{"id":30550,"date":"2015-05-06T00:00:00","date_gmt":"2015-05-05T22:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/40-anni-di-relazioni-tappe-e-risultati\/"},"modified":"2017-11-03T15:20:56","modified_gmt":"2017-11-03T14:20:56","slug":"40-anni-di-relazioni-tappe-e-risultati","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2015\/05\/40-anni-di-relazioni-tappe-e-risultati\/","title":{"rendered":"40 anni di relazioni, tappe e risultati"},"content":{"rendered":"<p>Sono passati 40 anni da quando, il 6 maggio 1975, la Comunit\u00e0 europea riconobbe ufficialmente la Repubblica popolare cinese a seguito del disgelo delle relazioni tra Washington e Pechino avvenuto qualche anno prima con il viaggio del presidente americano Richard Nixon in Cina. <\/p>\n<p>All\u2019epoca, la notizia del riconoscimento diplomatico tra Bruxelles e Pechino non fece le prime pagine dei giornali. La Comunit\u00e0 europea stava muovendo i primi passi e la politica estera era ancora di esclusiva competenza dei Paesi membri. <\/p>\n<p>La Cina, a sua volta, era un Paese povero e in preda alle lotte di potere per la successione a Mao che, gi\u00e0 malato, morira\u2019 nel settembre del 1976. Quante cose sono cambiate da allora. <\/p>\n<p>Oggi, le relazioni tra Europa e Cina sono tra le pi\u00f9 importanti al mondo, avendo acquisito un significato strategico tale da renderle oggetto di attenta osservazione \u2013 e talvolta apprensione \u2013 da parte degli Stati Uniti. <\/p>\n<p>Basti pensare alle recenti critiche di Washington verso i quattro grandi Paesi Ue &#8211; Germania, Francia, Gran Bretagna e Italia &#8211; per aver aderito in qualit\u00e0 di soci fondatori alla nuova banca di sviluppo della Cina, la Asian Infrastructure Investment Bank (Aiib).<\/p>\n<p><b>2003: la grande intesa<\/b><br \/>Il vero punto di svolta nelle relazioni tra Bruxelles e Pechino s\u2019\u00e8 verificato nel 2003, quando venne siglato il partenariato strategico e vennero adottate una serie di iniziative dal forte contenuto politico. Innanzitutto, le due parti si accordarono sui termini dello sviluppo congiunto di Galileo, il sistema di navigazione satellitare europeo alternativo al Gps americano.<\/p>\n<p>A fianco di una maggiore cooperazione nel settore aerospaziale, vennero gettate le basi per il miglioramento delle relazioni nel campo della sicurezza e dell\u2019industria della difesa. A tal fine, alcuni grandi Paesi europei &#8211; Germania e Francia in testa, ma anche Italia e Spagna &#8211; proposero di iniziare le discussioni sulla levata dell\u2019embargo sulla vendita di armi alla Cina.<\/p>\n<p>Secondo i sostenitori della levata dell\u2019embargo, una tale iniziativa avrebbe dato significato strategico a un interscambio commerciale in continua crescita. Fu infatti in quegli anni &#8211; in concomitanza con l\u2019allargamento della Ue ai Paesi dell\u2019Europa centro-orientale &#8211; che  Bruxelles divenne il pi\u00f9 importante partner commerciale di Pechino, mentre la Cina divenne il secondo pi\u00f9 importante partner commerciale della Ue, subito dopo gli Stati Uniti. <\/p>\n<p>Gli europei furono, comunque, incapaci di trovare l\u2019unit\u00e0 sulla questione dell\u2019embargo e il Consiglio europeo del giugno 2005 decise di rimandarne <i>sine die<\/i> la sua soluzione, cosa che lasci\u00f2 con l\u2019amaro in bocca i dirigenti di Pechino. <\/p>\n<p>L\u2019elemento strategico del partenariato Ue-Cina non s\u2019\u00e8 per\u00f2 limitato alle questioni tecnologiche e della difesa &#8211; seppur importanti &#8211; ma ha coinvolto anche l\u2019euro. <\/p>\n<p>Nell\u2019autunno del 2003 ci fu, infatti, un accordo tra gli europei e la Banca centrale cinese che port\u00f2 Pechino a diversificare il suo paniere di riserve, aumentando in maniera graduale ma costante, negli anni a venire, la sua esposizione sulla moneta comune europea, diminuendo allo stesso tempo la sua esposizione verso il dollaro. Un processo che ha avuto importanti risvolti politici durante la recente crisi dei debiti sovrani.