{"id":30270,"date":"2015-04-11T00:00:00","date_gmt":"2015-04-10T22:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/libia-le-radici-dellanarchia\/"},"modified":"2017-11-03T15:21:04","modified_gmt":"2017-11-03T14:21:04","slug":"libia-le-radici-dellanarchia","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2015\/04\/libia-le-radici-dellanarchia\/","title":{"rendered":"Libia: le radici dell\u2019anarchia"},"content":{"rendered":"<p>A quattro anni dalla risoluzione Onu 1973 e dalla missione <i>Unified Protector<\/i>, il disordine in Libia \u00e8 ancora centrale nell\u2019agenda politica italiana e internazionale e la sua attualit\u00e0 nel dibattito pubblico \u00e8 stata rilanciata dall\u2019ingresso in scena dell\u2019Isis.<\/p>\n<p>A differenza di altre crisi internazionali, qui non sono in gioco solo il prestigio di Roma o la sua esposizione economica. Il dilagare dell\u2019anarchia rappresenta una minaccia diretta alla sicurezza nazionale italiana, tanto da costringere il governo a riflettere su ogni opzione valida se la situazione dovesse precipitare.<\/p>\n<p>Ma quali sono state le condizioni che hanno reso possibile questa deriva? E quali scenari erano ipotizzabili nel 2011?<\/p>\n<p><b>La riammissione della Libia nella comunit\u00e0 internazionale<\/b><br \/>La fine della Guerra Fredda impose al regime di Gheddafi un ripensamento strategico dei suoi rapporti con l\u2019Occidente. Il riavvicinamento pass\u00f2 per l\u2019ammissione della responsabilit\u00e0 oggettiva nella strage di Lockerbie e il risarcimento alle famiglie delle vittime (2003), la ripresa delle relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti, la rimozione dalla lista degli Stati canaglia e la collaborazione nella guerra globale al terrorismo (2004) e la disapplicazione dell\u2019<i>Iran-Libya Sanctions Act <\/i>(2006).<\/p>\n<p>Parallelamente si svilupp\u00f2 una nuova distensione con l\u2019Italia. Berlusconi e Gheddafi raggiunsero un intesa (2003), confermata successivamente da Prodi, sul risarcimento dei danni coloniali, che sarebbe stato perfezionato con la costruzione di un\u2019autostrada tra Tripoli a Bengasi.<\/p>\n<p>L\u2019emblema della distensione fu il <i>Western Libyan Gas Project<\/i>, per cui l\u2019Eni e la Lnoc realizzarono il gasdotto sottomarino Green stream (2004). Si giunse cos\u00ec al Trattato di Bengasi (2008), che come effetto indiretto, tra il 2009 e il 2011, determin\u00f2 la riduzione del 99% del flusso di clandestini verso la Penisola.<\/p>\n<p>Alla fine del primo decennio degli Anni 2000 l\u2019interesse dell\u2019Italia non era la rivoluzione dello status quo, per quanto non ottimale, ma la preservazione di un ordine favorevole ai suoi interessi e un passaggio dei poteri a Saif al Islam Gheddafi, considerato il volto moderato del regime.<\/p>\n<p><b>Il mutamento delle condizioni politiche e la missione internazionale<\/b><br \/>L\u2019attenuamento del disordine in Iraq, il progressivo ritiro della forza multinazionale e la riduzione della minaccia di al Qaeda diminuirono l\u2019importanza politica della Libia. Al contrario, l\u2019instabilit\u00e0 del Medio Oriente e il <i>rally <\/i>delle risorse energetiche ne accrebbero il ruolo economico, rafforzando la posizione dell\u2019Italia.<\/p>\n<p>L\u2019azzeramento della situazione in Libia non fu in discussione fino al perdurare di tre condizioni ostative: a) il credito dei governi italiani con l\u2019amministrazione Bush per l\u2019appoggio alle missioni in Afghanistan e Iraq; b) il profondo impegno degli Stati Uniti in tutte le aree di crisi del globo; c) l\u2019assenza di presupposti che giustificassero l\u2019ingerenza delle potenze esterne.