{"id":28870,"date":"2014-11-27T00:00:00","date_gmt":"2014-11-26T23:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/il-vicolo-cieco-della-crisi-economica\/"},"modified":"2017-11-03T15:22:34","modified_gmt":"2017-11-03T14:22:34","slug":"il-vicolo-cieco-della-crisi-economica","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2014\/11\/il-vicolo-cieco-della-crisi-economica\/","title":{"rendered":"Il vicolo cieco della crisi economica"},"content":{"rendered":"<p>A ogni passaggio istituzionale dell\u2019attuale crisi le misure di rigore finanziario sono accompagnate da quelle per lo sviluppo dell\u2019economia e dell\u2019occupazione, fino a evocare nei pi\u00f9 recenti Consigli europei la \u2018formula magica\u2019 di \u201cun consolidamento fiscale favorevole alla crescita\u201d (\u201c<i>growth-friendly fiscal consolidation<\/i>\u201d).<\/p>\n<p><b>Legittimazione asimmetrica <\/b><br \/>A essere in discussione sono i faticosi equilibri raggiunti a Maastricht nel 1992. Mentre il governo della moneta \u00e8 <i>centralizzato <\/i>nelle mani di un\u2019istituzione indipendente &#8211; la Banca centrale europea (Bce), la cui stella polare \u00e8 il controllo dell\u2019inflazione (art. 119 Tfue) &#8211; le politiche economiche sono <i>decentralizzate<\/i> in capo ai singoli Stati membri, seppure coordinate all\u2019interno delle istituzioni intergovernative (art. 121 Tfue). <\/p>\n<p>Per rimediare a questa legittimazione asimmetrica della politica economica rispetto alla politica monetaria sono stati codificati dei vincoli alla politica fiscale per orientare il processo di bilancio degli Stati membri. <\/p>\n<p>Vincoli fiscali che, ad ogni successiva tappa della crisi, sono stati resi pi\u00f9 cogenti, fino a giungere con il Fiscal compact nel marzo 2012 a prevedere l\u2019obbligo per gli Stati membri di codificare il principio del pareggio di bilancio con norme \u201cpreferibilmente\u201d di rango costituzionale (art. 3, comma 2).<\/p>\n<p><b>Austerit\u00e0 espansiva<\/b><br \/>L\u2019insediamento della nuova Commissione europea, presieduta da Jean-Claude <a href= \" https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/articolo.asp?ID=2843\" target= \"blank\"><b><u> Juncker<\/u><\/b><\/a>, frutto di un accordo bipartisan tra Partito popolare europeo e Partito socialista europeo, ha suscitato le attese di un deciso cambio di passo, nel senso di ri-orientare la politica economica in direzione della crescita (si pensi all\u2019annunciato piano di 300 miliardi di euro con cui finanziare grandi progetti infrastrutturali comuni). <\/p>\n<p>\u00c8, tuttavia, difficile immaginare che muti significativamente la filosofia di fondo della strategia Ue. Per un verso, la stabilit\u00e0 monetaria (dei prezzi) e fiscale (dei bilanci) continua ad essere la \u201cnorma fondamentale\u201d dell\u2019Unione, come ancora di recente ha sottolineato polemicamente il Tribunale costituzionale federale tedesco nell\u2019ordinanza che ha contestato la legittimit\u00e0 del programma relativo alle \u201c<i>outright monetary transaction<\/i>\u201d della Bce (ordinanza del 14 gennaio <a href= \"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/articolo.asp?ID=2560\" target= \"blank\"><b><u> 2014<\/u><\/b><\/a>). <\/p>\n<p>Per altro verso, nessuno ha ancora seriamente messo in discussione la ricetta di Bruxelles e Francoforte all\u2019insegna dell\u2019\u201causterit\u00e0 espansiva\u201d. Una ricetta che predica il rigore dei conti e, allo stesso tempo, aspira a promuovere la crescita tramite le \u201c<i>riforme strutturali<\/i>\u201d: una consistente riduzione della spesa pubblica e una flessibilizzazione del mercato del lavoro che dovrebbero facilitare la creazione di nuova occupazione.