<\/p>\n<p><b>Le relazioni Ue-Cina durante la crisi<\/b><br \/>Al contrario di alcuni settori dell\u2019establishment finanziario americano che durante la recente crisi hanno speculato su una possibile disintegrazione della zona euro, la Cina ha continuato a sostenere &#8211; anche tramite interventi massicci sui mercati &#8211; la moneta comune europea. <\/p>\n<p>Da agosto 2011, quando Standard &#038; Poor\u2019s ha declassato il rating sovrano degli Stati Uniti, la Cina ha accelerato il suo disinvestimento dal dollaro aumentando al contempo la sua esposizione sull\u2019euro, portando la quota delle sue riserve detenute nella moneta comune europea dal 26% circa nel 2011, a circa un terzo agli inizi del 2015. <\/p>\n<p>La Cina sembra riporre una sostanziale fiducia nella capacit\u00e0 di ripresa della zona euro e dei tentativi di riforma portati avanti da alcuni governi, in particolare quello italiano e francese. <\/p>\n<p>Su questi paesi &#8211; in particolare l\u2019Italia &#8211; si sono appuntati gli occhi di Pechino negli ultimi mesi. La Cina sta infatti investendo massicciamente nelle aziende europee con lo scopo di acquisire quel know-how e quelle tecnologie necessarie all\u2019ammodernamento dell\u2019industria cinese.<\/p>\n<p><b>Focus sugli investimenti<\/b><br \/>Alla fine del 2014, la Cina aveva investito circa 54 miliardi di dollari in aziende quotate nelle borse europee, piazzandosi al quinto posto per entit\u00e0 degli investimenti, subito dietro al Giappone. <\/p>\n<p>La Banca centrale cinese attraverso il suo braccio operativo &#8211; la State Administration of Foreign Exchange (Safe) &#8211; ha acquistato circa il 2% in otto tra le pi\u00f9 importanti aziende italiane quotate in Borsa, tra le quali si annoverano:Fiat Chrysler Automobiles, Telecom Italia, Prysmian, Generali, Mediobanca, Saipem, Eni e Enel. <\/p>\n<p>Il totale investito in Italia ammonta oggi a pi\u00f9 di 6 miliardi di euro, corrispondente al 7% degli investimenti totali cinesi in Europa.<\/p>\n<p>Il recente interesse per l\u2019Italia e, pi\u00f9 in generale, il sud Europa rientra nel pi\u00f9 ampio progetto di Pechino di sviluppo della Via della Seta terrestre e della Via della Seta marittima del XXI secolo lanciato dal presidente cinese Xi Jinping nel 2013.<\/p>\n<p>La Ue \u00e8 oggi il primo partner commerciale di Pechino e il Mediterraneo, con al centro l\u2019Italia, \u00e8 considerato il naturale punto di arrivo della Via della Seta marittima. <\/p>\n<p>L\u2019Italia ha, pertanto la possibilit\u00e0 di diventare un\u2019interlocutrice importante di Pechino. In questo, un ruolo lo gioca sicuramente la nomina a capo della diplomazia europea di Federica Mogherini. C\u2019\u00e8 inoltre un crescente interesse per il governo Renzi e i suoi progetti di riforma del Paese. <\/p>\n<p>Il quarantennale che la vice-presidente della Ue ha festeggiato nella capitale cinese coincide con uno snodo importante dell\u2019Agenda strategica di cooperazione tra Unione europea e Cina valida fino al 2020 siglata a Pechino nel novembre 2013: la possibile chiusura del negoziato bilaterale Ue-Cina sugli investimenti giunto oramai al settimo round. <\/p>\n<p>Una svolta che potrebbe aprire la via, come richiesto da Xi Jinping espressamente durante la sua prima visita in Europa e alle istituzioni europee l\u2019anno scorso, a un Fta che introdurrebbe una dinamica nuova nelle relazioni sino-europee. Si creerebbe un asse euroasiatico altrettanto significativo, sul piano economico-commerciale, di quello Atlantico e dell\u2019area del Pacifico. <\/p>\n<p>Quarant\u2019anni dopo, \u00e8 la Ue a far da apripista nel dialogo con la Cina.<\/p>\n<p>.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Sono passati 40 anni da quando, il 6 maggio 1975, la Comunit\u00e0 europea riconobbe ufficialmente la Repubblica popolare cinese a seguito del disgelo delle relazioni tra Washington e Pechino avvenuto qualche anno prima con il viaggio del presidente americano Richard Nixon in Cina. 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