{"id":29900,"date":"2015-03-11T00:00:00","date_gmt":"2015-03-10T23:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/spese-per-la-difesa-una-strada-in-salita\/"},"modified":"2017-11-03T15:21:14","modified_gmt":"2017-11-03T14:21:14","slug":"spese-per-la-difesa-una-strada-in-salita","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2015\/03\/spese-per-la-difesa-una-strada-in-salita\/","title":{"rendered":"Spese per la difesa, una strada in salita"},"content":{"rendered":"<p>I Paesi della Nato si sono impegnati nel <a href= \"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/articolo.asp?ID=2798\" target= \"blank\"><b><u>Vertice del Galles<\/u><\/b><\/a> dello scorso settembre a contrastare la riduzione delle spese militari in atto.<\/p>\n<p>Lo scenario internazionale, e in particolare la crisi in Ucraina, con le iniziative della Russia, e gli attacchi dell\u2019autoproclamatosi \u201cstato islamico\u201d e di altri gruppi fondamentalisti islamici in Medio Oriente e in Africa, richiedono una pi\u00f9 forte risposta da parte dell\u2019Alleanza.<\/p>\n<p>Nelle conclusioni approvate dai capi di Stato e di Governo vengono indicati questi obiettivi per i paesi che non destinano alla difesa il 2% del Pil, come concordato in ambito Nato:<br \/>&#8211;    arrestare qualsiasi riduzione nelle spese per la difesa;<br \/>&#8211;   puntare ad aumentarle quando il Pil dovesse crescere e puntare verso il 2% nel prossimo decennio per raggiungere gli obiettivi di capacit\u00e0 e colmare le carenze di capacit\u00e0 della Nato.<\/p>\n<p><b>Crescita della spesa militare europea<\/b><br \/>Il presidente del Consiglio Renzi \u00e8 intervenuto nel dibattito, e lo ha poi evidenziato nella conferenza stampa finale, per sottolineare che la crescita della spesa militare europea sarebbe molto pi\u00f9 facile se non venisse conteggiata ai fini del Patto di Stabilit\u00e0.<\/p>\n<p>Ovviamente, ha voluto cos\u00ec ribadire che solo se l\u2019Europa riconoscer\u00e0 il carattere strategico delle spese militari potr\u00e0 effettivamente migliorare le sue capacit\u00e0 di difesa. Il principale problema europeo non \u00e8, infatti, il basso livello di spesa, ma il suo utilizzo con la mancata, o comunque debolissima, integrazione militare.<\/p>\n<p>A preoccupare \u00e8 la qualit\u00e0 pi\u00f9 che la quantit\u00e0. Se le dimensioni delle Forze Armate europee sono tali da assorbire gran parte delle risorse, anche un livello di investimento pari al 20% del bilancio, come previsto dalla Nato, non consente di avere uno strumento efficiente perch\u00e9 mancheranno i fondi per l\u2019addestramento o la manutenzione o, persino, per poter operare (ed \u00e8 proprio il caso italiano, oltre che di molti altri).<\/p>\n<p>Inoltre, l\u2019inevitabile passaggio a Forze Armate professionali genera un altrettanto inevitabile aumento del costo del personale, a meno di accettare una pericolosa diminuzione della sua qualit\u00e0.<\/p>\n<p>Una soluzione intermedia e politicamente pi\u00f9 accettabile a livello europeo potrebbe essere offerta da un accordo per escludere dai parametri finanziari solo le spese per la realizzazione e l\u2019acquisizione di equipaggiamenti militari che rispondano, con soluzioni europee, ad esigenze definite a livello europeo.<\/p>\n<p>Se, infatti, la sicurezza e la difesa dell\u2019Unione richiedono determinate capacit\u00e0 militari, le relative spese, anche se fatte a livello nazionale, dovrebbero poter essere viste come obiettivo condiviso e una parte potrebbe ricadere sull\u2019intera economia europea. Ovviamente questo richiederebbe la messa a punto di un sistema di \u201cvalidazione\u201d comune del loro carattere effettivamente \u201ceuropeo\u201d.<\/p>\n<p><b>Spese militari dei paesi Nato<\/b><br \/>Un rapporto dell\u2019<i>European Leadership Network<\/i> ha recentemente riportato l\u2019attenzione sulle spese militari dei Paesi Nato nel 2015. Non si sono ancora registrati cambiamenti nel quadro complessivo.