{"id":28030,"date":"2014-09-12T00:00:00","date_gmt":"2014-09-11T22:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/litalia-potrebbe-anche-dire-no-qualche-volta\/"},"modified":"2017-11-03T15:23:00","modified_gmt":"2017-11-03T14:23:00","slug":"litalia-potrebbe-anche-dire-no-qualche-volta","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2014\/09\/litalia-potrebbe-anche-dire-no-qualche-volta\/","title":{"rendered":"L\u2019Italia potrebbe anche dire no, qualche volta"},"content":{"rendered":"<p>Commentando le conclusioni del  vertice della Nato, alcuni notano che, per l&#8217;Italia, sarebbe forse bene concentrare attenzione e risorse su problemi di suo reale interesse, come la Libia, anzich\u00e9 disperderli a pioggia sull&#8217;intero ventaglio delle crisi.<\/p>\n<p>Sul <i>Corriere della Sera<\/i>, Francesco Battistini si meraviglia del fatto che il nostro paese si sia impegnato a lasciare ben ottocento soldati in Afghanistan, con compiti di addestramento, nel periodo successivo alla conclusione ufficiale della operazione Nato-Isaf, e dopo che molti dei principali protagonisti, primi fra tutti gli Usa, avranno definitivamente chiuso quella avventura.<\/p>\n<p>Battistini definisce il nostro impegno in Afghanistan \u201cgenerosit\u00e0\u201d senza contropartite&#8221;, ricorda il pesante costo della operazione in vite italiane (pi\u00f9 di cinquanta morti!) e pone un interrogativo estremamente delicato: ne \u00e8 valsa la pena?<\/p>\n<p><b>Abbiamo giocato la carta militare<\/b><br \/>Per molte ragioni, in un periodo di crisi economica e di eclissi politica del nostro paese, le Forze Armate erano rimaste pi\u00f9 o meno l&#8217;unico gettone valido che l&#8217;Italia poteva spendere con onore sui tavoli della politica internazionale. Negli ultimi trenta anni noi abbiamo quasi sempre risposto s\u00ec a tutte le richieste di partecipare a forze di <i>peace-keeping<\/i> o a <i>coalitions of the willing <\/i>che ci sono state rivolte. <\/p>\n<p>Il processo \u00e8 iniziato con le due operazioni in Libano dell&#8217;inizio degli anni Ottanta,\u00e8 proseguito con lo sminamento degli sbocchi del Canale di Suez e con la prima di quelle operazioni nel Golfo Persico che sono poi cresciute di importanza negli anni successivi, ed ha continuato in crescendo sino a portarci oggi ad essere &#8220;fra i maggiori contributori di truppe per le necessit\u00e0 delle Organizzazioni Internazionali&#8221;.<\/p>\n<p>Una frase che a prima vista suona come un riconoscimento positivo, e che certamente lo \u00e8 per tutti i militari che in questi trenta e passa anni di impegno hanno lavorato all&#8217;estero con silenziosa efficienza contribuendo a ricostruire una immagine dell&#8217;Italia che altri avvenimenti ed altri protagonisti si accanivano invece a tentar di distruggere.<\/p>\n<p>Un bilancio serio della nostra partecipazione alle avventure militari &#8220;oltralpe ed oltremare&#8221; non \u00e8 per\u00f2 mai stato fatto. Allorch\u00e9 se ne parla le risposte restano sempre molto vaghe. <\/p>\n<p>Siamo andati per solidariet\u00e0, perch\u00e9 non potevamo lasciare soli i nostri alleati, perch\u00e9 c&#8217;erano violazioni intollerabili dei diritti umani, perch\u00e9 l\u2019incendio nel campo del vicino avrebbe potuto estendersi, perch\u00e9 il rifornimento di energia doveva essere garantito, perch\u00e9 altrimenti non avremmo partecipato alla spartizione della torta della ricostruzione, perch\u00e9 non si poteva lasciare un paese nel medio evo alla vigilia del XXI secolo, perch\u00e9 ce lo imponevano i trattati, perch\u00e9 ci eravamo gi\u00e0 impegnati in altra sede e via di questo passo. <\/p>\n<p>Una serie di affermazioni abbastanza generiche, tali da a giustificare anche le scelte pi\u00f9 assurde.<\/p>\n<p><b>Sono stati commessi errori<\/b><br \/>Un esempio: la scelta di partecipare alla guerra del Kosovo, con cui abbiamo ribaltato una politica che era stata valida per cento anni ed aveva visto Italia e Francia alleate alla Serbia nello sforzo di fermare all&#8217;altezza della Croazia la penetrazione della influenza tedesca nei Balcani.