<\/p>\n<p><b>Circolo vizioso? <\/b><br \/>Pi\u00f9 che in una nuova fase di crescita, i paesi dell\u2019Unione sembrano, tuttavia, essere entrati in una nuova fase della crisi. I provvedimenti finora adottati hanno ampliato il solco fra i paesi del nord Europa che non hanno intaccato il cuore delle proprie istituzioni di welfare e i paesi del sud Europa che sembrano, invece, assistere impotenti a una progressiva erosione delle conquiste sociali del passato, una strisciante deindustrializzazione.<\/p>\n<p>Quest\u2019ultimi rischiano di cadere in un vero e proprio circolo vizioso. A fronte, infatti, degli effetti recessivi determinati dalle politiche di austerit\u00e0, essi sono indotti, nel tentativo di aumentare la competitiva internazionale del proprio sistema produttivo, ad adottare sempre pi\u00f9 drastiche riforme strutturali. <\/p>\n<p>Nella speranza che il calo della domanda interna venga compensato da un aumento della domanda esterna. Una concorrenza al ribasso tra gli ordinamenti europei rischia tuttavia di produrre effetti contrari a quelli auspicati. <\/p>\n<p>\u201cAll\u2019interno di una zona monetaria unica avere politiche concorrenziali non coordinate \u2013 ha osservato di recente Jean-Paul Fitoussi &#8211; \u00e8 come avere un elefante in un negozio di porcellane\u201d (<i>Il teorema del lampione. O come mettere fine alla sofferenza sociale<\/i>, Einaudi, 2013).<\/p>\n<p><b>Exit strategies?<\/b><br \/>Quali sono le possibili soluzioni? In primo luogo, sarebbe necessario che gli Stati in surplus incentivino la loro domanda interna, in maniera tale da sostenere le esportazioni degli Stati in deficit e stimolare una ripresa di tutta l\u2019Eurozona. <\/p>\n<p>Ed \u00e8 proprio quanto \u00e8 stato proposto dalla Commissione europea, nel quadro della procedura per la prevenzione e la correzione degli \u201csquilibri macroeconomici\u201d (disciplinata dai regolamenti Ue nn. 1174 e 1176 del 2011), che ha chiesto a diversi paesi (tra cui la Germania) di ridurre i propri avanzi commerciali. <\/p>\n<p>In secondo luogo, si potrebbe consentire agli Stati europei pi\u00f9 fragili (tra cui il nostro) uno sforamento temporaneo dei vincoli del Patto di stabilit\u00e0, nella misura necessaria a implementare le riforme strutturali e a superare l\u2019attuale fase di stagnazione. <\/p>\n<p>Si tratterebbe, in fondo, di replicare quanto gi\u00e0 accaduto nel 2005, quando, a causa della congiuntura sfavorevole, furono Germania e Francia a chiedere ed ottenere un alleggerimento dei vincoli del Patto. <\/p>\n<p>In terzo luogo, e si tratta della soluzione pi\u00f9 di lungo periodo (e per questo anche politicamente pi\u00f9 difficile) si dovrebbero creare le condizioni per l\u2019emissione comune di titoli di debito pubblico (i c.d. \u201c<i>stability bonds<\/i>\u201d). <\/p>\n<p>Cosa che potrebbe risultare pi\u00f9 accettabile, anche per le classi dirigenti dei paesi del nord Europa, se si accompagnasse con una pi\u00f9 estesa \u201cfederalizzazione delle politiche economiche\u201d (un\u2019ipotesi avanzata dal \u201c<i>Blue Print for a deep and genuine EMU<\/i>\u201d della Commissione Barroso). <\/p>\n<p>Una federalizzazione che, tuttavia, non pu\u00f2 essere disgiunta da quelle forme di <i>legittimazione e responsabilit\u00e0 democratica<\/i>, che le opinioni pubbliche degli Stati membri hanno imparato a considerare elementi non negoziabili della vita politica.<\/p>\n<p>.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>A ogni passaggio istituzionale dell\u2019attuale crisi le misure di rigore finanziario sono accompagnate da quelle per lo sviluppo dell\u2019economia e dell\u2019occupazione, fino a evocare nei pi\u00f9 recenti Consigli europei la \u2018formula magica\u2019 di \u201cun consolidamento fiscale favorevole alla crescita\u201d (\u201cgrowth-friendly fiscal consolidation\u201d). 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