefigura un\u2019azione euro-americana per convincere Riyadh a cambiare registro e costituire cos\u00ec un\u2019alleanza politica contro i nuovi e pi\u00f9 pericolosi jihadisti di Stato Islamico da cui possa poi discendere un\u2019adeguata azione militare.<\/p>\n<p>Ma perch\u00e9 iniziative del genere abbiano una qualche speranza di fattibilit\u00e0 sarebbe necessaria una qualche compattezza politica dei paesi del Medio Oriente e l\u2019adesione della Russia. Entrambe queste condizioni sono pi\u00f9 parte del problema che della sua soluzione: come abbiamo fuggevolmente ricordato, non esiste nessuna compattezza in Medio Oriente, non solo fra Iran e Arabia Saudita con i relativi accoliti, ma neppure (forse soprattutto) fra i sunniti. <\/p>\n<p>A combattere l\u2019IS in Iraq ci sarebbe disponibilit\u00e0 da parte iraniana, forse del Qatar, ma non certamente da parte saudita. La coalizione anti-Saddam del 1990-91 fru\u00ec di una estesa solidariet\u00e0 araba e del consenso della Russia.<\/p>\n<p>Ma la Russia non \u00e8 pi\u00f9 quella del 1990-91 (e neppure quella delle guerre nei Balcani): errori da parte russa e occidentale hanno fatto s\u00ec che ci sia contrapposizione laddove, specialmente nel caso dell\u2019islamismo, poteva esserci convergenza. <\/p>\n<p>In realt\u00e0, per il carattere intrinsecamente contraddittorio della scena mediorientale odierna e le impervie condizioni internazionali, non \u00e8 facile concepire una strategia complessiva verso la regione ed \u00e8 sicuramente sbagliato immaginare interventi militari di grande scala o grandi alleanze politiche senza avere alle spalle quella stessa strategia.<\/p>\n<p>Che fare? Per ora, occorre tenere i nervi a posto e sostenere la dottrina di Obama: contro-terrorismo, appoggi politico-militari laddove \u00e8 possibile e pressioni diplomatiche affinch\u00e9 si rafforzino quei pochi paesi, come l\u2019Iraq, che (a differenza del regime siriano) hanno un qualche orizzonte democratico. <\/p>\n<p>Nel pi\u00f9 lungo termine vanno ricostituite le condizioni politico-diplomatiche perch\u00e9 venga meno la paralisi attuale: sar\u00e0 opportuno ritrovare un rapporto funzionale dell\u2019Occidente con la Russia e revisionare le alleanze in Medio Oriente premiando l\u2019aggregazione nazionale su quella settaria e la modernizzazione democratica sull\u2019autoritarismo. <\/p>\n<p>Prospettive molto lontane, ma bisogna cominciare, convincendosi una volta per tutte che il \u201cfardello\u201d dell\u2019Occidente \u00e8 un\u2019idea morta per sempre.<\/p>\n<p>. <\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>L\u2019esecuzione del giornalista americano James Foley sta producendo una svolta nell\u2019approccio americano alla vasta e ramificata crisi in Medio Oriente. 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