<\/p>\n<p>Come risultato finale di quel conflitto ora l&#8217;influenza tedesca si estende sino alla Turchia e noi siamo tra quelli che pi\u00f9 hanno pagato e pi\u00f9 stanno ancora pagando (quante truppe italiane rimangono oggi nei Balcani?) per questa estensione. <\/p>\n<p>Oppure la scelta di associarci alla guerra contro Gheddafi, dimenticando trattati internazionali firmati poco tempo prima, rifiutando di vedere come il Colonnello (pur con tutti i suoi imperdonabili peccati di dittatore) fosse ormai divenuto un elemento di stabilit\u00e0 per il Maghreb e il Sahel. <\/p>\n<p>Queste scelte sono state effettuate senza avere una visione complessiva dei problemi. Una dimostrazione di come, in questo settore, l\u2019Italia stia pagando l&#8217;assenza di quel National Security Council di cui, purtroppo senza alcun risultato, \u00e8 stata pi\u00f9 volte richiesta la costituzione. \u00c8 giunto per\u00f2 il momento in cui si impone anche in questo settore una seria &#8220;spending review &#8220;.<\/p>\n<p><b>Costi pi\u00f9 che benefici?<\/b><br \/>Le missioni all&#8217;estero costano care, non solo in termini di sangue, ma anche in termini economici. Un documento serio a riguardo non \u00e8 mai stato pubblicato. Esiste la documentazione ufficiale che viene presentata al Parlamento in occasione del voto per il finanziamento delle missioni, che copre una parte della realt\u00e0. <\/p>\n<p>Manca per\u00f2 la parte che riguarda il logoramento di uomini e mezzi nonch\u00e9 il calcolo di altre spese indirette. C&#8217;\u00e8 la naturale tendenza a minimizzare i totali nella paura che il budget non venga approvato. <\/p>\n<p>Altrettanto assente \u00e8 la valutazione di quanto abbiamo, o non abbiamo, guadagnato dalle missioni. Pochissimo certo in campo economico, poich\u00e9 non abbiamo mai pienamente partecipato ad una supposta spartizione della \u201ctorta della ricostruzione\u201d (a fronte di altri alleati pi\u00f9 forti e preparati). <\/p>\n<p>Dal punto di vista politico il bilancio \u00e8 pi\u00f9 complesso, anche se a volte abbiamo dovuto ricorrere addirittura alle maniere dure per farci riconoscere quanto ci spettava. Per entrare nel &#8220;Gruppo di contatto&#8221; per la Jugoslavia Susanna Agnelli, allora ministro degli Esteri, dovette minacciare di interdire al rischieramento della flotta aerea Nato il nostro territorio nazionale. <\/p>\n<p>Nel complesso per\u00f2 un bilancio serio risulterebbe probabilmente in pari, anche se evidenzierebbe impietosamente come alcune delle operazioni siano state ad essere ottimisti superflue e pesino quindi sui conti soltanto dal lato delle uscite.<\/p>\n<p>Infine il bilancio militare, positivo come gi\u00e0 detto per molti aspetti, ha evidenziato i soldati italiani come i migliori <i>peace-keepers<\/i> del mondo. Per partecipare alle operazioni oltremare le nostre Forze Armate hanno per\u00f2 dovuto dimenticare tutto il resto, penalizzando le spese di addestramento ed esercizio. In sostanza, questi impegni stanno da troppo tempo drenando le risorse disponibili, a scapito degli altri settori di interesse.<\/p>\n<p> Si pu\u00f2 continuare cos\u00ec? \u00c8 arrivato il momento di domandarsi se valga la pena continuare come si \u00e8 fatto sino ad ora, rispondendo prontamente si ad ogni richiesta e mantenendosi pronti a partire per difendere interessi spesso soltanto o principalmente altrui anche su fronti lontani e per noi trascurabili.<\/p>\n<p> O se non sia invece arrivato il momento di fare scelte precise, di chiederci chi siamo e cosa vogliamo. E di decidere di conseguenza avendo la dignit\u00e0 ed il coraggio di rispondere di no ogniqualvolta ci\u00f2 si riveli necessario.<\/p>\n<p>. <\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Commentando le conclusioni del vertice della Nato, alcuni notano che, per l&#8217;Italia, sarebbe forse bene concentrare attenzione e risorse su problemi di suo reale interesse, come la Libia, anzich\u00e9 disperderli a pioggia sull&#8217;intero ventaglio delle crisi. 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