<\/p>\n<p>Lo studio evidenzia che dei 14 Paesi esaminati, solo uno (piccolo) supera il 2% del Pil, sei (fra cui uno medio) hanno aumentato le loro spese, sei (fra cui Regno Unito, Germania e Italia) le hanno diminuite e uno (Francia) le ha mantenute allo stesso livello.<\/p>\n<p>Vanno, per\u00f2, tenuti presenti tre aspetti non citati nello studio: <br \/>1) i dati Nato, come quelli della <a href= \"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/articolo.asp?ID=2944\" target= \"blank\"><b><u>European Defence Agency<\/u><\/b><\/a>, sulle spese militari non sono sufficientemente omogenei per cui i confronti vanno presi con grande cautela;<br \/>2) i dati consuntivi pi\u00f9 recenti sono soggetti a correzioni legate alle variazioni intervenute in seguito; <br \/>3) i dati preventivi sono solo indicativi.<\/p>\n<p>Basti osservare il caso italiano: solo nell\u2019ultimo biennio sono state considerate nelle nostre spese militari anche quelle sostenute dal Ministero dello Sviluppo economico per le acquisizioni, ma non quelle per <i>Research &#038; Technology <\/i>(R&#038;T); resta difficile quantificare il contributo offerto dalle spese per le missioni internazionali a favore di addestramento e funzionamento; in compenso continuano ad essere considerate le spese per i Carabinieri e altre di carattere generale.<\/p>\n<p>Emblematico \u00e8 il caso del programma navale votato dal Parlamento a fine 2013 e contrattualizzato con oneri a partire da quest\u2019anno per un valore di 5,4 miliardi di euro in un ventennio, di cui lo studio non ha tenuto conto.<\/p>\n<p><b>Strategia italiana<\/b><br \/>A colpire i commentatori italiani \u00e8 stato, per\u00f2, soprattutto il riferimento del rapporto ai \u201cBig Three\u201d (Regno Unito, Germania e Francia), inserendo invece l\u2019Italia fra gli altri.<\/p>\n<p>Non \u00e8 la prima volta che a livello europeo al nostro Paese viene attribuito un ruolo secondario nel campo della difesa e non sar\u00e0 nemmeno l\u2019ultima. Ci sono voluti venti anni di missioni internazionali per acquisire una maggiore credibilit\u00e0 ed \u00e8 sempre elevato il rischio di comprometterla.<\/p>\n<p>Eppure anche recentemente non ci siamo tirati indietro nell\u2019impegnare parecchie centinaia di uomini nell\u2019addestramento delle Forze Armate afghane e in quelle irachene che combattono l\u2019autoproclamatosi \u201cstato islamico\u201d. Cos\u00ec come abbiamo manifestato la nostra disponibilit\u00e0 a un\u2019eventuale missione Onu per stabilizzare la Libia se le condizioni lo consentiranno.<\/p>\n<p>Non essendoci per ora le condizioni economiche e finanziarie per aumentare le spese per la difesa, la strategia italiana dovrebbe, per\u00f2, puntare a:<\/p>\n<p>&#8211;    evitare ulteriori tagli e cercare di recuperare quanto perso negli ultimi due anni, in linea con l\u2019impegno alla base della Legge 244 del 2012 sulla revisione delle Forze Armate; in quest\u2019ottica \u00e8 importante non dare ulteriori messaggi contraddittori per quanto riguarda la nostra partecipazione ai programmi internazionali per nuovi equipaggiamenti;<\/p>\n<p>&#8211;  fare comprendere alla nostra opinione pubblica che l\u2019instabilit\u00e0 della sponda sud del Mediterraneo e della Libia in particolare rappresentano una diretta minaccia alla nostra sicurezza e dobbiamo farcene carico; la stessa decisione tedesca (un paese molto prudente in questa materia) di aumentare le spese militari dal 2016 dovrebbe farci riflettere sui rischi che stiamo correndo;<\/p>\n<p>&#8211;  utilizzare le indicazioni che emergeranno dalla prossima pubblicazione del Libro Bianco per la sicurezza internazionale e la difesa per accelerare riorganizzazione, efficientamento e ammodernamento del nostro strumento militare.<\/p>\n<p>.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>I Paesi della Nato si sono impegnati nel Vertice del Galles dello scorso settembre a contrastare la riduzione delle spese militari in atto. 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