<\/p>\n<p>Nel 2011 queste condizioni sono venute meno per quattro fattori che hanno trasformato le proteste di piazza in una guerra civile internazionalizzata: <br \/>a) la discontinuit\u00e0 dell\u2019amministrazione Obama con la politica estera del suo predecessore e con la rete di crediti\/debiti ad essa collegata; <br \/>b) lo spostamento della sua attenzione dal Grande Medio Oriente al quadrante Asia-Pacifico; <br \/>c) la scelta americana di affidarsi agli alleati nelle regioni non vitali per l\u2019interesse nazionale; <br \/>d) la risoluzione 1973 (marzo 2011) che istitu\u00ec una zona d\u2019interdizione al volo per tutelare l\u2019incolumit\u00e0 della popolazione civile libica.<\/p>\n<p>La Francia e la Gran Bretagna spinsero per un\u2019interpretazione ampia della risoluzione, che si tradusse nell\u2019intervento militare di cui furono inizialmente alla testa. Il loro obiettivo non ufficiale era riempire il vuoto politico generato dalla rinuncia degli Stati Uniti al ruolo di \u201cnazione necessaria\u201d in Nord Africa e ridisegnare i rapporti di forza nel settore energetico libico.<\/p>\n<p>Questi obiettivi internazionali si coniugavano con alcune necessit\u00e0 interne. Sarkozy era alla ricerca di un successo internazionale che lo avrebbe rafforzato nella corsa per l\u2019Eliseo del 2012, mentre Cameron auspicava un effetto \u2018mobilitazione nazionale\u2019 per sopperire al crollo dei consensi.<\/p>\n<p>L\u2019inefficacia delle prime incursioni aeree, tuttavia, impose l\u2019unificazione delle operazioni militari sotto l\u2019egida Nato, cui ader\u00ec anche l\u2019Italia. La scelta interventista fu dettata dalla duplice necessit\u00e0 di partecipare alla ridefinizione degli equilibri interni alla Libia a conflitto terminato e di evitare una campagna di delegittimazione internazionale.<\/p>\n<p>Gi\u00e0 all\u2019indomani della rivolta in Cirenaica i pi\u00f9 importanti organi europei di stampa pubblicarono alcuni articoli scandalistici sulle relazioni tra Roma e Tripoli, tra cui &#8220;Forget the elephants&#8221; su <i>Le Monde Diplomatique<\/i> (11 marzo) e &#8220;Italy\u2019s shame in Libya&#8221; su <i>The Economist<\/i> (25 febbraio).<\/p>\n<p><b>Gli scenari politici nel 2011<\/b><br \/>  I contorni della guerra civile erano tanto indefiniti da rendere verosimili una serie di scenari e rischi profondamente diversi:<br \/>1) una guerra civile prolungata (modello Somalia), che avrebbe causato la presenza davanti alle coste italiane di uno Stato fallito diviso in pi\u00f9 entit\u00e0 autonome e il verificarsi di esodi apocalittici, emergenze sanitarie, terrorismo e contrabbando di armi; <br \/>2) il fallimento strisciante della Libia (modello Libano), determinato dalla presenza di alcune porzioni di territorio fuori dal controllo del governo centrale, le cui derive pi\u00f9 estreme sarebbero state evitate solo dall\u2019intervento di forze internazionali, i cui costi maggiori sarebbero spettati all\u2019Italia; <br \/>3) la vittoria dei lealisti (modello Algeria), per cui Gheddafi, o i suoi eredi politici, avrebbero messo in atto una serie di ritorsioni contro il \u201ctradimento\u201d italiano; <br \/>4) la vittoria dei ribelli (modello Iraq), che avrebbe causato l\u2019emergere di una classe politica di matrice islamista e la revisione degli accordi politici ed economici siglati dal precedente regime.<\/p>\n<p>Lo scenario che sembra delinearsi oggi \u00e8 quello del \u201cmodello Somalia\u201d e rappresenta la conferma di come gli interventi umanitari a basso costo, senza la fase truppe sul terreno, producono conseguenze di gran lunga peggiori di quelle che vogliono evitare.<\/p>\n<p>.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>A quattro anni dalla risoluzione Onu 1973 e dalla missione Unified Protector, il disordine in Libia \u00e8 ancora centrale nell\u2019agenda politica italiana e internazionale e la sua attualit\u00e0 nel dibattito pubblico \u00e8 stata rilanciata dall\u2019ingresso in scena dell\u2019Isis. 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